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“Maternity Blues”, ovvero le madri “imperfette”

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"Maternity Blues"

Sono madri contro natura quelle che uccidono i propri figli: è questa l'opinione comune quando la cronaca rende note storie di bimbi strappati alla vita dalla propria madre. E' facile puntare il dito, e qualificare delitti del genere come imperdonabili e, per l'appunto, snaturati.
Ma davvero è tutto qui? Se lo è chiesto tempo fa la scrittrice italiana Grazia Verasani, autrice di "From Medea", testo teatrale messo in scena in Italia, Francia e Germania, che affronta il tema della depressione post partum e dell'infanticidio. Da questa pièce Fabrizio Cattani ha tratto il film  "Maternity Blues" interpretato da Andrea Osvart, Monica Birladeanu, Chiara Martegiani, Marina Pennafina e Daniele Pecci. Realizzato con soli 400 mila euro, il film appare drammaticamente duro e incredibilmente asciutto, pur trattando senza filtri quella che forse è la più grande forma di dolore esistente al mondo.

Il titolo del film rimanda proprio alla depressione post partum che, contrariamente a quanto si pensi, colpisce moltissime donne. Certo, non tutte uccidono, la maggior parte riemerge dall'abisso e tira su i propri figli. Qualcuna però non ce la fa e, quasi inconsapevolmente, quasi come se il gesto "proibito" fosse l'unico possibile, decide di uccidere. Per liberarsi, per sfuggire all'idea di non essere una buona madre. Perchè è ovvio, se non si è felici della gioia più grande e pura che una donna possa avere, allora si è sbagliate per forza. Queste e altre riflessioni emergono con prepotenza dallo schermo: le quattro donne protagoniste hanno l'infanticidio come unico denominatore comune. Insieme soffrono, litigano, condividono il senso di colpa, e cercano di ripartire da quel dolore troppo forte.

"Il testo teatrale che ha dato vita al bel film di Cattani nasce dalla rabbia che ho provato per il giudizio sommario che veniva dato nei confronti di queste donne. Soprattutto dopo il caso Franzoni. Io volevo raccontare un diverso tipo di maternità. Di certo una maternità estrema, ma che nasconde tanta solitudine. Ho chiamato queste donne 'colpevoli-innocenti', cercando di comprendere e di non giudicare", ha raccontato Grazia Verasani, che ha collaborato anche alla sceneggiatura del film. Come moderne Medee, le donne che arrivano a uccidere i propri figli hanno avuto di certo paura e vergogna della propria diversità di "madri imperfette", di quella depressione divorante, di quell'asfissia che impedisce loro di vivere con gioia la maternità. E, dopo aver preso coscienza dell'irreparabilità dell'atto compiuto, spesso non ce la fanno a sostenere il peso della colpa. In questa ottica, secondo la Verasani, non può non esserci una corresponsabilità anche nel mondo circostante: "E' ovvio che legalmente queste donne sono colpevoli. Ma c'è la depressione che le colpisce. E c'è una società che ha le sue responsabilità. Alcune donne si accorgono di aver bisogno di aiuto e lo chiedono. Altre non hanno gli strumenti per farlo. La corresponsabilità è dovuta al fatto che di questi problemi si parla poco; non c'è prevenzione. Bisogna capire e comunicare che le madri perfette non esistono e che l'istinto materno non è obbligatorio".

Difficile dare un giudizio su un film che colpisce forte come un pugno: la tematica è troppo dolorosa per non farsi prendere, soprattutto quando a guardare sono gli occhi di una donna. Ed è infatti prevalentemente alle donne che "Maternity blues" si rivolge, non solo per sollevare l'attenzione nei confronti di un problema che si tende a non voler vedere, ma soprattutto per provare a comprendere ciò che è complicato anche solo nominare. Intenso, diretto, delicato, il film ha il pregio di non giudicare, ma anche di non assolvere: e forse la questione sta tutta qui, nell'equilibrio instabile tra le due istanze.

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Pubblicato da nel 24 aprile 2012 alle ore: 10:58. Archiviato sotto Cinema,Recensioni. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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