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Melania Petriello, Al mio Paese: dal libro al teatro, un no alla corruzione

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Melania Petriello, giovane giornalista, continua il suo percorso nel racconto della corruzione italiana: dopo la pubblicazione di  "Al mio Paese. Sette Vizi. Una sola Italia", libro edito da Edimedia, lo scenario si è allargato. Il libro ha preso le sembianze di un progetto più articolato, diventando altro, passando cioè attraverso un cortometraggio, uno spettacolo teatrale al teatro Eliseo (il prossimo 18 marzo la prima, e poi la programmazione di mattina destinata alle scuole), una serie di dibattiti e incontri con ragazzi e adulti. Un percorso, quello di Melania Petriello, che dal pluristilismo letterario del libro (scritto con nove giornalisti) ha affrontato dunque anche l'adozione di nuovi linguaggi, che, seppure apparentemente estranei alla pagina scritta, da essa hanno tratto linfa vitale. Ne abbiamo parlato con l'autrice.

"Al mio Paese" di Melania Petriello

Quali motivazioni ti hanno spinto ad affrontare il tema della corruzione?

I momenti di crisi ci spingono a liberare maggiore energie per chi crede che cedere alla logica dell'assuefazione non sia il risultato migliore. E ho creduto in un pomeriggio ordinario di lavoro che anche la nostra categoria dovesse e potesse dare un segnale. Nel mio piccolo ho radunato penne eccellenti del giornalismo che meglio ho conosciuto e con cui avevo già condiviso progetti professionali per chiedere un piccolo sforzo: dimenticarsi della notizia e mettere nero su bianco il destino delle notizie quando smettono di essere fatto del giorno e ancora non diventano memoria. Questi giornalisti si sono prestati gratuitamente a collaborare al progetto, che è poi nato grazie a Edimedia, realtà editoriale che lo ha pubblicato nella collana Pensiero Lento. Nel nostro bagaglio identitario italiano ci sono domande alle quali nessuno ha ancora risposto. Noi giornalisti che come categoria finché esisteremo avremo ancora il compito di porre domande soprattutto al potere costituito e dovremo continuare a farlo con tutti gli strumenti possibili senza delegare ad altri la responsabilità di cercare queste risposte. Le istituzioni deputate a produrre risposte devono riuscire a produrle. Noi abbiamo il dovere di raccontarle. Il titolo del libro Al mio Paese è significativo perché è a metà tra la dedica d'amore, nella convinzione che solo chi ama qualcosa o qualcuno può raccontarlo fin nelle viscere del suo malcostume, e il modo di dire "al mio paese si fa così", quindi una contestualizzazione geografica. Il libro è profondamente italiano, ripercorre pagine della nostra storia riscrivendo fatti di cronaca, personaggi, circostanze, aneddoti alla luce dei vizi capitali. Quindi, uno strumento narrativo che va di supporto al cronista per rimettere in discussione gli interrogativi di Stato.

Il libro ha fatto molta strada: dalla pagina scritta sei passata al cortometraggio, allo spettacolo teatrale, al convegno.

Diciamo che io sono convinta da sempre che il successo di un libro arriva quando il libro smette di essere se stesso. E se è vero che questo libro è nato da una volontà che è quella di mettersi in discussione e di mettere in condivisione un bagaglio di esperienze e anche di punti di vista, perché il libro ha assonanze, dissonanze, una pennellata dai cromatismi più diversi, ecco io mi sono impegnata nel dare seguito a questo progetto e sono stata fortunata perché ho trovato sul mio percorso belle menti che si sono unite. Al mio Paese mi ha dato l'occasione di incontrare grandi professionisti dal cuore grande e che evidentemente provavano la mia stessa sensazione di fronte al periodo che stiamo vivendo. Ognuno può fare qualcosa. Anche lanciare un grido d'allarme che non resti solo un grido ma che diventi costruzione può essere un piccolo segnale. Essendo un lavoro profondamente italiano io mi sono rivolta a tutte le altre figure della cultura italiana deputate appunto alla cultura. E il dato drammatico di questo paese, che abbiamo vissuto negli scorsi anni e che in parte viviamo anche oggi aggravato da un contesto di crisi generale, è stato far passare il messaggio, soprattutto ai ragazzi, che la cultura non faccia la differenza. Questo è stato per molti anni il paese della cultura e del sapere; ora è diventato il paese in cui meno sai e più hai possibilità di fare strada. E' questo il senso da cui nasce la corruzione. All'interno del nostro libro, dopo aver analizzato nella maniera più diversa i sette vizi capitali siamo arrivati alla declinazione di un ottavo vizio, l'impunità. L'Italia è un paese di impuniti, un paese che non dà l'esempio, che non ha la certezza della pena, una giustizia giusta, un lavoro corretto, una Costituzione applicata, una legge garantista. E' tutto una conseguenza di questo. Abbiamo perso il senso della decenza, e lo abbiamo perso tutti. Ecco perché spingere a una riflessione sulla corruzione che partisse non soltanto da quella dei grandi apparati, dei grandi appalti, quella cioè che fa parte del sistema, ma da quella che appartiene geneticamente al nostro essere italiani poteva essere un modo a spingere tutti a cercare le ragioni di questa crisi, soprattutto intellettuale, anche in noi stessi. E allora il libro è diventato un progetto. Prima un cortometraggio, scritto e diretto da Valerio Vestoso con le musiche originali del maestro Vanni Miele, in cui c'è molto il senso della memoria: che destino ha la nostra memoria se non ci sono più destinatari? Chi sono i destinatari? Qual è il cortocircuito che si genera tra mittenti e destinatari di un messaggio, e qual è il messaggio che deve passare, e se non passa perché? Il cortometraggio è uno spazio di interrogativi posto in chiave artistica. L'arte riesce a superare la dicotomia per arrivare poi alla sublimazione del messaggio. Poi è arrivato il mondo del teatro: ho avuto la fortuna di incontrare una persona meravigliosa che si chiama Lietta Ciacciarelli. Lei da sempre lavora nel mondo della cultura e coordina, insieme a uno staff di professionisti, una agenzia di promozione culturale che si chiama Itaca e che lavora al teatro Eliseo. Insieme a loro abbiamo deciso, analizzando il testo, che questa esperienza potesse diventare un allestimento teatrale, non solo uno spettacolo. Abbiamo iniziato a lavorare con Paolo Vanacore, scrittore, regista, drammaturgo, una persona che utilizza in maniera sublime le parole, per costruire insieme questo percorso per uscire dalla carta stampata statica e arrivare al movimento di uno spettacolo. Lo spettacolo è però soltanto liberamente ispirato al libro: come è successo per il corto, anche Vanacore ha utilizzato un input che il libro gli dava per costruire il suo percorso e per far muovere lo spettacolo dall'interrogativo, non solo interrogativo ma anche esclamativo, "siamo tutti corrotti". Lo spettacolo è stato scritto da Paolo che ha impiegato molto tempo a dimostrazione proprio dello sforzo neuronale che tutti abbiamo messo in questo percorso. E' stato affiancato anche lui da professionisti, ha coinvolto due bravissimi attori che sono Sebastiano Nardone e Stefano Abbati, i protagonisti di Al mio Paese, e soprattutto ha intercettato la volontà di una grandissima officina culturale, quella del Teatro Eliseo, che ha scelto di dare seguito al progetto. Non soltanto uno spettacolo teatrale ma una settimana di programma speciale dedicato al tema, per i più giovani e non solo: sempre all'Eliseo ci saranno incontri, dibattiti, mini inchieste, proiezioni per allargare la famiglia di Al mio Paese che sta cercando di raccontare quello che già sappiamo in un'altra chiave... o anche quello che non sappiamo.

Il coinvolgimento dei ragazzi: il lato pedagogico di Al mio Paese diventa fondamentale, nel momento in cui si riesce a far nascere nei più giovani il senso di responsabilità nei confronti del bene comune.

Esattamente. Il primo passo della cultura è porsi una domanda. I ragazzi oggi si pongono delle domande e per molto tempo questi interrogativi sono rimasti sospesi in un limbo di deroga della responsabilità. Ci sono delle istituzioni delegate alla formazione nel nostro paese come la scuola e l'università che stanno vivendo un momento di crisi importante. Non sono considerate al centro delle agende politiche, subiscono politiche di taglio trasversali, si confrontano con una società che è cambiata e che ha messo la conoscenza in discussione rispetto ai confini che non esistono più e alla sfida di una generazione che ha perso la fiducia nel senso di appartenenza... a qualsiasi cosa, al proprio paese, al proprio territorio, all'Europa che non è diventata l'Europa dei popoli, al mondo che pone solo nuove sfide senza trovare chiavi di soluzione. Chi aiuta la scuola, chi supporta in questo percorso che non è solo di formazione ma di indirizzamento alla professione? I ragazzi si guardano intorno: leggono i giornali, ascoltano la televisione, attraverso internet sono molto più informati della generazione di prima, ma diversamente dai loro padri non credono di poter fare la differenza. Non credono di essere migliori della società costituita che oggi governa il nostro Stato, hanno perso fiducia in se stessi.

E' legittimo chiedersi se "siamo tutti corrotti"?

A questa domanda tutti i ragazzi rispondono sì. E identificano le cause di questa corruzione in motivi storici, culturali, sociologici, e soprattutto identificano l'idea della corruzione con il nostro paese. Non credendo che l'Italia sia un caso isolato, ma hanno imparato a ricercare nel mondo le identità migliori. Noi siamo esterofili in una forma molto strana, lo siamo sempre stati, ossia mutuando dagli altri il peggio. Se siamo novantanovesimi in una qualsiasi classifica noi ci interroghiamo sulla posizione del centesimo, e non su quella del novantottesimo che ci ha preceduto. I ragazzi intervistati e sentiti con Valerio Vestoso per il progetto all'Eliseo, cercando di indagare la percezione della corruzione, hanno risposto che geneticamente e culturalmente noi siamo corrotti, che in questo paese la spintarella ha fatto sistema. Perché la politica che loro conoscono degli ultimi venticinque anni, nel passaggio dalla I alla II Repubblica, è stata identificata come un sistema culturale: i ragazzi credono che il merito sia una parola svuotata di senso.

Legale e illegale: un confine quindi molto labile, anche per i ragazzi?

Molto labile, i luoghi e gli spazi associati per definizione alla legalità per i giovani non lo sono più.

Anche in contesti "micro", aldilà del grosso scandalo...

 Esatto, loro guardando intorno hanno percepito le storie di malcostume. La difficoltà è aiutare i ragazzi a individuare nel paese dei sette vizi le sette ipotetiche virtù. Tutti i ragazzi hanno un'incredibile voglia di restare in questo paese ma si sentono spinti da più parti ad andare fuori, a mettere il proprio apparato culturale a disposizione di paesi che abbiano voglia di investire. Il fatto che i ragazzi considerino questa società chiusa a qualsiasi possibilità di sviluppo è la morte di questo paese. Noi abbiamo associato all'America l'american dream perché sapevamo che lì, su dieci idee buone, almeno una vinceva. Loro sanno che qui su dieci idee buone dieci idee sono già morte. E comunque in un'ottica di corresponsabilità, i ragazzi identificano anche in loro stessi questa responsabilità. Loro forse sanno di non fare abbastanza, ma non sanno come, dove, quando. La differenza è che la generazione precedente aveva degli spazi di progettazione e condivisione, erano i partiti politici, le associazioni cattoliche, le organizzazioni laiche, i movimenti estremisti; cioè nel buono o nel cattivo c'erano degli spazi di militanza nei quali i ragazzi della generazione di prima si sono identificati. Oggi nel vuoto cosmico dettato anche dalla rete i ragazzi non li hanno più. Loro sono molto meglio di come abbiamo imparato a descriverli: non ci stanno nella dicotomia peggiori o migliori, non ci stanno a essere inglobati con una società di mediocri con poche punte di eccellenza che devono andare fuori per veder rispettato il principio del merito. Ma dove partire?

Nell'ottica a cui ci rimanda il progetto globale di Al mio Paese, quale potrebbe essere il ruolo dei giornalisti? Quale la responsabilità? Si dice che i giornalisti non servano più, perché chiunque può fare informazione: le tecnologie e la rete hanno aperto una nuova strada.

Io sono affascinata dal principio di democrazia della rete e, se la prima rivoluzione culturale l'ha fatta la televisione, abbattendo i numeri dell'analfabetismo e portando la cultura anche più bassa nelle case degli italiani, credo che oggi la rete abbia permesso a tutti quanto meno di confrontare le notizie. Ma non mi arrenderò mai all'idea che per fare il giornalista basti avere un cellulare con fotocamera o la capacità di origliare qualcosa. I giornalisti hanno il dovere di dare delle notizie e di offrire strumenti di comprensione delle notizie. Il dramma della nostra professione è che ci sono i precari per strada a raccogliere le notizie e gran parte dei giornalisti dietro alla scrivania a fare gli editorialisti da scrivania. E allora se è vero che non basta un cellulare o una penna per fare il giornalista non basta nemmeno un mouse e una poltrona per dettare le regole del mondo. I giornalisti hanno questo dovere perché non esiste società democratica che prescinde dagli organi di informazione. E il rapporto con il potere deve essere di messa in discussione. Noi siamo nella situazione paradossale, da caricatura, in cui il giornalista dice: 'la prego fornisca le risposte alle mie domande'. Dall'altro lato c'è una società arrabbiata che pretende di avere delle risposte.

Il discorso ci porterebbe lontano, quanto meno a chiederci quale sia il rapporto dei giornalisti con gli editori che li pagano...

Io non credo ci sia una stampa buona o una cattiva: spero di lavorare in una stampa di responsabilità. Una stampa di responsabilità sbaglia ma non deroga tutti i principi del paese delle meraviglie a qualcun altro. Un minimo ruolo ce l'avremo? Anche quello di offrire delle interpretazioni, anche quello di stare con occhi e orecchie aperti. Il quarto potere è diventato il terzo, il quinto, il decimo a seconda delle circostanze. Al netto di questo ritorniamo al principio della credibilità: una fonte va verificata, il dato va fornito quando è preciso, il dossieraggio non è giornalismo ma è dossieraggio, lo sputtanamento non è giornalismo ma è sputtanamento, non esistono domande buone o domande cattive, sono le risposte che si devono adeguare, non esistono tempi peggiori degli altri. Anche il catastrofismo non dovrebbe appartenere alla nostra categoria: noi analizziamo il contesto mettendoci dalla parte di quelli che il contesto lo guardano. Il giornalista nasce come osservatore: riprendiamo ad osservare le cose. Nonostante questo io non credo che il giornalismo sia malato e non imputo al giornalismo più colpe di quelle che gli spettano. La nostra professione ha grandi professionisti e grandi millantatori, come accade ovunque, con la differenza che nel nostro mestiere i millantatori hanno una cassa di risonanza molto più alta.

Raccontare la corruzione uscendo dalla pagina scritta e utilizzando i linguaggi del cinema e del teatro, passando attraverso il dialogo diretto con gli adulti di domani: una sfida da cogliere per raggiungere il maggior numero possibile di persone?

Parto da una provocazione: in questo paese gli intellettuali sono morti con Pasolini, con Calvino. Non esiste più, per fortuna o sfortuna non lo so, quell'intelligenza che smuoveva il potere, che faceva leva su tutti gli strumenti di comunicazione, dal cinema, al teatro alla letteratura. Un po' come hanno fatto le avanguardie: gruppi di persone che volevano dire qualcosa e che cercavano disperatamente spazi per farlo. Oggi non so se esistono o se non hanno fortuna o se devono sgomitare. Io sono convinta del fatto che un messaggio per essere efficace deve essere veicolato in più forme e sotto diverse sfaccettature. Il cinema ha l'immediatezza di un linguaggio che sui ragazzi produce appeal, le parole in immagini hanno una capacità di calamitare l'attenzione inimmaginabile, la carta stampata resta come documento di quello che siamo, internet serve alla veicolazione, il teatro resta il palcoscenico di ciò che siamo diventati e diventeremo. Inglobare i ragazzi in questo percorso chiedendo a tutti: quale è la parte che più ti interessa? Dove credi di poter esprimere il tuo punto di vista? Noi stiamo dando un'opportunità a tutti e ci siamo messi tutti in discussione. Abbiamo chiesto a tutti di venire a dire e a fare la propria parte, dall'attore al magistrato, dal professore all'organizzatore culturale, dal ragazzo al giornalista. In questo percorso siamo stati affiancati da Repubblica che ha lanciato, sulla base di nostri input, con il teatro Eliseo un contest redazionale 'Legalità come libertà', chiedendo a tutti i ragazzi delle scuole d'Italia di raccontare storie di illegalità attraverso la pagina repubblica@scuola. I ragazzi, che hanno capito perfettamente la traccia, hanno prodotto centinaia di elaborati straordinari, tutti visibili sulla pagina repubblica@scuola per la durata del contest, focalizzando la corruzione nel loro piccolo, lanciando dei segnali d'allarme, chiedendo aiuto, chiedendosi anche come poter essere d'aiuto. L'elaborato migliore verrà premiato il 18 marzo all'Eliseo. Nel resto della settimana cercheremo di raccogliere alcuni degli input che i ragazzi hanno lanciato: questo contest è stato uno straordinario specchio dell'Italia che può diventare. Questi ragazzi sono occasioni, sono potenzialità, che, se non sfruttate, restano un deposito meraviglioso di idee non sfruttate.

Al mio Paese dove ti porterà?

A fare altro! Io non mi considererò mai una scrittrice, anche se ci saranno in cantiere nuovi progetti di scrittura. Preferisco considerarmi una giornalista prestata poi ai vari strumenti per rendere più forte il messaggio. Sicuramente l'idea dei percorsi corali mi stimola molto: io non credo negli uomini soli al comando e quindi neanche negli uomini soli con un'idea buona, ma credo che le idee camminino sulle gambe degli uomini. Ho intenzione di continuare a intercettare e spero di essere intercettata da persone che vogliono dire la propria su qualsiasi tematica: e lì sono pronta a sporcarmi le mani, a scendere in strada, chiudermi in una mansarda e scrivere... Le sollecitazioni ci arrivano da fuori, dobbiamo noi tenere attive le antenne. Per cui credo che sulla scia di Al mio Paese, che è stato il primo esperimento, ci saranno altri paesi da raccontare e in questo il guanto di sfida è lanciato. Spero che qualcuno insieme a me lo colga.

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Pubblicato da nel 14 marzo 2013 alle ore: 13:20. Archiviato sotto Interviste,Libri,Teatro. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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