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Nico Catacchio: tradizione classica nel respiro contemporaneo

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Intervista al musicista Nico Catacchio, in occasione dell'album The Second Apple, Fo(u)r 2012.

Nico Catacchio: tradizione classica nel respiro contemporaneo

Un album molto intenso e sentito il tuo.  Avremmo la tentazione di dire “quasi autobiografico”, intuendo qualcosa anche dai titoli dei brani…

Io credo che sia arrivato di nuovo un momento storico in cui artisti, intellettuali e musicisti debbano esprimere qualcosa di reale e a contatto con la realtà delle cose, degli stati d’animo e dei sentimenti. La spropositata produzione musicale degli ultimi venti anni ha portato ad una assuefazione pericolosa (oltre che ad una produzione non sempre eccellente), dove quasi tutto si è già sentito e la cui conseguenza è la sordità emozionale. Complice la consuetudine di produrre musica e CD solo per esserci (e come biglietto da visita per trovare opportunità di lavoro) o per dimostrare le proprie capacità tecniche. Ma tutto ciò non interessa il pubblico che si allontana sempre più dalla musica e dal jazz in particolare. Il jazz deve uscire dai suoi confini ristretti di una minoranza autoreferenziale e in via di estinzione e diventare musica trasversale, veicolo di messaggio emozionale. Per questo il mio album può dirsi certo autobiografico perché c’è in sintesi il mio vissuto e il mio presente. Ma non vuole essere la mia “celebrazione” come musicista. Vorrei fosse di sostegno alla vita di chi ascolta. E chi ascolta vi ritrovasse non Nico Catacchio ma le proprie emozioni. In questo sarebbe sempre importante ricordarsi della lezione di John Coltrane.

 Un’atmosfera “cool” e di ampio respiro contemporaneo; quali consideri i tuoi punti di riferimento?

Sicuramente il mio essere europeo è parte importante della musica dell’album. Senza rinnegare o nascondere una vicinanza alle origini del jazz. Dal punto di vista compositivo attingo molto (in maniera consapevole o meno) alla musica classica che da questo punto di vista ha molto ancora da insegnare e dalla quale si può attingere a piene mani. Infatti i brani del CD spesso assumono la dimensione allargata di suite. Anche ciò in parte è dovuto anche alle mie origini rockettare dell’adolescenza, di certo rock sinfonico come quello dei Genesis ma anche di gruppi più “duri” come i Led Zeppelin. E poi c’è il mio amore per la formazione del piano trio, da Bill Evans a Keith Jarrett e a tutti i nuovi trii della scena newyorkese da una parte, di quella nord europea dall’altra.

Da una parte “The second apple”, brano di veemente espressività e di movenze interiori molto intime, dall’altra “Respiri”, una dilatazione affettiva scandita dalla tua performance fatta di poche note, essenziali, talora sognanti. Quale il trait d’Union che lega inizio e fine di questo cd che sembra davvero un “concept album”?

Uno dei miei assunti principali nella vita, prima ancora che nella musica, è quella di avere dinamica, cioè movimento. Solo dal movimento si può creare interesse e curiosità. Ma anche emozione. Anche la musica più bella e meglio suonata se non ha una curva dinamica pronunciata alla fine porta all’assuefazione e quindi al disinteresse, se non al rigetto. Come se mangiassimo il nostro piatto preferito due volte al giorno per mesi. Alla fine come minimo non ne potremmo più. Tra il primo brano forte e deciso (ma che ha anche al suo interno una dinamica fortemente pronunciata) e l’ultimo, che è sognante, etereo e delicato, c’è la possibilità di una tavolozza di colori enorme. Il suono è poi quello che lega il tutto. Grazie ad un suono bello, definito e riconoscibile (dato dalle voci dei singoli musicisti, dal loro amalgama e anche da una buona ripresa audio) è possibile creare dinamica all’interno di qualcosa di univoco.

Non necessariamente un “concept album” deve avere le caratteristiche dell’immediatezza, ma sembra che, al momento della realizzazione, forse tu abbia scelto le “first tracks”, le prime prove incise.

Devo dire che, grazie a Nico Morelli e Michele Salgarello, la qualità della musica del CD è andata anche al di là delle mie aspettative. Come purtroppo spesso accade abbiamo avuto poco tempo per provare, i brani sono complessi e hanno bisogno di essere interiorizzati per entrare a farne parte. Ma abbiamo da subito raggiunto una concordanza di intenti che si è tradotta in un bel risultato di unione ed emozione. In un paio di casi abbiamo fatto una sola take. Negli altri casi ci abbiamo lavorato un po’ di più realizzando due o tre take tra le quali poi abbiamo scelto. Sicuramente l’immediatezza e la freschezza dell’esecuzione è preferibile ad una perfezione formale ma fredda. Certo sarebbe bello entrare in sala di registrazione e non dover pensare all’orologio. Ma spesso avere delle limitazioni porta ad essere maggiormente creativi e concentrati. Il fatto di non avere la possibilità di sbagliare o di tergiversare porta diritti all’obiettivo. Sai di avere una sola possibilità, una sola strada davanti senza possibilità di tornare indietro. Certo può anche essere controproducente e pur di portare il risultato a casa si può rinunciare a rischiare, con la conseguenza di non arrivare a niente di emozionante. Ma non è stato certamente questo il caso.

Vorremmo esprimere apprezzamento per i tuoi partners, davvero eleganti ed in linea col tuo pensiero estetico. Intelligente e creativo il pianista Nico Morelli, puntuale e raffinato il batterista Michele Salgarello. Com’è avvenuto il vostro incontro?

 Io e Nico Morelli siamo amici da vent’anni, abbiamo condiviso molte esperienze musicali e non, anche se non suonavamo insieme da un bel po’ di tempo ormai. Avevo assolutamente bisogno di un pianista come lui aperto ma legatissimo alla tradizione, con un bellissimo suono e poi senza mai paura di rischiare. Veniamo entrambi dalla Puglia dove siamo nati e cresciuti. Anche se Nico ora vive a Parigi ed io a Modena non ci siamo mai persi di vista. Ci siamo sempre sentiti in vario modo (la tecnologia aiuta in questo) per raccontarci soprattutto la nostra vita. Con Michele condivido l’esperienza in trio del Laboratorio di Alta Qualificazione Professionale tenuto da Stefano Battaglia a Siena (come si vede il trio è una delle mie formazioni preferite). Io dico sempre che Michele è molto più di un batterista. Ha una sensibilità ed un’attenzione veramente speciali e che sa trasformare in suoni che colorano lo spazio del gruppo. L’importante per me, al di là della musica, è che condivido con loro una grande amicizia che, anche se molto diradata dal punto di vista degli incontri, riesce ad unirci. Ed è anche questo che fa il “gruppo”.

Uptempo, cantabilità, lirismo, circolarità del “riff”, vibrato, improvvisazione secondo le indicazioni di Keith Jarrett e, a volte, di Bill Evans. Quali caratteristiche senti più tue?

Come ho già avuto modo di dire prima, Bill Evans e Keith Jarrett sono stati sempre un po’ i miei fari… almeno per quanto riguarda il trio con pianoforte. Questo sicuramente anche per una vicinanza maggiore ad un’atmosfera europea: di certo non sono un contrabbassista nero. Anche se la cosa non mi sarebbe dispiaciuta. Sempre per un discorso di “dinamica della musica” è necessario mescolare nelle dosi giuste tutti questi elementi: up tempo, cantabilità, parti scritte e improvvisate, circolarità o percorsi lunghi e articolati. Non ho preferenze…cerco solo di capire cosa può servire in quel momento per creare uno stato d’animo o un’emozione.

Quale “chance” ti riconosci nell’ambito del contrabbasso moderno?

Nella famiglia degli archi il contrabbasso è lo strumento che negli ultimi diciamo cento anni ha subito un’evoluzione maggiore. Forse anche perché ha una storia più breve o comunque perché è uno strumento meno di primo piano e con meno legami con una tradizione di repertorio. Anche nella forma i contrabbassi sono tutti diversi, dal contrario degli altri archi che hanno assunto una standardizzazione dovuta ai grandi liutai del passato. Negli ultimi 15 anni poi, grazie anche all’evolversi della tecnologia audio, il contrabbasso riesce ad essere percepito meglio in concerto, con più qualità di suono (i vecchi pickup gli davano un suono innaturale).  Nel jazz ci sono contrabbassisti eccezionali che hanno raggiunto vette altissime nella tecnica e anche nella musicalità ed espressività dello strumento. Per quanto mi riguarda la mia ricerca è quella di percorrere una strada che ponga il contrabbasso come uno strumento chiaro, percepibile ed emozionante al pari degli altri. Ma questo non solo e non tanto per i musicisti quanto anche e soprattutto per un pubblico non “tecnico”.  Quando ho iniziato a suonarlo mi ricordo che alcuni amici che venivano ai primi concertini mi dicevano: ma non si sente!! Ecco io cerco di fare in modo che il contrabbasso si senta, sia chiaro, sia emozionante e presente anche nei soli (che spesso erano visti come il momento di relax e distrazione per tutti, musicisti e pubblico: ne girano di barzellette in merito). Ogni tanto mi diverto a registrare dei piccoli video in solitaria che metto su Youtube proprio allo scopo di mostrare che il contrabbasso può cantare. Questo ormai i musicisti lo sanno da tempo. Il pubblico un po’ meno.

Ti propongo qualche nome che, in qualche modo, rimanda, a mio avviso, al tuo modo di usare lo strumento: Ron Carter, Paul Chambers, Eddie Gomez, Charlie Haden, Dave Holland (magari più “bassista”…), Gary Peacock, Miroslav Vitous, e, naturalmente, Giovanni Tommaso. Nel fondo della tua preparazione tecnica sembra anche non estranea la tradizione mitteleuropea, kletzmer, magrebina.

Questi sono mostri sacri sui quali non mi sento di poter esprimere altro che non sia già stato detto. Da tutti ho cercato di prendere qualcosa…non fosse altro che una particella minima. Ma ne aggiungo qualcun altro in ordine sparso: Marc Johnson, Scott Lafaro, Arild Andersen, Lars Danielsson, Edgar Meyer, Ranaud Garcia Fons, Christian McBride, François Rabbath, Johnn Patitucci, Anders Jormin, Avishai Cohen. Sì, come vedi, ce ne sono molti del Nord Europa. Una parte del mondo dove c’è una grande tradizione contrabbassistica che ha creato grandissimi musicisti. Poi, suonando anche musica con radici etniche (non tradizionale), mi piace prendere anche da quel lato se possibile. Si insomma fagocito un po’ tutto. Forse troppo a volte. Vorrei fare un discorso a parte per quanto riguarda Giovanni Tommaso. Giovanni è stato il primo contrabbassista jazz italiano a suonare in maniera innovativa e moderna e con una tecnica evoluta. La cosa incredibile è ancora moderno e innovativo! La musica di due suoi dischi in particolare (VIA G.T. e TO CHET) sono stai importantissimi per me nel periodo in cui ho fatto il servizio militare. Mi hanno davvero aiutato a superare un anno assurdo. Questo mi ha legato a lui molto prima di conoscerlo. E’ una persona straordinaria umanamente e musicalmente e sembra ancora un ragazzo. Una forma fisica invidiabile. E io ho avuto il grande onore di avere le note di copertina scritte da lui. Grazie davvero Giovanni.

Perdona la banalità: a chi vuoi dedicare “The second apple”?

 Banalità per banalità lo dedico alle mie figlie Viola e Angelica. A volte quello che sembra banalità è una sintesi importante.

 Quali prospettive per te come “compositore”, visto che il cd comprende tuoi “originals”? Quale possiamo immaginare come tuo futuro progetto?

Avrei in mente tante cose ma bisogna che focalizzi l’attenzione solo su alcune. Mi piacerebbe fare un album monografico (in trio o quartetto) dedicato alla musica dei tre balletti di Tchaikowsky. Musica di una ricchezza melodica straordinaria già preda di saccheggio in passato, a cominciare dalla pubblicità. Ma per me è uno spunto per comporre brani originali (ne ho già diversi pronti) attingendo a quella ricchezza compositiva e a quelle emozioni. La mia parte più rock vorrebbe portare a termine un progetto già iniziato con musicisti della mia terra. Quartetto con chitarra, sax, contrabbasso e batteria. Musica anche qui originale composta in gran parte da me ma anche dagli altri membri del gruppo, che è un collettivo.  Prima o poi (ma spingo questo temine il più avanti possibile) vorrei registrare un album di standards. Secondo me un’impresa titanica perché alle spalle c’è una storia imprescindibile e dire qualcosa di nuovo è quasi impossibile. Quindi al momento cercherò di fare solo musica originale. Distillando un brano alla volta nel tentativo e nella speranza di dire sempre qualcosa di nuovo e soprattutto di riuscire ad entrare.

Nico Catacchio T(h)ree
The Second Apple
Fo(u)r 2012

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Pubblicato da nel 21 marzo 2013 alle ore: 0:31. Archiviato sotto Interviste,Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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