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Viaggio a Cochin, India del Sud, Kerala

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Cochin, ph.F.Bellino

“Se sei felice in sogno vale?” chiede Estha, uno dei protagonisti de “Il Dio delle piccole cose” di Arundhati Roy, alla mamma Ammu. “La felicità è valida?” ribadisce. “Se mangi del pesce in sogno, vale? Significa davvero che hai mangiato del pesce?”. Questa conversazione mi torna in mente quando arrivo in Kerala, regione meridionale dell’India dove è ambientato il libro. La domanda del bambino si trasforma dentro di me: Se ti trovi in una città plurale e multi-religiosa in sogno, vale? A Cochin mi sentivo in un sogno. La cittadina sulla laguna dove ero approdata, nel cuore verde del Paese, anticamente grande centro commerciale, era un mosaico armonioso di culture, influenze e credi. E’ vero che in India la religione ti insegue ovunque e la sua identità pluralistica si rivela in ogni angolo, ma l’impatto con Cochin offriva uno scenario inimmaginabile. Icone di Dei hindu, tempi gianisti, moschee, chiese cristiane, sinagoghe, campanili, statue di Madonne e Santi, croci, stelle ebraiche, bandiere rosse con falce e martello (il Kerala è il primo Stato al mondo ad aver avuto un governo comunista eletto democraticamente) e ritratti di Che Guevara abitano lo stesso spazio. Se ti trovi in una città plurale e multi-religiosa in sogno significa che questa esiste davvero? Cochin esisteva davvero e, oltre a essere popolata da hindu, musulmani e cristiani, come capita in altre regioni del Paese, era abitata anche da sikh, parsi ed ebrei arrivati in varie fasi, prima con una spedizione navale voluta da Re Salomone, poi dopo la caduta di Gerusalemme e infine nel 1568, anno della costruzione della sinagoga che è visitabile al centro di Mattancheri, quartiere storico di Fort Cochin che, insieme a Mattancherry e Ernakulam, forma la città di Cochin. Con la fondazione dello Stato d’Israele molti ebrei hanno lasciato l’India. Oggi vivono ancora qui solo 12 famiglie, ma la loro presenza è molto forte ed è diventata anche un’attrazione turistica, tanto che Sarah, 80enne ricamatrice che da 50 anni gestisce un negozio, ha smesso di raccontare la sua storia. “Non ne ho più voglia, l’ho raccontata infinite volte” mi dice mentre ricama a mano un kippà, il cappello ebraico, per i turisti. “La miglior cura contro l’intolleranza è il pluralismo religioso” aggiunge. Non mi guarda negli occhi, continua a ricamare pazientemente. Per gli ebrei il tempo è prezioso. Per gli indiani il tempo scorre lento. Con un rischiò, in pochi minuti, sono alla chiesa di S. Francesco, primo edificio cattolico sorto in India dove fu sepolto l’esploratore portoghese Vasco de Gama nel 1524, le cui spoglie furono spostate in Portogallo 14 anni dopo. Passo per la moschea, ma non posso entrarvi. Le donne, qui avvolte in foulard colorati, non sono ammesse. Pregano a casa, ma durante le feste la preghiera diventa collettiva per i credenti di tutte le religioni. Canti, balli e mantra si mischiano. Al pranzo di Natale, tra i profumi delle spezie, sono invitati anche musulmani, sikh e hindu. Non ci sono barriere in questa regione dove la modernità non è sinonimo di urbanizzazione e inquinamento come a Delhi o a Mumbay, ma di alfabetizzazione, longevità, igiene, natura, laicismo e rispetto della fede altrui.

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Pubblicato da nel 16 ottobre 2009 alle ore: 9:25. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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