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Tra le braccia dell’India

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India, Jaisalmer, donna in attesa, ph.M.Apice

“Io avallo”: con queste ardite parole una guida conosciuta nella cittadina di Jaisalmer (India del Nord) e appartenente alla casta dei “bramini” (i sacerdoti) mi spiegava di essere d'accordo con l'intenzione di sua moglie di trovarsi un lavoro per aiutare la famiglia. E io ero lì a chiedermi se era più insolito avere di fronte a me un indiano, dichiaratamente legato alle tradizioni, che accettasse di farsi aiutare economicamente dalla moglie, oppure se fosse ancor più assurdo che questo indiano usasse, e correttamente, un termine italiano così rarefatto e desueto. Questo ragazzo, infatti, parlava uno splendido italiano, migliore anche di quello di molti nostri connazionali: certo, può sembrar strano immaginare un indiano adulto, padre di tre figlie, che non era mai uscito dalla sua città perché sua nonna non glielo consentiva, e allo stesso tempo utilizzava con grande padronanza termini come “procrastinare” e “delucidare”, oppure mi chiedeva di chiarirgli quali potessero essere i diversi significati della parola “nota”. Eppure ero meravigliata, ma non del tutto sorpresa: perché la realtà è che in India, come ripetono gli stessi indiani, è davvero tutto possibile. In quella terra affascinante e misteriosa, fatta di contraddizioni e speranza, intrisa di colori, odori e sapori persistenti e penetranti, ciò che non ti aspetti è sempre dietro l'angolo. Pronto a suscitare la più pura meraviglia.
Ma andiamo con ordine.
E' da diversi anni, ossia da quando ho conosciuto attraverso le pagine pasoliniane il paese dei Maharaja, delle mille culture e religioni, delle tigri e delle spezie, che ho sognato di assaporare un po' di quell'“Odore dell'India” che tanto aveva conquistato il poeta friulano nel lontano 1961. Il momento propizio per me è arrivato la scorsa estate, nel mese di agosto – curiosamente, cinquant'anni esatti dopo Pasolini. La temuta stagione dei monsoni non mi ha bloccato, anche perchè, avendo scelto un itinerario concentrato sul Nord del paese, per lo più desertico, sapevo che io e miei compagni di viaggio avremmo dovuto proteggerci dal caldo, e molto meno dalle piogge.
Appena scesi dall'aereo, Delhi ci ha accolto nel suo delirio confusionario: motociclette e tuctuc, automobili dal sapore antico e innumerevoli mucche, e poi ancora giardini, immondizia e un pullulare continuo di persone coloravano un mondo a noi estraneo, che quasi ci respingeva a un primo sguardo. Un'afa plumbea, asfissiante a condire l'atmosfera. Da subito, però, l'impatto rassicurante con il sorriso di Ratan, il nostro autista, e, di lì a poco, nostro vero compagno di viaggio, ci confermava ciò che avremmo finito con l'accettare come una verità assoluta: ovvero che in India avviene sempre qualcosa che non ti aspetti, e quello che ti aspetti, con ogni probabilità, è destinato a non avvenire.
Prime visite, ancora stanchi dal viaggio, nella parte nuova della città, con l'India Gate e l'imponente Bahai Temple. Poi il fascino del complesso del Qutb Minar, splendido esempio dell'influenza dell'architettura di origine islamica, e la Humayun's Tomb, fatta costruire nel XVI secolo su una piattaforma di arenaria rossa.
Il viaggio è entrato nel vivo il giorno seguente, con la fedele Toyota Innova, principale responsabile dei nostri spostamenti, in direzione della cittadina di Mandawa, prima tappa del tour che ci avrebbe portato a esplorare la regione del Rajasthan, spingendoci poi fino ad Agra e Varanasi. In uscita da Delhi, quella mattina, traffico infernale, ingorghi senza alcuna “ratio” e soprattutto uno strombazzare di clacson senza soluzione di continuità: le nostre strade cittadine intasate di macchine all'ora di punta mi sembravano un lieto miraggio in confronto a quello che avevo davanti agli occhi. Del resto, si capisce subito, e in maniera inequivocabile, che la vera colonna sonora dell'India è il clacson. Non è, come sarebbe da noi, un segno di protesta o di emergenza, ma a tutti gli effetti un'affermazione di sé che serve a indicare i movimenti, a dire “io sono qui e mi sto muovendo”. Basti pensare che ogni camion sul retro ha apposto un cartello che recita la scritta “please horn!”; quindi non suonare il clacson è quasi un segno di scortesia!
Mi sia permessa a questo punto una breve digressione sulla mobilità stradale in India, una delle prime cose che saltano agli occhi praticamente fin dal parcheggio dell'aeroporto. La popolazione usuale di una qualunque strada indiana, sia essa un piccolo vicolo cittadino o una delle strade extraurbane che collegano i principali centri abitati, è composta, in ordine sparso, da: motociclette con a bordo una, due, tre o quattro persone dai sei mesi ai novant'anni di età; autobus stracolmi delle autolinee più spartane; autobus meno pieni delle linee più costose; camion giganteschi carichi di persone e masserizie; pedoni intenti ad attraversare le strade guardando in alto o parlando ad alta voce con qualcuno alle loro spalle; tuctuc, ovvero piccoli tre-ruote con funzione di taxi, carichi di almeno sei-sette passeggeri; cammelli, pavoni, cani, topi e, saltuariamente, qualche elefante; infine le Tata Indigo e le Toyota Innova, segni distintivi delle macchine dei turisti. Su questo caos vociante e clacsonante regna incontrastata la mucca, animale sacro tra i sacri, che gli indiani, scherzosamente ma non troppo, considerano l'unica vera polizia stradale: in effetti si tratta del solo frequentatore delle strade per il quale l'indiano medio è disposto a frenare e ad aspettare che liberi la strada. Carreggiata, fondo stradale, linea di mezzeria, senso di marcia, precedenze sono concetti teorici per il guidatore indiano, indicazioni di massima, suggerimenti orientativi. Apparentemente è un caos ingestibile, ma la realtà è che gli indiani sanno benissimo cosa fare, e se i visitatori, i primi giorni, possono prendersi degli spaventi considerevoli, finiscono poi con l'abituarsi molto presto, tanto da sorprendersi, al ritorno a casa, dell'ordine noioso, silenzioso e poco funzionale del traffico cittadino.
Mandawa, la nostra prima tappa, si è presentata a noi sotto una lieve pioggerellina, solo un piccolo ristoro all'afa aggressiva. Poco più di un villaggio, le sue strade apparivano alla vista come un assaggio già amaro della povertà indiana. I nostri vestiti, le macchine fotografiche, le stesse scarpe da ginnastica ai piedi sembravano davvero provenire da un altro mondo. Subito l'incontro con la gente locale: decine di paia di occhi ci scrutavano desiderosi di capire un po' di più di quella strana umanità che avevano di fronte. E noi, al tempo stesso, se da una parte cercavamo di fare attenzione a dove mettere i piedi – il fango e l'immondizia erano un po' ovunque – dall'altra cercavamo di imprimere nella memoria ogni istante di quella “scoperta”. Non solo i tipici “haveli”  (antichi edifici decorati, con grandi cortili interni, in cui un tempo vivevano e lavoravano i mercanti con le loro famiglie) ma soprattutto le persone, per lo più ai margini di case e strade  (alcune coloratissime – le donne – altre vestite di tuniche bianche, quasi degli stracci, annodati alla rinfusa). Tutti comunque con una strana, rassegnata pace negli occhi, una serenità (purtroppo non contagiosa!) che presto avremmo imparato a riconoscere. Continuamente scrutati dai loro occhi indiscreti, ciò che più ci colpiva era il sorriso, mai negato, sempre esibito, a ogni nostro passaggio.
Il giorno successivo, siamo partiti di buon mattino e con grande emozione, perchè sapevamo che la tappa che ci attendeva sarebbe stata indimenticabile: dopo aver visitato la cittadina di Bikaner, con il suo imponente forte di Janagarh, ci siamo diretti infatti verso il Karni Mata, conosciuto come il Tempio dei Topi, a Deshnoke, importante meta di pellegrinaggi: secondo la leggenda, i topi sacri del tempio, infatti, sono la reincarnazione dei cantastorie tanto cari a Karni Mata, mistica donna indu personificazione della divinità Durga. Dopo aver tolto le scarpe, obbligo per ogni tempio, siamo entrati: il cancello aperto già mostrava i primi topolini che, sul limitare della soglia, non si azzardavano a uscire dall'area sacra, come se sapessero davvero che quella era la loro casa. Incredibile vederli liberi e indisturbati nelle loro faccende: i topi erano impegnati a mangiare, a correre, a litigare, e sembravano proprio non curarsi di noi. L'odore nauseabondo e la paura di essere toccati da quegli animali non certo piacevoli non erano riusciti comunque a rovinare la nostra visita. Quando un roditore mi è passato sopra i piedi, il nostro autista ha sfoderato il suo migliore sorriso, dicendomi: “Good luck!”. In India, ogni evento che accade viene identificato come qualcosa che determina in chi vi si imbatte la "bad luck" o la "good luck". Quindi, nel caso del topo, mi ero già guadagnata la mia dose di fortuna, eppure ancora non bastava. Si dice infatti che per avere buona sorte bisogna scorgere tra le migliaia di topi neri, quello bianco. Siamo riusciti a vedere per pochi secondi un candido esemplare, mentre si nutriva di zuccherini lasciati in segno di devozione dai fedeli. Missione compiuta, dunque. L'ultimo elemento di “good luck” sarebbe stato quello di mangiare uno degli zuccherini preventivamente assaggiato dalle sacre bestiole: in quel caso, in tutta franchezza, non ce la siamo sentita.
Quello era stato il nostro primo grande tempio hindu, nel quale avevamo potuto toccare con mano la grande spiritualità del popolo indiano: un afflato religioso fatto di gesti rituali, di litanie, e reale abnegazione. Tante volte infatti durante il nostro viaggio abbiamo incontrato centinaia di pellegrini che camminavano sul ciglio della strada, per lo più scalzi, alcuni con i bambini in braccio, tutti incuranti dell'afa e del sole cocente, pronti a percorrere decine di chilometri per raggiungere uno dei tanto agognati templi a cui affidare le proprie preghiere. Solo pochi fortunati hanno la possibilità di recarsi in pellegrinaggio con un mezzo di locomozione privato: chi non ha soldi va a piedi, i più fortunati potranno permettersi l'autobus solo per il viaggio di ritorno; altri si stipano su carri e autobus di fortuna, altri ancora vanno in motocicletta, anche in tre o quattro. Eppure mai, nemmeno una volta, ho scorto nei loro occhi o nei gesti un segno di cedimento, o di fastidio. Ecco perchè spesso mi sono chiesta quali pensieri affollassero le loro menti, quali fossero le preghiere, i sogni, le speranze da affidare a Brahma, Vishnu, Shiva, o ancora a Ganesha, Lakshmi, Krishna, per citare solo le più importanti tra le innumerevoli divinità del pantheon della religione induista. (continua...)

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Pubblicato da nel 15 novembre 2012 alle ore: 10:55. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

2 Risposte a Tra le braccia dell’India

  1. laura Rispondi

    29 gennaio 2013 a 2:52 pm

    Oggi pomeriggio,senza biglietto,senza aereo e senza valigia,come in un sogno ,mi sono ritrovata in India.E’stata un’esperienza senza pari,ho chiuso gli occhi ed ero lì tra la folla,tra la gente sorridente, nel traffico sconvolgente.Il calore mi avvolgeva ma tenevo duro,qualcuno mi regalava questo viaggio ed io volevo a tutti i costi portare con me le emozioni di questa Terra a me sconosciuta che mi turbava ma incuriosiva…..ma che succede?Il suono di un telefono mi scuote e mi vedo seduta a leggere un articolo sull’India di Marzia Apice,che miracolo è avvenuto oggi? ho trovato la risposta:una “grande”giornalista è stata in grado di proiettarmi in un sogno.La sua bravura è tale che riesce a far vivere i suoi scritti

    • Marzia Apice Rispondi

      29 gennaio 2013 a 6:12 pm

      Cara Laura, descrivere a parole le tante emozioni di questo viaggio in India mi è servito per imprimerle ancora meglio nella memoria. Con la promessa di tornarci un giorno…
      Ti abbraccio

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