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Tra le braccia dell’India -2parte

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India, Udaipur, donna che vende fiori fuori dal tempio, ph.M.Apice

(India Seconda Parte) - Jaisalmer, la città del deserto e del meraviglioso forte, ha rappresentato un'esperienza fantastica: dal Gadi Sagar Lake – in cui lo sguardo si perdeva tra le antiche costruzioni ma anche tra i famelici pesci gatto, che a centinaia si ammassavano a riva per accaparrarsi una mollica di pane – al silenzio del Crematorium, dove i defunti vengono bruciati, all'immensità del deserto, visto sul dorso di un cammello. Senza contare il forte della cittadina, un luogo carico di anni e di gente, in cui appunto siamo stati sorpresi dalla professionalità della guida-bramino che, col suo impressionante italiano, ci ha raccontato molto del luogo, ma anche della sua famiglia, del suo quotidiano, e del suo essere continuamente diviso tra il rispetto delle regole religiose, la riverenza nei confronti della madre, vero capofamiglia, e la necessità di sbarcare il lunario. E' all'interno del forte che abbiamo osservato templi giainisti finemente decorati, bambini sorpresi dalle nostre macchine fotografiche, donne impegnate a lavare i panni sulla soglia di casa, ma anche i primi, inesorabili segni del turismo imperante. C'erano indicazioni di ristoranti italiani, e tanti negozi fintamente tradizionali, specchietto per le allodole per i turisti. La guida ci ha confidato di essere molto preoccupata per le sorti del forte, la cui stabilità era seriamente messa in discussione da ristoranti e alberghi, con le loro necessità strutturali (scarichi, trasporti) che superavano di gran lunga le capacità di un forte ultracentenario. Ed è stato davvero triste scoprire, solo pochi giorni dopo, che il nostro amico era stato amaramente profetico, e che si era verificato un crollo nelle mura dorate e meravigliose di quel forte, ahimé, così bistrattato.
Prima di arrivare a Jodhpur, la caratteristica cittadina dalle case dipinte di blu, impreziosita dallo storico palazzo di Umaid Bhawan, il nostro autista si è fermato lungo la strada per farci ammirare i templi giainisti di Ramdeora e di Osiyan: in quest'ultima località, la piccola passeggiata nel paesino, attraverso rumorosi banchi del mercato pieni di migliaia di oggetti, stoffe e spezie, ci ha dato l'ennesima prova della mitezza del popolo indiano. Eravamo gli unici occidentali in mezzo, senza esagerare, a migliaia di indiani. Eppure, non abbiamo mai avuto neanche il minimo momento di disagio o di fastidio. Nessuno ti tocca, ma tutti sorridono, come se volessero chiamarti a sé: come è ovvio, l'occidentale viene considerato una golosa occasione per vendere qualcosa e provare a combinare un affare, ma è vero anche il contrario. Nel senso che in India donne, uomini e bambini hanno un rispetto e una delicatezza non comuni nei confronti di chi si approccia a loro. Anche se alcuni nostri atteggiamenti o il nostro vestiario per loro possono apparire inaccettabili, la risposta non è di rifiuto, ma solo di un pudico e, a tratti, divertito sorriso nei confronti della diversità. Una diversità che spesso li porta anche a sconfiggere il loro innato pudore spingendoli addirittura a chiedere, perchè no, una fotografia insieme. Proprio a Osiyan il nostro essere occidentali e dunque sostanzialmente poco avvezzi a sostenere la fatica ci ha permesso di saltare una fila lunghissima di fedeli per entrare nel tempio: non siamo stati noi a chiedere, in un certo senso siamo stati cordialmente invitati a farlo da alcune guardie presenti a regolare il "traffico umano".
Il viaggio è continuato in direzione Udaipur, definita, forse un po' troppo audacemente, la "Venezia" dell'India. Durante le numerose ore in macchina - con gli occhi incollati al finestrino! - è stato impossibile non notare il divario abissale tra il "vecchio" che resiste (e che trasuda da ogni viso, albero, vacca, tempio, casa diroccata) e il "nuovo" che avanza. Lungo le strade, percorse a bassa velocità per via delle loro pessime condizioni, si notavano cartelli pubblicitari di famose marche di tecnologie varie e telefonini, o piccoli banchi che, accanto alle banane e ai tanti frutti accatastati alla rinfusa, vendevano i sacchetti di patatine o la ben nota Coca-Cola. Stiamo parlando di villaggi che si sviluppano direttamente ai lati di strade non asfaltate, su una superficie piccola, con le fogne a cielo aperto e le case malmesse. Posti in cui solo i viandanti che si spostano da una città all'altra possono fermarsi. Luoghi per lo più non segnalati da nessun cartello. Eppure anche in questi paesini dimenticati da Dio e dagli uomini appare il telefonino, emblema di un Occidente aggressivo che punta i suoi artigli su questa "nuova" massa di probabili consumatori.
Meraviglie della natura e dell'uomo ci sono apparse le due piccole località di Ranakpur e Kumbhalgarh, in cui l'immobilità apparente del tempo assumeva un sapore mitico, un misto di razionalità e pura spiritualità religiosa. A Ranakpur, per esempio, il candore del tempio di Adinath (XV secolo), il più grande santuario giainista, ci ha tolto il fiato: con le sue 1444 colonne intarsiate, il tempio appariva come un rifugio marmoreo, pronto ad accoglierci nelle sue larghe braccia. Kumbhalgarh, al contrario, ci ha fatto l'effetto di rappresentare un punto di non ritorno: il suo forte, nel cuore di verdi montagne a 1100 metri sul livello del mare - e dire che il Rajasthan è una regione desertica! - rappresenta una imperdibile occasione per riappropriarsi di un senso intimo di serenità, con lo sguardo che si perde tra i lunghi bastioni fortificati e l'orizzonte.
A Udaipur, dopo le doverose visite al City Palace - il palazzo regale di fronte al lago Pichola - abbiamo avuto la fortuna di assistere presso il Jagdish Temple, dedicato a Vishnu, a una cerimonia cantata, a cui sono accorsi centinaia di fedeli: le donne, in abiti coloratissimi, erano la maggioranza, tutte intente a intonare litanie affascinanti e coinvolgenti le une sedute accanto alle altre, in un turbinio di sgargianti e morbidi tessuti. Sempre a Udaipur, abbiamo toccato con mano cosa possa significare "benessere" in India: in alcuni quartieri della città infatti le case, abitate secondo la guida locale da "borghesi" e persone "importanti", avevano un aspetto pulito e solido, cosa che fino ad allora, nel nostro viaggiare per il Rajasthan, non ci era mai accaduto.
Dopo la visita a Chittogarh e al suo forte, l'arrivo a Pushkar, per l'irrinunciabile visita al tempio dedicato a Brahma, l'unico in tutta l'India, posto vicino al lago - anch'esso sacro - della città.
Prossima tappa Jaipur, detta città "rosa" (per le abitazioni così dipinte) ma anche città delle pietre preziose, con i suoi elefanti - a ridosso del forte di Amber, ridotti a puro e inutile divertimento turistico -, con l'Hawa Mahal, noto come Palazzo dei Venti (in realtà si tratta unicamente di una facciata, seppur splendidamente scolpita), ma soprattutto con il sorprendente osservatorio astronomico all'aria aperta (il Jantar Mantar).
Dopo Jaipur, ultima città del Rajasthan, il viaggio è proseguito verso la regione dell'Uttar Pradesh, dove il nostro autista Ratan ci ha accompagnato nell'ennesimo sorprendente luogo: la cittadina "fantasma" di Fatehpur Sikri, capitale politica dell'impero moghul, fatta costruire a perfezione dal re Akbar nel 1571 e poi abbandonata nel 1585. Proprio qui, a Fatehpur Sikri, data la presenza nel sito monumentale di una grandiosa moschea, la Jama Masiid, c'è stato per noi l'incontro con alcuni musulmani: non abbiamo potuto non notare la diversità nel rapporto con gli occidentali da parte di questi indiani di religione islamica. Rispetto agli hindu, infatti, il loro approccio è stato più diretto, meno rispettoso e molto smaliziato: noi eravamo ai loro occhi - è stata questa la nostra impressione - soltanto turisti da spennare.
Siamo arrivati ad Agra ansiosi di vedere finalmente una delle sette nuove meraviglie del mondo, il Taj Mahal, il mausoleo simbolo di amore eterno, fatto realizzare dall'imperatore moghul Shah Jahan, per celebrare il ricordo della moglie Arjumand Banu Begum, nota anche come Mumtaz Mahal, nome che in persiano significa "la luce del palazzo". Nessuna sorpresa, davvero, alla vista, durante le prime luci dell'alba, di questo mausoleo di marmo bianco, solo la profonda ammirazione per lo spettacolo di pura e solenne bellezza che avevamo davanti.
Dopo il malinconico saluto al nostro fedele autista, abbiamo proseguito il viaggio con il treno: la tratta Agra-Varanasi, disponibile solo in 2a o 3a classe, è stata quanto meno singolare. Già alla stazione, caldissima e piena di gente, avevamo avuto una avvisaglia che le cose non sarebbero state propriamente "semplici": un black out della corrente elettrica - era ora di cena - ha trasformato la stazione in un luogo di ombre sudate che si aggiravano come formiche operose in spazi ristretti. Anche noi, francamente un po' frastornati, ci siamo dovuti adeguare. Non ci aspettavamo granché sul treno, però segretamente nutrivamo la speranza che l'ambiente non fosse proprio pessimo. Passi la mancata divisione dei vagoni, per cui si stava tutti in una grande camerata, passi la scomodità delle cuccette - quello accade anche in Italia! -, ma l'invasione di strani insetti che soggiornavano allegramente dappertutto e la molto discutibile pulizia dei bagni hanno reso il lungo viaggio (circa 12 ore, praticamente tutta la notte) abbastanza difficile. (continua...)

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Pubblicato da nel 15 novembre 2012 alle ore: 10:50. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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