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Una questione di serie B

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Una questione di serie B. Sto per togliermi sciarpa e cappello, quando il cellulare di servizio diffonde nella stanza il suo grido di angoscia.

 

una questione di serie b

La suoneria, col potere evocativo di un sole caldo e di un mare che si fa spazio fra la miriade di pesci tropicali iridescenti e le barriere coralline, è stata recentemente bandita dalla nostra responsabile. Ora una polifonica classica ed impersonale per darsi un tono, come se una melodia briosa avesse il potere di togliere credibilità e professionalità al nostro impegno, identificandoci come i nullafacenti di turno. Dobbiamo essere impeccabili. Ineccepibili all’udito delle alte cariche comunali, dei consiglieri municipali, del cittadino incazzato, delle forze dell’ordine sul posto.

Ma che lavoriamo su strada, dodici ore al giorno, con una macchina che lancia nitriti e cigolii ad ogni curva e frenata, che ci abbandona nel mezzo delle periferie romane in totale isolamento, non sembra avere importanza.

Trecentosessantacinque giorni l’anno su una vettura maleodorante, con polvere sul cruscotto in pianta stabile e sedili con i buchi che fanno prendere aria alla spugna gialla, ormai nera.

«Rispondi tu, devo andare in bagno.»

«Scappa, scappa. Ti avviso che se è la vipera mi devi un cappuccino per almeno dieci turni»

«Addirittura?»

«Beh, per ascoltare la sua voce stridula e le sue cazzate, ci vuole una buona riserva di energia»

Sto per oltrepassare la porta ma Carmen mi sbarra l’accesso.

«Allora?»

«Dai che perdiamo la chiamata.» le dico ansiosa. Faccio piccoli saltelli sul posto a piè pari, non la trattengo più ma lei non accenna a rispondere né a spostarsi.

«Va bene. Cappuccini concordati. Se è lei hai fatto Bingo.» esclamo frettolosamente.

«Pronto…»

Quando rientro nella stanza Carmen è davanti allo schermo, intenta a verificare che la persona segnalata non sia già inserita nel nostro data base.

«Allora chi era?» le dico divertita con aria di sfida.

«Servizio sociale. Gli agenti dell’XI° ci stanno aspettando.»

«Hanno preso qualche “cappottino” dalla Colombo e vogliono sapere se lo conosciamo? Se hanno fermato il “gobbetto” al semaforo dell’ Habitat, un’altra volta, lo riportano loro alla Miralanza.»

«Nessun cappottino Clà. Donna senza dimora trovata da un passante sulla spiaggia ad Ostia.»

Carmen mi guarda dritta negli occhi, poi prosegue: «È appena stata dimessa dal Grassi. L’hanno portata in centrale perché vogliono il nostro supporto.»

Apro la scheda. Ogni storia ha il suo numero. Quattromilacinquecentododici.

M.V.

Tolgo le quattro frecce e partiamo. Direzione Tavola 95 B3, Viale Ballarin.

Trascorriamo quasi un’ora nel fiume di macchine che segue la corrente verso il mare.

Alle diciotto la Colombo è un purgatorio di anime dimentiche di se stesse, perse fra una mano fissa sul cambio e il piede sulla frizione. Occhi smarriti negli specchietti retrovisori. Chiacchiere col bluetooth in stereofonia. Carmen ed io ascoltiamo le proposte di Radio Subasio+. Abbiamo bisogno di leggerezza. Il turno è iniziato fra lamiere, ruspe e rottami in uno sgombero a Trigoria, senza traccia della volontà di umanizzare la vita delle persone allontanate dalle loro abitazioni di fortuna, di stenti, di intenti. Le politiche sociali hanno ceduto, decedute per i troppi tagli ai fondi e per il finanziamento di politiche di pulizia etnica. Interventi di facciata stile “Teniamo pulita ed in ordine la città”. Senza dimenticare la “sicurezza”, tanto gettonata nelle trascorse elezioni.

Capitale umano sprecato, svuotato di significato. Disumanizzato al punto che un randagio a quattro zampe riceve più tutele e accorgimenti.

«Secondo te dove li avranno portati con quei pulmini bianchi?»

Con scetticismo e scaramanzia propria delle mie origini partenopee aggiungo:

«Trasportati o deportati?».

Un centinaio, fra donne, uomini e bambini, accompagnati a più riprese in un luogo descritto come un paradiso di efficienza e confort. Un luogo che, solo in un secondo momento, si è palesato agli occhi dei curiosi e degli addetti ai lavori con immagini sul web.

L’altra informazione, insomma. Quella che, attraverso un bombardamento costante di notizie, sfugge, almeno in parte, al meccanismo di corruzione tanto in voga nel nostro Bel Paese.

Non si può chiudere una bocca sconfinata.

Visioni raccapriccianti filmate con un cellulare: un grande magazzino in cui la riservatezza è “custodita” dietro tende separé. Servizi igienici fuori uso. Infiltrazioni nel soffitto. Più grave, la scolarizzazione non garantita ai minori.

Carmen sorride alla mia provocazione, ma forse il dubbio è venuto anche a lei.

“That’s me in the corner

That’s me in the spotlight

Losing my religion”

Svoltiamo a destra, scendendo la rampa che abbraccia Tre Fontane. Semaforo rosso.

«Quanti anni ha la donna?»

«Trentatre.»

Slacciamo le cinture di sicurezza.

Percorriamo il corridoio con passo svelto, dettato dall’urgenza.

Vicino al finestrone che affaccia su una balconata di ampia metratura, fra cemento e verde, riconosciamo i capelli fulvi di Tiziana, la Valchiria del distretto, avvolta nella corona di fumo della sua Lucky Strike.

«È sotto shock» ci informa mentre finisce di aspirare l’ultima linfa di nicotina dal filtro.

Apre la porta del suo ufficio. La donna è seduta sul divano nero in pelle, nell’angolo sinistro della stanza. È minuta. La pelle livida. Ha le gote pallide, rigate da lacrime silenziose, distratte come le sue orecchie che non ci ascoltano. I suoi occhi sono pesti, fissi sul bianco immacolato della parete. Ha un odore amaro, di medicazione. Nasconde le mani sotto le natiche, come a scaldarle o a trattenersi. Storce il labbro. Lo morde. Nessuna parola.

Tiziana ci fornisce la denuncia fatta in Questura. Sento il rumore della stoffa strappata, dell’attrito della pelle nuda sulla sabbia. Sento le abrasioni, le preghiere di salvezza, la brutalità della penetrazione, dell’umiliazione. Sento quello che non riesce a raccontare una seconda volta, forse per paura di riconoscersi nelle mostruosità subite da quella donna che a lei adesso sembra essere così estranea.

Abbiamo di fronte una sopravvissuta. Il fatto che sia una senza dimora sembra quasi autorizzare i giornali a parlare di uno stupro di serie B. Una donna che vive per strada deve pur metterlo in conto che prima o poi verrà violentata. Fa rabbia. Quasi fosse legittimo abusare di un corpo addormentato in una tenda sulla spiaggia. La dimensione del privato oltraggiata. Oltre il danno la beffa.

Nel corridoio si sentono echeggiare i miei passi discontinui, che vanno attenuandosi per poi riprendere un ritmo incalzante, nervoso, all’unisono con la mia voce al telefono, dispersa nel silenzio attonito di chi mi osserva.

Il centro antiviolenza non ha più posti in emergenza. Recente cambio gestione con conseguente tuffo carpiato in caduta di stile.

Rientro mesta nella stanza.

Lei non mi guarda, continua a fissare le mattonelle, forse conta le striature del marmo. Forse no.

È bastato un cenno con la testa. Tiziana sbatte il plico sulla scrivania. Donne castrate. Impotenti. Ce lo diciamo con il linguaggio del corpo, nello spazio che occupiamo nella stanza. Carmen è rimasta sulla porta con la schiena poggiata sull’uscio.

Siamo donne incazzate. Professioniste mutilate. Mercenarie che pagano lo scotto di avere un “padrone” che non è così illustre come vorrebbe farci credere con il suo gioco “Cambia nome”, che batte di gran lunga quello che facevamo da piccole “Color color…”. Non più Comune di Roma. Roma Capitale. Svuotando il riconoscimento altrui per finire nella meravigliosa piantagione dell’autoreferenzialità. Senza gli altri non siamo. Deve essergli sfuggito nel passaggio da Rocca Cannuccia al Campidoglio.

Fanculo.

Mi rivolgo a lei cercando di masticare l’odio che mi brucia la gola. Qualche bicchierino di Sambuca avrebbe raffreddato la mia sete di giustizia, ma in servizio, non si beve… Solo travasi di bile.

Un letto a castello in una camerata con altre donne, in un centro per ambo i sessi. Questo è quanto.

Fanculo.

Riusciamo a fissare un appuntamento con la responsabile del centro antiviolenza solo dopo una settimana. Sette giorni oltre l’inferno. Silenzio.

M è silenzio. Un grido strozzato.

M. non ha superato il colloquio di ammissione per l’ospitalità nel centro.

M. non ha ben interpretato la parte da vittima.

Al centro antiviolenza l’assistente sociale è esigente, vuole vittime d’allevamento, OGM.

Quelle bio, sono fuori budget. Troppo costose in termini di impegno.

«Non la posso accogliere. Non è collaborativa.»

M. non collabora, cazzo.

Non è propositiva.

Rischia di minare la serenità delle altre ospiti.

E che cazzo, è solo stata stuprata da un branco di buzzurri. Che sarà mai per una che vive per strada…Normale amministrazione. Ti pare che non parla, che non sopporta che gli si cammini alle spalle…Una tipa difficile. Una che dà rogne.

M. la possiamo rimpacchettare e gettare nel Tevere. A peso morto.

M. è un impiccio, una pietanza indigesta.

Rimetto in moto.

«Da denuncia, sono da denunciare».

Oggi lo faccio!

di Libera Mente

"una queastione di serie B"  è il frutto del laboratorio di scrittura “Come narrare l'Altro” curato da Francesca Bellino presso la libreria Fahrenheit di Roma.

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Pubblicato da nel 19 luglio 2012 alle ore: 16:55. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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