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Francesco Cataldo racconta il fascino dei suoi “spazi sonori”

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Francesco Cataldo

Intervista a Francesco Cataldo, in occasione del suo album Spaces (leggi la recensione)
Qual è il significato del titolo che hai scelto per il tuo album?
L’ idea di “Spaces”, in questo caso “spazi sonori”, mi ha sempre affascinato sin da quando ho cominciato a comporre. “Spazi” significa dare, donare alla musica e agli strumenti che la eseguono un ampio respiro, cercando continuamente un equilibrio tra le parti. Il tentativo è quello di dare nei temi peso e identità ad ogni singola nota che compone la melodia, utilizzando molte pause, quindi molti spazi che possano dare respiro al sound di gruppo. Ogni nota che viene suonata sottrae spazio al silenzio, questo silenzio che spesso intimorisce il musicista ed in particolare il compositore. Il silenzio quindi, contrariamente a quello che comunemente si pensa, può diventare protagonista in quello che io immagino un cerchio sonoro. Per meglio chiarire l’idea, utilizzo spesso un ‘immagine: un cerchio nel quale i musicisti siano equidistanti dal centro che è la Musica, per darle linfa vitale. Proprio dentro questo cerchio stanno gli “Spazi”.
Allora potremmo quasi dire che la tua è una musica con un forte carattere autobiografico…
Credo proprio di sì. Silenzi, spazi, cerchio, sono tutte “immagini” che ormai accompagnano da anni la mia quotidianità in una continua ed incessante ricerca di equilibrio interiore; quell’ equilibrio di cui tutti avremmo bisogno per esprimere al massimo le nostre potenzialità e soprattutto la nostra personalità in ogni campo. Durante le mie giornate mi riservo spesso dei momenti di riflessione e meditazione e nel silenzio trovo molto spesso le “risposte” che successivamente mi sforzo di tradurre in musica. Credo che vivere la musica significhi proprio questo continuo porsi degli interrogativi e cercare le risposte dentro se stessi per poi comunicare di volta in volta gli “esiti” delle nostre riflessioni all’ascoltatore. Senza silenzio però non credo si possa andare molto lontano.
Com’è nata l’idea per “Spaces”?
L’idea di “Spaces” è nata dall’esigenza che ho appena descritto. Per dare un equilibrio alle parti, all’insieme, ed evitare inutili e sterili protagonismi strumentali, ho cercato di scrivere le melodie in modo tale che i temi possano acquisire assoluta centralità. Tradizionalmente nel jazz si cerca libertà espressiva nell’esecuzione dei soli, ma spesso (a mio parere) si trascurano temi e relative melodie puntando tutto solo ed esclusivamente sullo svolgimento degli assoli liberi improvvisati.” Spaces”, invece, significa proprio dare risalto ai temi, dare loro un’identità che possa regalare, donare delle immagini all’ascoltatore. Nella scrittura cerco continuamente di associare ad ogni frase musicale delle immagini, persone, paesaggi, eventi, in un mio personale processo emotivo che cerco poi di condividere con chi ascolta la mia musica. La musica, evocativa, ha il potere di regalare all’ascoltatore innumerevoli immagini, filtrate poi a livello personale dalla sensibilità di ciascuno; questo è il mio umile tentativo: evocare immagini, spazi, “Spaces”.
Condivido la tua idea; spesso ci si “salva” con l’improvvisazione, a fronte di temi poco significativi o addirittura banali. In realtà, questa è la grande lezione che ci hanno dato grandi compositori del passato. Nel presente non si incontrano spesso idee originali. Per quale motivo, secondo te?
Credo che oggi ci si concentri di più sul lato puramente tecnico della musica anzichè sul lato espressivo. Per esprimere quello che abbiamo dentro non basta conoscere, acquisire e padroneggiare determinati linguaggi, ma occorre “vivere” la musica. Per tradurre i nostri sentimenti in musica occorre prima viverli intensamente nelle proprie esperienze di vita per poi codificarli in musica; e per riuscire a scendere in “profondità” non basta possedere lo strumento ma bisogna utilizzarlo, metterlo a servizio delle proprie emozioni senza aver bisogno di “dimostrare”. Quando la musica diventa (come direbbe Joe Henderson) “Inner Urge”, “Urgenza Interiore”, allora e solo allora si riesce a mettere di lato il puro tecnicismo per dare spazio all‘ espressività ed alla profondità. Un ostacolo al raggiungimento della “profondità” ancora oggi è l’eccessivo e morboso attaccamento del jazzista alla trascrizione di assoli di grandi autori o esecutori: se ci si ferma al trascrivere qualcosa che è scaturito da una personalità, con la speranza di imitare, non credo si arrivi lontano in termini di originalità. A proposito di “profondità”, adoro utilizzare un’immagine per meglio rendere la mia idea: immagino la musica come il mare ed i musicisti come dei sub che esplorano il fondo sottomarino; alcuni riescono a scendere più in profondità, altri rimangono più vicini alla superficie.
Cos’è, allora, secondo te, l’improvvisazione? Quale ruolo assume nella performance? E, volendo approfondire, quale peso nell’esecuzione live e quella in studio (se è possibile pensare al solo come elemento pensabile in una sala d’incisione, senza contatto col pubblico)?
L’ improvvisazione rappresenta a mio parere l’ “Altare” della Creatività, sul quale si celebra e si contempla “l’Estasi” della Creazione musicale nel suo continuo auto-rinnovarsi; “Estasi” della Creazione proprio perchè creare in Musica ( come in tutte le arti) è una fonte unica di gioia e di piacere. Il problema che si pone successivamente è quello della condivisione col pubblico, con l’ascoltatore, nel momento in cui emerge, per la Creatività, il bisogno, la necessità di “espandersi” al di fuori del musicista-creatore. Il rapporto tra improvvisatore ed auditore si basa quindi sull’intento del musicista di rendere partecipe della propria sfera emotiva coloro che hanno deliberatamente scelto l’evento condivisione. Veicolo e mezzo per la condivisione è la “Comunicazione”. A questo punto ogni artista svela i propri “mezzi”comunicativi ed è qui che la questione dell’ improvvisazione diventa molto delicata; per trasmettere occorre notevole capacità di esternazione diretta e senza remore, dei propri sentimenti. Credo, quindi, che un requisito dell’ improvvisazione, soprattutto durante una performance live, sia questa capacità del musicista di lasciarsi travolgere dall’“Estasi”, di lasciarsi inondare dal fiume delle idee abbandonando però il proprio Ego. Quello che a mio parere rappresenta il più grosso ostacolo a questo processo è la chiusura dell’improvvisatore in se stesso, nel proprio tecnicismo volto a dimostrare, ad ostentare doti tecniche spesso fini a se stesse. Per quanto riguarda la mia ricerca personale, ogni giorno lavoro molto ( e faticosamente) sul mio lato comunicativo, cercando nella quotidianità, nell’incontro con gli altri, di essere il più “comunicativo” possibile; questo esercizio continuo mi aiuta poi, durante la performance, ad aprirmi sempre di più. In studio di registrazione però si pone per l’improvvisatore il problema dell’assenza di pubblico.L’ idea dominante che mi ha guidato durante le registrazioni di “Spaces” è stata quella di cercare a tutti i costi col gruppo, un’ immagine sonora chiara in cui ci fosse spazio per un’improvvisazione tematica, se così la posso definire; un’improvvisazione che, in mancanza di pubblico, fosse a servizio esclusivo dei temi e delle melodie principali, quasi come se si trattasse di “Canzoni”. L’ascoltatore nella sua intima e personale dimensione di ascolto, deve essere messo nelle condizioni di riconoscere e distinguere in un lavoro discografico delle idee chiare che gli consentano di risalire alla personalità, alla “voce” del compositore. Il concerto dal vivo sviluppa poi questo discorso che è stato precedentemente “accennato” in studio di registrazione.
Potremmo definire il tuo approccio alla musica come “globale” e al di fuori degli schemi mainstream? Si colgono “blue notes” ma anche movenze dilatate non solo in stile ECM ma anche, per così dire, schoemberghiane e raveliane, con passi tematici contemporanei e con un’intenzione di infrangere le tradizionali barriere di genere…
Si, il mio approccio alla musica ed in particolare alla composizione è globale. Dopo aver studiato la tradizione ed ascoltato innumerevoli autori ed esecutori, compongo senza pensare ad uno stile in particolare. Infrangere le tradizionali barriere di genere significa proprio dare totale libertà alla propria musica e permettere ai temi ed alle melodie di arrivare a chiunque ascolti, senza per forza recare uno specifico marchio storico, cercando unicamente di emozionare, dare emozione.
Giusto “eliminare le barriere”, del resto il jazz è nato così. Volendo riferirsi ad un repertorio differente dalle blue notes, quali musicisti scegli?
Sono follemente innamorato della musica del periodo barocco. Bach, in particolare, rappresenta per me (e credo per moltissimi musicisti) un faro, una guida nella ricerca musicale. Anche se appartenente ad un altro periodo storico, Bach è ormai riconosciuto come sommo compositore ed anticipatore di tutta la musica moderna. Ogni giorno studio le sue composizioni con la chitarra classica e confesso che ormai da anni dedico più tempo a questo che al “Jazz”. Ogni mattina per almeno tre ore adoro suonare le composizioni di Bach molto ma molto lentamente, direi esageratamente a rilento; questo “gustare” nota per nota diventa pura meditazione con lo strumento. Proprio questo lavoro mi ha spesso rivelato nuovi sentieri compositivi. Sempre utilizzando delle immagini (non ne posso fare a meno) associo la musica di Bach ad un’ immensa cattedrale in stile gotico. Mi è spesso capitato di trovarmi dentro una cattedrale e sempre immediata è stata la percezione degli “Spazi”.
La musica barocca, il post-michelangiolesco che anticipò il Rinascimento, diede vita all’ornamento e alla variazione della melodia,. Quasi una trasposizione delle novità stilistica della pittura. Quale valore assume, nel tuo modo di pensare la musica, il cosiddetto “ornamento”?
La necessità, l’esigenza dell’ “ornamento” musicale, come sappiamo, derivò dalla voce. La voce svolse un ruolo centrale nella genesi dell’ “ornamento” in quanto considerata come mezzo principale per l’ “ex-praessio” e libero dai limiti delle tecniche costruttive proprie degli strumenti musicali. Dall’espressività vocale con le sue inflessioni, con i vocalizzi e accenti (spesso improvvisati) derivò quindi la necessità di estendere tutto ciò anche agli strumenti. Molti secoli prima, anche Cicerone (De Oratore) faceva riferimento all’importanza di “ornare” il discorso per rendere l’orazione più gradevole. Ho fatto riferimento a questi dati storici, non per nozionismo o puro diletto, ma per arrivare a quello che per me rappresenta il concetto di “ornamento”. La melodia rappresenta, a mio parere, terreno fertile su cui poi l’ornamento cresce; al contrario, la melodia cresce e si sviluppa attraverso l’uso di note ornamentali. Nella ricerca della mia “voce” musicale miro quindi ad un discorso nel quale si possano alternare stati di “tensione” a stati di “riposo”, come quando un’ espirazione segue necessariamente un’ispirazione. In questa ricerca di “respiro” musicale, attribuisco funzione ornamentale anche ( e a volte soprattutto) agli accordi, all’armonia intesa proprio come movimento “ornamentale” delle parti. Sulla scorta degli insegnamenti di Bach e di altri geni compositori, mi ispiro anche al concetto di variazione della melodia, come un continuo evolversi ed espandersi delle idee musicali in un confronto incessante con l’ascoltatore. A tal riguardo,abbandonando per un attimo il periodo barocco, un altro genio che mi ha sempre affascinato è Chopin; nei Notturni si ritrova questo ritorno circolare alla melodia che si arricchisce sempre di più. Ispirandomi a questi maestri eterni, in “Spaces” ho voluto inserire un pezzo a cui sono particolarmente affezionato: “Your Silence”. In questo brano, suonato da solo con la chitarra baritona, mi sono concesso (forse di più rispetto agli altri miei brani) degli spazi “esclusivi” proprio per sperimentare il concetto di variazione su variazione.
Jim Hall, Charlie Byrd, John McLaughlin, Pat Metheny, Bill Friesell, magari passando per il rock…
Sono tutte pietre miliari della musica improvvisata; ognuno con un proprio carattere ed una voce personale e tutti accomunati da una dote unica: la Sintesi. I grandi hanno avuto questo dono, questa geniale capacità di trasmettere idee chiare con la loro musica. Proprio per questa capacità di fare “sintesi” musicale sono rimasti e rimarranno unici nella storia del jazz, della musica in generale.
C’è un autore del quale vorresti reinterpretare le composizioni?
Tra i grandi maestri che hanno segnato il percorso evolutivo del jazz, sono particolarmente legato a Bill Evans. I suoi temi sono semplicemente perfetti, equilibrati e lirici, totalmente “emotivi” ed evocativi. Se consideriamo il jazz attuale, rappresentato da innumerevoli temi molto complessi, alcuni a volte cerebrali, appesantiti spesso dalla ricerca del “difficile” piuttosto che dell’ “immediato”, ritroviamo (a mio parere) in Bill Evans un’ oasi di pace. Con la sua musica, eterna, Evans ci ricorda che il “respiro,” il “sentimento”e “l’immediatezza” sono caratteri imprescindibili ed ineluttabili per un compositore che voglia tradurre in musica delle emozioni. La musica di Evans, tra l’altro, si presta a mille interpretazioni proprio perché eterna.
Quali musicisti consideri tuoi punti di riferimento, e quali consideri oggi i migliori sulla scena internazionale?
Tra i tanti maestri, tuttora viventi, che la storia del jazz ci ha regalato è difficile immaginare una lista di preferiti; considero comunque particolarmente imprescindibili Jim Hall, Keith Jarrett, Charlie Haden, Pat Metheny, John Scofield. Tutti artisti geniali, alla ricerca della “sintesi” di cui parlavo prima ed in particolare compositori in continua evoluzione. Credo che i grandi della storia, passata e presente, rimangano in generale quelli che non hanno mai abbandonato come “bussola” la ricerca di uno stile personale, volto sempre ad evocare con il loro strumento e la loro penna di compositori delle immagini.
Parli spesso di “immagini”: se posso provocarti, quali sono i segni visivi “ storici” che porti dentro te? Qualche percezione estemporanea del mondo vicino a te?
L’immagine che accompagna le mie giornate è il cielo. Ogni giorno possiamo alzare la testa e guardarlo liberamente in tutta la sua naturale vastità, è un’ “immagine” fissa. Quando guardo il cielo lascio che i miei pensieri, le mie ansie, le mie paure e le mie gioie si disperdano in modo tale da “alleggerirmi” per meglio comprenderle e codificarle in musica. Le persone che mi stanno intorno, sono pure parte di questo mio “quadro” quotidiano: cerco di vedere o intravedere “il cielo”nei loro sguardi.
A che punto è, secondo te, il jazz italiano?
Il jazz italiano è (ed è stato sempre) molto ricettivo nei confronti delle altre culture. Oggi abbiamo innumerevoli grandi talenti di diverse età. L’ unica critica (se mi è consentito) che posso rivolgere in primis a me stesso e poi ai miei colleghi è questa: bisognerebbe essere più consapevoli della nostra identità musicale! Il musicista italiano, forte di un patrimonio artistico inestimabile e di tradizioni musicali popolari appartenenti alle diverse regioni, dovrebbe secondo me tradurre nel jazz le proprie radici culturali ancor più che inseguire ad ogni costo i percorsi svolti da musicisti stranieri. Quindi, sempre aperti alle altre culture, ma consapevoli di avere nel nostro paese una miniera di ispirazioni!
Postulavo, tempo fa, l’esistenza di un jazz “mediterraneo”: qualcuno si è riconosciuto in questa definizione. Secondo te?
Sono pienamente d’accordo. Il Jazz scritto e suonato da musicisti dell’ area mediterranea ha avuto e sempre avrà un’ espressività unica. Come dicevo a proposito del jazz in Italia, oggi la sfida sta proprio nel riuscire a portare avanti, nella composizione, questa “voce” mediterranea, unica ed inconfondibile.
Credo che l’area mediterranea abbia dato molto alle blue notes e non solo, ricordando il Tango o la Bossa Nova, la musica klezmer o quella mitteleuropea. Mi sembra che nelle tue scelte ci sia, in potenzialità, un’idea che congiunga il tutto….
Si, alla base della mia ricerca c’è commistione, unione, contaminazione, un “Tutto” che scaturisce dai miei studi ed ascolti. Ogni giorno mi confronto con diversi stili e generi musicali per lasciarmi ispirare senza barriere e frontiere con un unico scopo: arricchire la mia musica ed arricchirmi!
“Spaces” può essere un punto di partenza per una nuova avventura discografica?
Si, credo proprio di si! Ho ancora tanti brani da registrare; sicuramente, per una prossima avventura discografica, ripartirò da “Spaces”, continuerò a cercare “Spazi” interiori.
L’intuizione del futuro fa parte del tuo sound, cosa immagini accadrà nella tua ricerca di nuovi “spazi”?
Per il prossimo album ho già un’idea chiara dell’organico, dei musicisti, degli arrangiamenti, ma ancora non so cosa esattamente accadrà dentro i prossimi “spazi”. Questo non sapere del futuro, questa incognita, questa imprevedibilità mi eccita e mi entusiasma. Adoro l’ idea di abbandonare il mio Ego razionale, per dare spazio alla voce interiore, che ognuno di noi possiede. Quella voce “autorevole” che sa sempre e al momento giusto quello di cui abbiamo bisogno e che non ci abbandona mai, se ascoltata!
Mi sembra che, anche musicalmente, siamo in tempi in cui si traborda di Ego-centrismo come di Euro-centrismo o, politicamente, di Ovest-centrismo.
Abbandonare ogni giorno il proprio Ego, anche solo per un istante, permette poi di ritrovarlo subito dopo, e con molta più maturità e consapevolezza di prima!

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Pubblicato da nel 24 aprile 2013 alle ore: 13:33. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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