Socialize

Glauco Mauri compie 80 anni. Una vita a teatro

Print Friendly, PDF & Email

Glauco Mauri

Occhi generosi, sorriso aperto, voce avvolgente e un'umiltà da vero artista: il grande attore Glauco Mauri ci accoglie nel suo studio con disponibilità e cortesia alla vigilia di una data importante, quella del suo ottantesimo compleanno, narrando, proprio come fossero una favola, emozioni e ricordi di una vita interamente spesa per il teatro.

80 anni, di cui 65 dedicati al teatro. Una carriera sorprendente, direi quasi unica nel suo genere...
"Esordii a teatro a 15 anni, era il 1° gennaio del 1946 e nel teatrino della parrocchia mi chiamarono a fare il suggeritore. Io abitavo a Pesaro, in un quartiere popolare e avevo una certa predisposizione per la musica. Per questo iniziai a frequentare il conservatorio. Mia madre fece grandi sacrifici... Davvero non pensavo che avrei fatto l'attore. Avvenne tutto per caso: mentre facevo il suggeritore, con i miei calzoni corti, il regista mi chiamò sul palco, e cominciai a recitare... Poi ci fu l'accademia e gli incontri con grandi maestri come Orazio Costa, Wanda Capodaglio, Sergio Tofano, Silvio D'Amico. Con quest'ultimo si discuteva sempre delle sue critiche teatrali, con le quali spesso io non ero d'accordo... A 23 anni il ruolo di Smerdjakov dei Fratelli Karamazov mi diede un'improvvisa popolarità. Ci si aspettava molto da me. Da lì cominciò una serie di alti e bassi... Fino a quando non arrivò la "Compagnia dei Quattro", con Valeria Moriconi, Franco Enriquez e Mario Scaccia. Con loro feci cose molto belle e importanti. Fummo noi a portare per la prima volta Pasolini in teatro, con 'Il Vantone'. Alla Pergola lo portammo in scena per 3 sere consecutive. Ottenemmo un consenso enorme... Poi approdammo a Roma, al teatro Quirino, certi che avremmo replicato lo stesso successo. E invece fu un disastro e dovemmo cambiare spettacolo!"

Decise poi di fondare la sua compagnia, inizialmente solo a suo nome e successivamente anche a nome di Roberto Sturno. Nel 2011 la compagnia Mauri-Sturno compirà 30 anni. Ebbe un gran coraggio a fondarla: un attore come lei avrebbe potuto avere, per così dire, una carriera più "comoda".
"La compagnia fu una scelta da pazzi. All'epoca avevo 51 anni ed ero un attore affermato. Ma mi ero stancato di dipendere dai consigli di amministrazione dei teatri, o anche solo di avere in testa idee che sapevo non avrebbero potuto germogliare. Quindi fondai la compagnia: lavoravamo sempre, senza sosta. Ho avuto la fortuna di trovare in Roberto un sostegno incredibile. Dapprima gli facevo da maestro, poi i ruoli piano piano sono cambiati, fino ad arrivare a oggi, in cui è lui a farmi da padre! Io e Roberto fin dall'inizio abbiamo avuto le stesse idee. Non solo esibirsi, ma portare in scena un testo che serva a qualche cosa. Cito sempre una frase di Brecht: 'Tutte le arti contribuiscono all'arte più grande di tutte: quella di vivere'. Con il teatro posso far vibrare corde che non vibravano, arricchire un'anima di un po' di umanità. Ma non voglio essere un terrorista culturale nè fare un teatro di nicchia. Il pubblico va accolto nella sua vastità."

Che significato ha per lei fare teatro?
"Ho sempre amato fare teatro per dire qualche cosa, non per apparire. Certo è facile dirlo con testi come 'L'inganno' o 'Re Lear', ma faccio di tutto per riuscirci anche con testi minori. Cerco di mettere sempre alla base di ogni spettacolo l'uomo, la sua fatica, e il dovere che ha di comprendere l'altro. Se c'è una cosa che ho imparato da Dostoevskij, autore che amo molto e che è stato nella mia carriera fondamentale, è che la grandezza dell'uomo sta tutta nel saper comprendere. Comprendere significa faticare, accettare l'imperfezione umana."

Si parla tanto di crisi del teatro. Ma è davvero tutta colpa delle istituzioni?
"Gran parte della colpa è delle istituzioni che non sostengono la cultura. Ma in parte è anche una nostra responsabilità, anche noi addetti ai lavori combiniamo dei guai... Per le compagnie private poi è un momento difficile. Gli scambi tra i teatri stabili sono sempre più frequenti e le compagnie private restano fuori, senza possibilità di lavorare. Certo è che l'attore oggi non è aiutato da nessuno, neppure dall'informazione. Oggi una prima passa inosservata. In tv l'informazione teatrale va in onda di notte e spesso è fatta anche male. E poi la tv è piena di cose che confondono la mente. Ciò che è più grave è la banalità, molto più della volgarità. E' la banalità che ottunde l'intelligenza. Meglio cercare di essere coraggiosi... Anche se ci vuole coraggio!"

Il fattore economico in teatro ormai influisce sugli aspetti artistici in modo drammatico.
"Senza dubbio. Io e Roberto Sturno abbiamo in mente per il prossimo anno di realizzare uno spettacolo con tanti tecnici e tanti attori, ma dovremo verificare i costi. L'anno scorso volevo fare 'Riccardo III', ma poi ci volevano troppi soldi. Allora abbiamo fatto 'L'inganno'. Però non si possono portare in scena sempre e solo testi per due persone! Dobbiamo far lavorare anche i colleghi. E soprattutto i giovani, che devono essere pagati. Anche all'inizio della carriera bisogna essere pagati, magari col minimo della paga... Però è fondamentale, perchè è questo che dà dignità a un attore. Consideri che io e Roberto prendiamo un terzo della paga che ci spetterebbe per anzianità ed esperienza. Ecco perchè penso alle compagnie giovani... Se prima uno spettacolo durava quattro giorni, oggi ne dura tre, se ne durava tre oggi sta in scena due giorni... Insomma, si tende a comprimere per contenere i costi."

L'anno scorso è andato in scena per l'appunto al Valle con lo spettacolo "L'inganno". Cosa pensa della soppressione dell'ETI? C'è chi ritiene che fosse diventato un carrozzone...
"Era un carrozzone che ha fatto però anche delle cose buone. Un tempo l'ETI è stato di grande aiuto, anche per me. Ma poi ha preso una direzione poco chiara. Certo, mi dispiace molto per i lavoratori. Per essere l'Ente Teatrale Italiano con solo tre teatri (il Duse, la Pergola, il Valle, ndr) forse sarebbe stato il caso che avesse prodotto molti più spettacoli dando così lavoro a più compagnie."

Come si pone quando va a teatro da spettatore?
"Da spettatore rimango innanzitutto imbarazzato quando vedo che il pubblico è distratto, non segue lo spettacolo, ma anche quando le cose sul palco sono fatte male... Comunque vado sempre a teatro con l'idea di vedere uno spettacolo a cui qualcuno ha lavorato con impegno. Purtroppo ci vado troppo poco!"

Cosa non manca mai nel suo camerino?
"Due cose. Prima di tutto la fotografia dei miei nipotini, i figli di Roberto. E poi una scatola, a cui è legato un aneddoto. Quando feci 'La figlia di Jorio' con Giorgio Albertazzi e Anna Proclemer per la regia di Squarzina mi venne assegnato il ruolo di Lazaro. Io però non ero adatto per quel personaggio. Ero troppo giovane, ogni sera facevo la voce roca e alla fine la persi. Mentre ero a Milano, comprai una scatoletta per conservare le matite da trucco. Andammo in scena e lo spettacolo andò male. Tornato in camerino, vidi la scatola e in un gesto d'ira stavo quasi per scaraventarla al muro, quando poi mi sono detto: 'No, tu resti qui con me fino a quando non dimostrerò a me stesso che posso farcela!'. Ebbene, quella scatola è ancora nel mio camerino..."

Un'ultima domanda: qual è il segreto del suo successo?
"Cerco di non barare mai. Magari nella vita ho preferito perdere, ma non ho mai barato. Anche se sto male, uso quel malessere per cambiare qualcosa di un testo, di uno spettacolo, ma il mio impegno quando salgo sul palcoscenico è sempre totale."

Articoli che potrebbero interessarti

  • 77
    Se vogliamo conoscere meglio la densità creativa nella composizione per chitarra acustica, abbiamo molti punti di riferimento. Roberto Gemo ne è consapevole eppure dà vita a partiture molto originali, ad una complessità di linee armoniche in chiaroscuri e passaggi cromatici dal sapore quasi classico, nelle quali la vibrazione delle corde…
    Tags: in, è, non, per, i, sempre, più, nel, mi
  • 75
    A margine della recensione di Roberto Coghi su questo giornale (http://www.4arts.it/2015/02/23/lucrezio-de-seta-quartet/) abbiamo l’occasione di scambiare qualche idea col musicista romano. Cominciamo dalla fine, a volte serve… Lucrezio De Seta: sei un docente, sei un musicista, sei una persona attenta a quanto accade e che “gira intorno”: cosa sta accadendo alle…
    Tags: per, è, non, in, i, mi, sempre, più
  • 73
    Una questione di serie B. Sto per togliermi sciarpa e cappello, quando il cellulare di servizio diffonde nella stanza il suo grido di angoscia.   La suoneria, col potere evocativo di un sole caldo e di un mare che si fa spazio fra la miriade di pesci tropicali iridescenti e…
    Tags: in, è, non, per, nel, i, mi
Pubblicato da nel 1 ottobre 2010 alle ore: 11:05. Archiviato sotto Interviste,Spettacolo,Teatro. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>