Socialize

Rivoluzione addio! I raduni musicali diventano Luna Park

Print Friendly, PDF & Email

Sizget Festival a Budapest

Negli anni Sessanta e Settanta arrivare nelle località dove si svolgevano i grandi festival di musica richiedeva ore di viaggio, alcune volte anche giorni. Si partiva in treno e spesso molti tratti di strada erano fatti in autostop. Chiedere un passaggio e vivere lunghe attese on the road con lo zaino in spalla, all’epoca era la regola per tanti giovani. Era un modo per sentirsi liberi e, allo stesso tempo, padroni del percorso che conduceva verso la propria Rivoluzione. Partecipare a un raduno musicale in quel momento storico, infatti, significava aderire e contribuire al cambiamento del mondo. Gesti, suoni, balli, canzoni erano il mezzo per esprimere una diversità e portare avanti una rivolta contro il Sistema. Erano in tanti a credere nella possibilità di combattere questa battaglia a colpi di chitarra elettrica, senza uno scontro frontale con il Potere, ma agendo dal basso, dai sotterranei, da quell’undergroud dove sono nati i movimenti appartenenti alle sottoculture metropolitane. Oggi quella dimensione non esiste più. Nessuno fa più l’autostop, nessuno balla più nudo nel fango e nessuno si sente più parte attiva di un cambiamento sociale, immaginando e sognando un futuro eccitante e indipendente. Le aree dei festival musicali, per antonomasia luogo d’incontro delle nuove generazioni, sono raggiunte comodamente in poche ore con voli low-cost, treni super-rapidi o motociclette di elevata cilindrata. L’approdo sotto il palco, come lo stesso vivere la musica, si svestiti di spinta rivoluzionaria e desiderio di alimentare una subcultura opposta a quella dominante. Sono pochi i punti di contatto tra la storia dei grandi raduni americani ed europei e quella dei festival italiani, ma la loro evoluzione ha portato a una comune trasformazione: il passaggio dall’essere il cuore pulsante di speranze e sogni a un’identità principalmente ludica ed evasiva. I festival oggi si sono completamente spogliati della veste politica e ideologica e la loro atmosfera evoca quella di enormi Luna Park dove la musica è solo una delle giostre possibili su cui salire per cercare il mero divertimento del momento. La musica non è più il veicolo per un riscatto sociale. La stessa performance musicale ha perso l’aurea rituale di momento di liberazione collettiva, per divenire, il più delle volte, semplice sottofondo per un bella sbornia a cielo aperto. “Anche lo storico festival britannico dell’isola Wight, rinato dopo 30 anni a luglio del 2007 – racconta il giornalista Gino Castaldo – è diventato una grande festa paesana popolata da giovani che non conoscono neanche il nome dei gruppi sul palco e da famiglie attratte dalle giostre estreme offerte dall’organizzazione, negozi che vendono di tutto e centinaia di banchi di birra e panini”. Il popolo di Parco Lambro di Milano, uno dei principali raduni italiani degli anni Settanta organizzato dalla rivista underground “Re Nudo” fondata da Andrea Valcarenghi e Michele Straniero, urlava contro i prezzi dei biglietti d’ingresso per i concerti e non beveva Coca Cola, i giovani del 2000 invece risparmiano per mesi i soldi da investire in un pass per i festival più cool. Artisti come Perigeo, Alan Sorrenti, Area, Premiata Forneria Marconi,  Franco Battiato, il Canzoniere del Lazio, Tony Esposito, Napoli Centrale, Antonello Venditti, Giorgio Gaber, Ivan Cattaneo, Edoardo Bennato vi partecipavano credendo in una “Musica Ribelle”: “E' la musica ribelle che ti vibra nelle ossa, che ti entra nella pelle che ti dice di uscire, che ti urla di cambiare di mollare le menate e di metterti a lottare”, cantava Eugenio Finardi. L’esperienza di raduni come Parco Lambro, Licola, poi Villa Pamphili e Villa Ada a Roma, e naturalmente quella dei grandi festival internazionali come Monterey del 1967 e del mitico Woodstock del 1969, sono ormai un lontano ricordo. L’epica del raduno non è più celebrata e i concerti non sono più un’occasione per urlare al mondo l’esistenza di un popolo giovanile con le sue idee e i suoi sogni di vita alternativa come accadeva quarant’anni fa. “Non è importante quello che faccio, è importante quello che sono” dice al padre uno dei giovani protagonisti del film “Across The Universe” di July Taymor, ambientato negli anni Sessanta in America, per sottolineare il desiderio di essere accettato dal mondo come persona. Anche in Italia ogni azione rivoluzionaria per apportare un cambiamento al Sistema era considerata il frutto di un analogo percorso personale che andava di pari passo a quello collettivo. “Il problema dell’Italia però – spiega il giornalista Andrea Silenzi – è stata la troppa politicizzazione dei festival che ha portato a episodi di pura violenza che addirittura per anni hanno impedito l’arrivo di artisti dall’estero preoccupati di essere aggrediti dal pubblico. Si era diffuso un delirio collettivo: anche chi non era interessato alla politica sfondava per contestare il costo dei biglietti. Nel ’71, durante il concerto dei Led Zeppelin al Vigorelli di Milano, furono buttati sul palco dei lacrimogeni. Il gruppo giurò di non tornare più in Italia. Nel ’75 il concerto di Lou Reed al Palasport di Roma fu sospeso a causa di tafferugli. I Genesis annullarono le date. Nel ’79 Patty Smith volle sdoganare la situazione con due concerti a Bologna e Firenze ma fu fischiata. Insomma l’Italia non era più un luogo sicuro per divertirsi con la musica”. La fame di concerti intanto cresceva ed esplose con l’arrivo di “Umbria Jazz” nel ’73 che, pur non essendo pensata come un raduno, prese queste sembianze. Migliaia di giovani con sacco a pelo vi approdarono affamati di suoni trasformando il jazz in un evento di massa al punto da far venire una crisi di panico a McCoy Tyner, a Gubbio, forse perché poco abituato a folle così grandi. “La musica è lo specchio fedele dei tempi”, sottolinea il giornalista Gerlando Gatto. “All’epoca il mondo dei musicisti e dei cantanti era strettamente legato alle evoluzioni politiche e si andava ai concerti per affermare principi politici. Oggi la situazione si è ribaltata: i giovani sono distaccati dalla politica e vanno ai concerti per la musica. Rispetto al resto d’Europa, però, in Italia vi è una grande ignoranza in materia musicale. Qui, dove per anni vigeva l’utopia del “tutto gratis”, non si educano i giovani al suono, nelle classifiche primeggia la cattiva qualità, non esiste il gusto per il bello”. In questa “Italia ritardata” sembra mancare la curiosità. “La fruizione dei concerti qui è mirata – sottolinea, infatti, Andrea Silenzi – Se un ragazzo va all’Heineken Jamin Festival aspetta solo il concerto di Vasco Rossi e non ascolta i gruppi che lo precedono. Sembra quasi che la possibilità di scelta e di scoprire cose nuove generi fastidio, al contrario degli anglosassoni che sono un popolo migrante e curioso. Sempre meno persone campeggiano nei festival, la maggior parte arriva solo per il grande nome. Non si cerca più la trasgressione, né l’appartenenza a un gruppo”.

Articoli che potrebbero interessarti

  • 77
    La storia del Rock è la vicenda di un sistema culturale che ha saputo saldare la cesura fra il desiderio di unire idee e l’esigenza di trasmettere emozioni e sfide creative verso un futuro da narrare senza un “know how” tecnologico o accademicamente qualificato e classificato. Si è discusso per…
    Tags: i, l, non, dei, per, è, come, più, si, in
  • 77
    A margine della recensione sull’ultimo album del Pollock Project (Quixote, Tre Lune Records, Helikonia 2013), abbiamo l’occasione d’incontrare Marco Testoni. Questo il piacevole dialogo, abbastanza raro per un incallito intervistatore come il sottoscritto. Buona lettura. Immaginiamo di stare su un palco buio e tu sotto le luci di uno Spot.…
    Tags: è, non, in, l, per, più
  • 76
    Il Partito Democratico ha messo al centro dei suoi impegni la cultura, l'arte e lo spettacolo dal vivo. I modi e i tempi con i quali intende attuare il programma sono dichiarati in modo esaustivo sul sito del PD. Cosa riuscirà a fare lo vedremo ma, nei fatti, è indubbiamente…
    Tags: per, è, in, i, dei, non, l, come, si, più
Pubblicato da nel 12 giugno 2009 alle ore: 10:14. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>