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Martin Tingvall: jazz “impuro” in salsa svedese

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Non conoscevo la musica di Martin Tingvall, e sono andato al suo concerto di solo piano senza sapere bene cosa aspettarmi. Sapevo che è svedese, giovane, suona in un trio che porta il suo nome, e si rifà alla musica popolare scandinava, così come al pop, al rock e al pianismo classico-romantico. La sua proposta è in effetti un connubio di tutto ciò, calato nella dimensione del discorso jazzistico, cioè nel territorio della scansione sincopata e dell’improvvisazione.

Martin Tingvall

Nonostante tali premesse, il risultato complessivo è però altalenante. In primo luogo per il materiale compositivo: dei circa dodici brani eseguiti, tutti di sua creazione, sono solo due o tre quelli in cui il mix di tali influenze risulta convincente; sono i pezzi in cui viene fuori la tradizione popolare svedese: melodie rarefatte e malinconiche, dalle cui nebbie sospese emergono delicate confessioni emotive, come la dedica al figlio appena nato o l’afflato patriottico di un solstizio d’estate, quando il sole rimane sospeso sull’orizzonte scandinavo, senza tramontare mai. Per il resto, le composizioni scorrono via alternando intenzioni più tenui a momenti estremamente impetuosi, ma che non lasciano mai veramente il segno; praticamente tutti i brani hanno una struttura da pop radiofonico (intro-strofa-ritornello) e mettono in evidenza una vena compositiva piuttosto acerba, molto distante dalla raffinatezza stilistica dei riferimenti classici a cui viene accostato. In sostanza, Grieg e Chopin sono miraggi assai lontani.

Per quanto riguarda l’aspetto interpretativo le cose migliorano, ma fino a un certo punto. Tingvall è senza dubbio dotato di un’ottima abilità strumentale, che gli consente notevoli escursioni dinamiche e esecutive, ma la vena del discorso d’improvvisazione non riesce mai veramente a prendere il sopravvento e superare il gesto tecnico; sembrerebbe, cioè, che il pianista rientri in quella folta schiera di musicisti molto preparati, che dopo lunghi anni di studio stabiliscono un rapporto con lo strumento così vincolante da impedirgli di esprimere una musicalità e una cantabilità più interiori, slegate dalla fisicità della relazione con lo strumento stesso.

Insomma, analogamente a quanto detto per la vena compositiva, anche quella interpretativa è ancora lontana da una piena maturazione: nell’inevitabile confronto con altri pianisti contemporanei dell’area scandinava, come Esbjörn Svensson o Jan Lundgren, Tingvall esce ridimensionato soprattutto per non aver ancora sviluppato una cifra stilistica riconducibile unicamente a lui. Tutto ciò è amplificato dalla dimensione del recital per piano solo: probabilmente il trio internazionale di cui fa parte rimane ancora il terreno più adatto alle sue attuali possibilità espressive; un posto più sicuro dove riversare la generosità emotiva e mischiarla al contributo poliglotta della sezione ritmica.

E’ da sottolineare che proposte come quella di Martin Tingvall hanno l’indubbio merito di avvicinare al jazz un pubblico diverso dagli appassionati: la linearità espressiva e la semplicità delle sue composizioni, il tentativo sincero di trasporre in musica emozioni profonde e universali, riescono a parlare anche a una platea poco abituata alla complessità di gran parte della musica afroamericana. Se poi l’artefice della proposta è giovane, piacente e vagamente impacciato nei modi, tanto meglio, se tali caratteristiche contribuiscono alla costruzione del personaggio mediatico, in cui possa riconoscersi una fetta di pubblico più vasta dei soliti habituès. Molti potrebbero obiettare che tutto ciò abbia più a che fare con il marketing che con la musica, ma si sa, il mondo della discografia è fatto anche di queste cose.

 

Martin Tingvall
Live Report
Auditorium Parco della Musica, Roma, 27 aprile 2013

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Pubblicato da nel 6 maggio 2013 alle ore: 0:03. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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