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I Bad Uok si raccontano con Enter

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Intervista al quartetto Bad Uok in occasione dell'album Enter (Auand 2013).

1. Bad Uok, ovvero?
A dire il vero il nome nasce prima del gruppo. Non ha un significato particolare , è più che altro un suono che si è poi scoperto plasmarsi bene a quello della band.

La band Bad Uok

2. Come nasce il Quartetto?
Nasce nel 2010 riunito dal batterista Andrea Grillini.
3. Da John Cage al Free, passando per il Jazz Rock: quale tratto unisce gli undici brani?
I riferimenti a questa o quella estetica sono forse più facilmente percepibili da un orecchio esterno. Ognuno di noi porta la propria esperienza, i propri ascolti e il proprio gusto, quindi i brani prendono una direzione che è un po' la somma di tutto ciò. Detto questo un tratto distintivo è sicuramente la complessità ritmica. Ciò è imputabile al fatto che la quasi totalità dei brani di Enter sono scritti dal batterista e ci sono voluti due anni di prove intensive e concerti perché arrivassimo ad un livello accettabile di naturalezza nell'esecuzione e libertà nelle strutture.
4. Possiamo considerare “Enter” un “concept album”?
No. I brani, almeno a priori, non hanno un tema concreto, da cui anche la scelta dei numeri come titoli proprio volta togliere qualsiasi appiglio a situazioni, sensazioni o atmosfere. Nascono e muoiono come tali. Ci sono sicuramente dei "concepts" dietro la musica: la sopracitata complessità ritmica, l'assenza del basso come tramite per svincolare gli strumenti dai ruoli ordinari. Lo si potrebbe considerare un album propedeutico allo sviluppo di un suono di gruppo e al destreggiarsi dei singoli in strutture complesse.
5. Quanta improvvisazione e quanta scrittura nella realizzazione di un album a nostro avviso leggibile come un “live in studio”?
C'è molto di tutte e due. I temi sono scritti nei minimi particolari spesso con dinamiche di incastri tra le voci, che si uniscono si separano e si completano. Anche nelle improvvisazioni c'è quasi sempre una ben definita struttura ritmica e una pulsazione chiara anche nei momenti lasciati vuoti, escludendo la seconda parte di congo, l'intro e l'ultimo piano solo. E' leggibile come un live in studio anche se c'è molto lavoro successivo di aggiunte e sovraincisioni. Un esempio lampante è il solo di chitarra in congo in cui sono stati registrati due soli sovrapposti.
6. Cosa pensate seguirà a questa vostra idea di jazz psicheledico, e permettetemi la dizione…
Stiamo già lavorando su brani nuovi scritti un po' da tutti i componenti. L'idea è di lavorare di più dal punto di vista armonico, con una pulsazione ritmica meno chiara dando l'illusione della semplicità e della calma laddove invece c'è magma che ribolle.

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Pubblicato da nel 14 maggio 2013 alle ore: 0:22. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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