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“Riot”: l’impegno politico nel jazz con Leonardo Radicchi

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"Riot", Leonardo Radicchi

Il jazz italiano, ancora una volta, fonde suggestioni soul e funk con un linguaggio “puro” senza cadere nel tecnicismo strabiliante, cercando nella forza inventiva né languidi narcisismi né frasi spigolose, liberando piuttosto l’armonia nella ricerca di suoni particolari, che magari possano, limpidi e irruenti, “ustionare” in una narrazione che prenda spunto “da personaggi, tensioni sociali ed eventi che attraversano la società europea, americana e non solo”. Così dal comunicato dell’addetto stampa di Fiorenza Gherardi De Candei, da cui apprendiamo che il sassofonista “ha voluto approfondire un tema già presente, ma solo marginalmente, nel primo lavoro: la rivolta”. Nello stesso, viene ricordato come il sassofonista sia, indubbiamente, “personalità carismatica della nuova generazione di talenti del jazz italiano… già nel 2011 si è affermato con il suo primo disco da leader “I hear voices in my head", edito dalla stessa etichetta ed inciso con il collettivo Creative Music Front, ottenendo notevoli consensi durante i tour organizzati in USA, Messico e Italia. Presente anche su iTunes, Amazon e nei principali digital store, il disco sarà presentato in diverse location italiane tra cui la Casa del Jazz di Roma il prossimo 17 maggio."

“Riot” sembra abbandonare lo charme vintage per un passaggio veloce in un linguaggio straniante molto espressivo, nel quale, più che ironia, leggiamo pagine volutamente disordinate quale rimando, per così dire, sia all’estetica de “L’arte e volontà” di Arthur Schopenhauer, sia alla “necessaria inquietudine” di John Cage, sia al postmoderno interstilistico vertiginoso di John Zorn, al suo mordente tra free jazz e musica classica, ai riferimenti “grand guignol” come nella suite “Masada” (riferita alla “notte dei cristalli” ed al “pogrom” nazista del 1938, orrore del mondo) o al Grindcore con i Naked City, portentosa band con Bill Friesell alla chitarra,Wayne Horitz alle tastiere, Fred Frith al basso, Joey Baron alle percussioni, occasionalmente la voce impudica e “trash” di Yamatsuka Eye. Per l’appunto, l’occasionalità della voce: nell’album appare l’ascensione rarefatta e caustica dello “Stop And Go” di Marta Capponi (“Wait”) in linea con il solismo acido e urgente di Leonardo Radicchi, poi densa e oscura nell’ancestrale “People Who Say No”, idea corale nell’ostinato marmoreo di “Sing For Absolution”, ballad dalle soluzioni estreme, ispessite in un interplay drammatico con il Fender Rhodes di Lorenzo Cannelli, con il drumming tribale di Filippo Radicchi e con il groove elegante e “rèveuse” della chitarra elettrica di Claudio Leone.

Un brano prima della conclusione: “Blues For Yvan Sagnet”. Significativo che nella tracklist venga posto prima della conclusione: un grintoso swing senza trilli e portamenti alteri, quasi una voce di impegno colemaniano che pensiamo sempre necessario per chi intenda suonare jazz contemporaneo.
Ed appunto “contemporaneo” è il colore dell’epilogo”: “Sing for absolution”, visionaria cover dei Muse. Di quale “assoluzione” o “liberazione” si parli dal booklet non è dato sapere. Ma non importa, in questi tempi in cui di remissioni e affrancamenti ne chiediamo sempre più, primari e urgenti. Insomma è arrivato il momento che la musica ci ridica di ciò che viviamo, con un’enfasi diversa da quella con cui ha presentato esteti combattenti, cantori rivoltosi, fieri oratori insofferenti, irriducibili partigiani, disobbedienti ostinati nell’arco di almeno 150 anni (ma non quelli della siddetta “Unità” d’Italia).

Vogliamo ricordare alcune frasi incluse nel libretto che accompagna il cd: “una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non-libertà prevale nella civiltà industriale avanzata” (Herbert Marcuse, L’uomo a una dimensione); la sobria definizione di Albert Camus del “ribelle come colui che semplicemente dice no”; il ricordo di Yvan Sagnet, il camerunense che nel 2008 arrivò da noi e si iscrisse al Politecnico di Torino, e che per pagare le tasse universitarie cercò lavoro nelle campagne pugliesi, sollevandosi “contro il caporalato rischiando la vita per una democrazia diversa, battaglia che molti italiani hanno rinunciato a combattere” (Roberto Saviano). Un’ultima, per “Feeding a shark in a pool”:”ciò che porta alla ribellione non sono i dissidenti ma ciò che li ha creati; se si alleva uno squalo non lo si dovrebbe biasimare quando attaccherà”. Condividiamo, con grame speranze che la palude politica europea la smetta di far finta di non essersene accorta.
Non c’è arte senza un’idea, e “Riot” di pensieri ne suggerisce tanti. Un jazz d’impegno politico? Sì. E aderiamo all’assunto.

Leonardo Radicchi
Riot
Groove Master Edition, 2013
Leonardo Radicchi/Sax
Marta Capponi/Voice & Effects
Claudio Leone/Electric Guitar
Lorenzo Cannelli/Fender Rhodes & Elka Organ
Filippo Radicchi/Drums

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Pubblicato da nel 12 marzo 2013 alle ore: 0:42. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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