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Roberto Magris: intervista all'”alieno” del jazz

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Roberto Magris

Roberto Magris, l'intervista. “One night in with hope and more…vol.1”: iniziamo dal tuo penultimo album. Un album all’impronta dell’eleganza, ancora una volta, e ancora una volta dedito alla lettura di pentagrammi magici dei maggiori interpreti di un jazz che ami profondamente….
E’ vero: sono il primo ad amare le cose che scelgo di suonare e spero di riuscire a farle amare (pur ai vari livelli in cui i diversi ascoltatori si trovano) anche agli altri, cercando di riproporre, rigenerare e rinnovare quegli elementi che sono la caratteristica della musica jazz e che la contraddistinguono inequivocabilmente (almeno per me) da altre musiche di oggi che pur contengono il concetto di improvvisazione o di variazione musicale. Nel mio approccio pianistico, poi, ho sempre cercato di tenermi lontano da "virtuosismi", "cerebralismi", "romanticismi" e da tutti gli "ismi" , mettendo al centro la musica e le sensazioni ed idee da trasmettere tramite la musica.
Una linea di continuità, la tua, che potrebbe fornire la Chiave di Volta per intuire il tuo senso delle blue notes…
Il blues è una componente essenziale del jazz ed è sempre presente nella mia musica. Ho composto numerosi blues ed in ogni mio lavoro c’è almeno un blues. Ma un blues di tipo jazzistico, da Parker a Coltrane o, se vogliamo, da Les McCann a Paul Bley…
Scegli Elmo Hope, Andrew Hill, Mal Waldron, in brani splendidi e amati soprattutto da chi meglio conosce il jazz, tuttavia composizioni meno note al grande pubblico. Uno studio filologico approfondito che senti come urgenza per le tue blue notes? Come mai?
Perché in questi musicisti ed in quei brani c’è la storia ed il senso del jazz. La vera essenza di questa musica si coglie, stile per stile e strumento per strumento, nella capacità di coniugare ritmo, melodia, armonia, swing (esplicito o implicito) e blues. Come musicista europeo di oggi sento la voglia e, mi si consenta, sento di avere la capacità per poter “operare” su una musica che sento mia da sempre, che conosco intrinsecamente, riassemblando e gettando nuova luce sulla tradizione del jazz.
Ho sempre immaginato la scena paradossale di un pianista di oggi che, conoscendo la lezione di Bill Evans, McCoy Tyner ed Herbie Hancock, fosse catapultato indietro con la macchina del tempo a suonare assieme a Charlie Parker. Sarebbe certamente reputato un genio. Non così un Bud Powell a suonare assieme a Coltrane. Si tratta di una questione di “progresso” e quindi di “aggiornamento della musica”? sembrerebbe di sì. Ma allora dov’è la valenza artistica in sé al di là degli stili? Non esiste nel jazz? Quello che è più “moderno” è per definizione meglio di quel che veniva prima?
Difficili le risposte. Per me però è molto divertente e stimolante suonare brani della tradizione usando soluzioni armoniche e stilistiche che provengono da tutta la storia del jazz. Come musicista di oggi conosco, ad esempio, il jazz modale ed il concetto della musica free, ed allora perché non dovrei inserire tutte le conoscenze che ho a disposizione per rivisitare la tradizione e, per certi versi, aggiornarla? Nel fare questo, però, non si deve dimenticare la valenza artistica di quel che si suona perché si tratta di musica, arte, e non di matematica o esercizio sportivo alla tastiera…
Come collocheresti questo tuo “One Night” all’interno della tua produzione? Un punto d’arrivo o un punto di partenza?
Rappresenta quello che mi piace nel jazz, nella formula del trio, e quello che è il mio mondo musicale (penso allo sviluppo degli assoli ed all’approccio creativo e propositivo, indipendentemente dal materiale musicale da cui si parte). Io sono oggi , in trio, questa musica.
Quale ricordo della sala di registrazione con la formidabile Elisa Pruett e l’eterno “Tootie” Heath? Come li hai convinti ad essere la tua ritmica? E’ solo una battuta, ma non è da tutti…
Giustamente io non ho convinto nessuno. Semmai viceversa non è stato facile convincere me a suonare i classici del bebop, 50 anni dopo, con Tootie alla batteria. Elisa l’ha scoperta già alcuni anni fa il mio produttore Paul Collins quando, dopo l’improvvisa scomparsa di Art Davis – che era il mio riferimento negli USA – si trattava di individuare qualche bassista di riferimento che potesse degnamente “sostituirlo”. Elisa è bassista ideale per me perché lavora sul ritmo e, avendo lavorato con Kenny Barron, conosce qual è il ruolo del contrabbasso in un trio. Tootie è un grande, ovviamente, e come tutti i grandi suona semplicemente quel che è la cosa migliore che uno possa aspettarsi che sia suonata, in ogni brano. Tutto si è svolto in studio con grande semplicità e naturalezza. Tootie, con il quale avevo già inciso in quintetto l’album “Morgan Rewind” sulle musiche di Lee Morgan, sapeva perfettamente che con me, anche in trio, non c’erano “sorprese” ed anzi c’era da divertirsi. L’esordio è stato: Roberto, l’ultima cosa che pensavo è che tu volessi suonare un brano di Elmo Hope… saranno cinquant’anni che non mi capita… e giù una risata…
Siamo rimasti in studio una notte ed abbiamo registrato, praticamente tutti alla prima take, una ventina di brani, un paio anche decisi sul momento. Ho notato che per Tootie è stata una session “celebrativa”, per non dire quasi “liberatoria”. Finalmente si è ritrovato a suonare di nuovo, in trio, proprio quel tipo di jazz che lui ha sempre amato. Non gli pareva vero. Ne è uscito felice e soddisfatto, io pure, il produttore raggiante anche perchè si è ritrovato con materiale per ben 2 album… A gennaio 2013, infatti, uscirà il vol. 2….
Passiamo a “Aliens in a Bebop Planet”: perché questo titolo?
Per due motivi. Il più evidente è che siamo dei musicisti di oggi (gli Aliens) che planano nel pianeta del bebop e riportano a nuova luce e rivisitano con gli occhi di oggi (ma anche con la conoscenza del ieri) quel mondo musicale che è alla base della nostra musica jazz. Il secondo motivo, più nascosto, è che in realtà il vero alieno sarei io… musicista “bianco”, italiano, nato, cresciuto e tuttora residente a Trieste, nel cuore della mitteleuropa, che, per qualche strano gioco delle reincarnazioni e con un karma musicale improbabile, si è ritrovato un produttore di Kansas City, di colore, figlio di un pianista jazz che si divideva le serate con Jay Mc Shann, che gli ha chiesto di fare un album (oggi) sulla vicenda del bebop... Beninteso, di farlo negli USA, a Kansas City, nella città di Charlie Parker. Il che è l’ultima cosa che, sinceramente, mi sarei mai aspettato nella mia vita.
Atmosfere raccolte ma anche andamenti bop molto progressivi, cosa lega gli uni agli altri?
In studio ho portato del materiale che avevo composto ed arrangiato appositamente per questa session, ma abbiamo suonato anche molto liberamente, includendo pure delle improvvisazioni istantanee e brani che non avevo previsto. Ho cercato di ottenere dai miei musicisti 2 ore di “creazione” controllata. In studio, quindi, la dinamica si è dipanata in base alle sensazioni del momento, non avendo preordinato una scaletta di registrazione; in realtà, neanche che ne uscisse un Cd doppio. Il legame è il “focus” sul jazz del periodo bebop, filtrato però – senza preconcetti stilistici o di sorta – dalla storia musicale personale di ogni musicista e dalla consapevolezza di suonare “al presente” e non rivolti al passato.
Riletture di Fats Navarro (“Nostalgia”), di Charles Thompson (“Robbin’s Space Bolero”), di Billy Reid (“The Gipsy”), di Kenny Clarke (“Nobody Knows”), di John Coltrane (“Giant Steps”) : quanto fanno parte del tuo bagaglio culturale e della tua sensibilità pianistica?
E’ chiaro che potrebbe facilmente vedersi un legame con il precedente album in trio “One night in with Hope and more”, ma invece le cose sono completamente staccate e non consequenziali. Dopo che l’anno prima avevo registrato il trio con Elisa e Tootie, su “input” del produttore Paul Collins nel corso dell’estate 2011 mi sono riascoltato, viaggiando in auto, le registrazioni storiche di Dizzy, Bird, Monk ritrovando nascosti nella memoria alcuni brani ed assoli che mi avevano colpito e che credevo di aver dimenticato. Così ho “portato tutto alla luce”. Il sassofonista Matt Otto lo avevo incontrato prima una sola volta ad una jam session al Jardin’s Jazz Club di Kansas City e ci eravamo molto piaciuti musicalmente. Poi, quando Paul Collins me lo ha riproposto per la session di “Aliens in a bebop planet” ho detto: ottima scelta! In realtà, non sapevo che come approccio stilistico fosse più “cool” di come l’avevo sentito in jam session e via via che incidevamo in studio di registrazione ho modificato alcune cose che avevo in mente ed ho cercato di valorizzare al meglio il suo stile per me sempre piò sorprendente (man mano che lo sentivo suonare in diretta mi venivano in mente Warne Marsh ed il suono di Herb Geller, che ben conosco avendoci suonato assieme tante volte, che si avventurano inusitatamente nei territori del free). Ed ho lasciato il giusto spazio anche all’energia giovanile ma consapevole del batterista Brian Steever e del bassista Dominique Sanders (entrambi dell’età di mio figlio attorno ai 22…)… kids…. a prima vista e nella sostanza… ma autentici talenti musicali neanche più tanto in erba, come si può sentire. Poi le percussioni di Pablo Sanhueza e la voce blues di Eddie Charles, che avevo già incontrato alcuni anni fa al Blue Room, hanno fatto il resto. Senza togliere con una certa dose di ironia-autoironia, che non guasta mai.
Nei brani originali di tua scrittura è possibile cogliere l’evocazione di un bop molto ampio ma anche molto personale: a chi hai pensato componendoli?
Anche se il mio pianismo contiene, come è ovvio per un musicista jazz europeo, riferimenti diversi e trasversali, mi riconosco essenzialmente nella linea Monk-Bud Powell-Randy Weston-Jaki Byard-Mal Waldron-Andrew Hill. Che significa: suonare possibilmente le note “giuste” cercando di tralasciare quelle che non servono, su un tappeto armonico fornito da accordi costantemente alterati (altrimenti che gusto c’è?) e cercando di sviluppare uno fraseggio poliritmico suonando a cavallo del ritmo. Questa ovviamente è una spiegazione così per rendere l’idea, dal momento che io semplicemente suono quel che mi viene e non mi metto a pensarci su prima a tavolino. Aggiungerei un ulteriore elemento: ho sempre considerato il pianoforte uno strumento a percussione e quindi, prima di tutto, ritmico (e non a caso nel jazz fa parte della sezione ritmica).
Abbiamo tutti la sensazione che suonare negli USA non sia esattamente lo stesso che esibirsi in Italia, o talvolta in Europa. Cosa cambia?
Che la conoscenza del jazz è molto più elevata da parte di chi ascolta e di conseguenza c’è miglior comprensione dei valori in campo. Ne consegue una notevole selezione ed una preparazione di base tra i musicisti che, professionalmente, in Europa non c’è. Poi, fortunatamente, non ci sono equivoci: chi suona la batteria sa che il suo compito principale è quello di tenere il tempo ed è proprio per questo che ha scelto di suonare la batteria, idem per i contrabbassisti che non si aspettano di fare assoli ad ogni brano. Diciamo che lì nessuno ha sbagliato strumento… e fortunatamente non c’è il rischio di incappare, come accade talvolta in Italia, nel batterista che suona “sospeso”o nel contrabbassista vocazione “contrappuntistica”. E poi negli USA ci sono ancora alcuni vecchi maestri, quelli veri, che magari non si sono mai mossi dalla propria città o dal proprio stato, ma che sono lì dai tempi di Parker o giù di lì… e se hai umiltà e voglia, hanno la capacità di portarti dritto a conoscere e riconoscere l’essenza del jazz. Riesci a capire perchè questa musica è nata e qual è il suo vero spirito. E ci sono anche i vecchi appassionati di jazz, che non hanno perso nulla di quello che è successo nel jazz negli ultimi 50 anni e che se tu glielo suoni lo sanno riconoscere ed apprezzare. Succede a volte anche in Italia ed in Europa ma, ovviamente, il jazz è nato negli USA ed in questo non c’è “jazz europeo” o “latin jazz” che tenga.
Non so immaginare adesso cosa ti passerà per la testa per il prossimo album…vuoi rifondare l’hard bop, dare nuovo impulso ad un jazz che talvolta smarrisce i colori del passato o forse suggerire nuovi passi ?
Molto banalmente, sono legato a quello che il produttore della JMood mi vorrà proporre ed ai musicisti che mi metterà a disposizione. Siccome ultimamente mi parlava di “big band” e so che conosce i miei lavori per la Soulnote con l’Europlane Orchestra (leggasi: arrangiamenti), penso che mi toccherà rispolverare le mie doti di arrangiatore self-made-man e vedere se mi riesce di fare l’alieno anche in questo campo (sicuramente dovrò muovermi più in zona Gerald Wilson ed Oliver Nelson, piuttosto che in zona ECM o Vienna Art Orchestra… giusto per intenderci, ma va benissimo così).
Cosa è cambiato dal primo Magris, attento esecutore e fine improvvisatore, al Magris attuale, più audace e consapevole della propria forza esecutiva e della propria sensibilità estetica?
Che oggi suono punto e basta. Non mi pongo problemi tecnico-stilistici né sto troppo a pensarci su. Siccome, a meno di errori gravissimi, negli USA in studio la prima take è sempre buona (visto che c’è chi paga lo studio) anche se magari uno voleva farne una seconda con un assolo migliore… ho imparato a pormi musicalmente così: la prima take è sempre quella buona o meglio, come mi ha detto Idris Muhammad, che ha passato una vita in studio di registrazione: “the magic is in the first take”. Per cui, inutile nascondersi, si suona quello che si sa suonare e si è quello che si suona. Ti dirò, alla fine, che è l’attitudine giusta ed è quella che, vivendo appunto senza “patè“ d’animo da spalmare sulla tartina, ti consente il massimo della creatività e, alla fine, della soddisfazione.
Sei consapevole di essere uno dei pianisti italiani più conosciuti al mondo? E’ forse per questo motivo che scegli, da tempo, di andare ad incidere negli USA con musicisti di primissimo ordine?
Sì, ne sono consapevole. Ma sono anche ben consapevole che altri non ne sono consapevoli.. e che comunque in ogni fase della vita bisogna sempre dimostrare di esserci con i fatti e non a parole. Negli USA, musicisti come Art Davis, Idris Muhammad, Tootie Heath, Sam Reed, ma anche Herb Geller in Europa, mi hanno accolto come “uno di loro”, compiacendosi che “pure” essendo europeo conoscessi così bene il linguaggio del jazz. Ed infatti è proprio una questione di linguaggio; se parli la stessa lingua inizi con il farti capire e poi puoi esprimere i tuoi pensieri e magari costruire assieme qualche ragionamento nuovo. Ho tante persone nel mondo che conoscono ed apprezzano la mia musica e, guarda, proprio in questi giorni mi ha scritto Brian Morton, quello della Penguin Jazz Guide, per propormi un’intervista su Jazz Journal International, ho ricevuto una mail da R.J. De Luke per un’altra intervista negli USA, nel numero corrente (dicembre/gennaio) della rivista Orkester Journalen, in Svezia, è pubblicata una doppia recensione di “One night in with Hope and more” e di “Aliens in a bebop planet”. Non capisco lo svedese, però hanno dato 4 stelle ad entrambi. Il che non mi sembra male per essere un alieno…

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Pubblicato da nel 31 dicembre 2012 alle ore: 0:20. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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