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Spazi infiniti virano nel jazz: Spaces, di Francesco Cataldo

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Francesco Cataldo, Spaces

Sono gli spazi delle nubi evocate dalla copertina a suggerire l’ipotesi interpretativa per l’album di Francesco Cataldo: “Spaces”, spazi ovvero alveoli di cielo, limiti liberi, interlinee per superfici sonore ispirate ad un universo positivamente “vuoto” e vasto. Appaiono, dunque, zone di ampio movimento jazzistico, abissi emozionali e frammenti ideati secondo una linea di scrittura aerea e intima, discreta e non di rado sfumata ed impaziente.
Nulla è più evocativo delle nuvole ritratte nella front cover, nulla è più disteso e rilassante. Le nuvole sono simbolo della fluidità ritmica che la Natura impone all’Umano, come nella pittura impressionistica di Monet, come nella poesia di Ungaretti, Pessoa e Baudelaire. Il movimento intuibile nell’immagine fotografica sembra essere il veicolo centrale di un’incisione antigeometrica, ideata più sui movimenti della Luna e del Sole che sul pensiero razionale e pitagorico della Musica. E’ questo, un fattore senz’altro costruttivo perché dovremmo sapere tutti cosa accade quando l’intelletto estremo prende il sopravvento.

La band ritrae una Vita composta di frenesie vibranti, ora declinate in suoni tronchi ed esuberanti , ora trattenute in variazioni tardo-romantiche, brune e circolari, disposte in obliquità nordiche, scandinave, sorprendentemente narrate in un epilogo (“The Rain and Us”) dal nitore ECM, contemporaneo e vicino alla Mitteleuropa danubiana che espresse superlativa creatività con i romanzi di Kafka, Svevo, Rilke, Musil, e con i trepidanti concerti di Beethoven, Schubert e Brahms.

Avvertiamo dunque il senso cromatico di Keith Jarrett, Jan Garbarek e Ralph Towner, ma anche, in modo scosceso e forse più rassicurante, la ricchissima e raffinata armonia del jazz newyorkese di note incisioni di Winton Marsalis e Joe Zawinul, a ben ascoltare anche di Cecil Taylor e Charles Mingus, anche se la definizione può apparire un po’ tardiva e marginale rispetto a ciò che accade oggi nella capitale culturale degli USA ove l’eterogeneità dei sistemi sonori sta producendo ensemble di grande versatilità e sicura linea innovativa. In ogni caso, dovessimo citare un riferimento stilistico, non potremmo fare a meno di ricordare l’eccellente attività che vede protagonisti del “contemporary sound”i distretti da Coney Island al Greenwich Village, dal Lower East Side a Manhattan. Ed in effetti, in tal senso, la timbrica e la dimensione emozionale risultano pulsanti e tonificanti, di segno peraltro mediterraneo (come sappiamo ben presente nel Queens o nel West Village), dimensionato nei pentagrammi originali di Francesco Cataldo così come nell’omogeneità stilistica dell’interplay: strumentisti attenti e sensibili, pronti al tocco pulito e fidente (“Algerian Waltz” nella bellissima lettura affettiva del sax di David Binney e del piano di Salvatore Bonafede), nel tributo coltraniano di “Siracusa”, nell’elegia raccolta di “Spaces”, nella potenzialità poetica di “Why” e “Your Silence”(tonificante pulsazione in chiaroscurali rimandi alle frequenze di Terje Rypdal), nella tensione lirica sentimentale e misteriosa di “Perugia”.

Nel “Trattato Logico-filosofico” del 1921 Ludwig Wittgenstein scriveva: “Esiste l’incomprensibile. Si mostra ed è mistico”.
Testo basilare della filosofia moderna, sembra in qualche modo ispirare la profonda lettura contemplativa che dello Spazio Blue fa questo pregevole e motivato “spazio”, inventato da uno dei chitarristi più disinvolti che ultimamente abbiamo ascoltato. Un dialogo sulla contemporaneità dell’evento jazzistico che riteniamo suggestivo tributo ad una visione del mondo trasversale, sottile e progressiva.

Francesco Cataldo
Spaces
Alfamusic 2013

Francesco Cataldo Electric & Baritone Guitar, Arrangements
David Binney Sax
Salvatore Bonafede Piano
Scott Colley Double bass
Clarence Penn Drums
Erik Friedlander Cello on 7

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Pubblicato da nel 18 aprile 2013 alle ore: 0:04. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

Una Risposta a Spazi infiniti virano nel jazz: Spaces, di Francesco Cataldo

  1. Pingback: Francesco Cataldo racconta il fascino dei suoi "spazi sonori" - 4ARTS | 4ARTS

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