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I primi quaranta anni di Claudio Deoricibus

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Claudio Deoricibus

Intervista al musicista Claudio Deoricibus in occasione dell'album Cuarenta
“Cuarenta” come i tuoi Quarant’anni….Hai voluto farti un omaggio ed è giusto. Ma da dove inizia il tuo percorso artistico?
Il mio primo disco, peraltro in vinile, risale al 1992 a Cagliari con un disco mix in stile Raul Orellana, ma il vero esordio come chitarrista solista è datato 1996 col mio primo album dal titolo El Mensaje. Hai infatti intuito perfettamente, Cuarenta è davvero un regalo che ho voluto farmi dopo un percorso di diversi anni.
Perché la scelta del Flamenco?
Assolutamente casuale, un colpo di fulmine di quelli musicali, da subito ad esattamente 8 anni sono stato catturato da un brano di chitarra spagnola ascoltato per caso alla radio ed ho sentito quel brivido e quel piacere nel sentire tutta quell’intensità e passione, che ho avuto immediatamente la curiosità di voler approfondire con altri ascolti, chiedendo l’aiuto a mio padre perché mi procurasse dei brani di chitarra spagnola da ascoltare.
Cosa senti di poter dare a questo Genere così antico, che affonda le sue radici “nel tempo in cui i Mori conquistarono la Spagna”? Si può innovare uno Stile così codificato dai meravigliosi passi di Joaquin Cortès ( forse il più grande ballerino di Flamenco, NDR), dalla poesia di Antonio Gades, dal canto di Estrellita Castro, El Pele, ed Enrique Morente, dalle letture di chitarristi straordinari come Paco de Lucia, Vicente Amigo e Manolo Sanlucar? Ma il Flamenco è davvero così codificato?
Il Flamenco ha avuto e continua ad avere una grande evoluzione, il tutto procede di pari passo con le esigenze. Nato privatamente nelle case dei gitani che sfogavano la loro rabbia e repressione per il loro non riconoscimento come popolo, gli stessi hanno poi capito l’apprezzamento da parte di un pubblico e ne hanno commercializzato la sua rappresentazione. Cosi negli anni a seguire fino ad oggi, i cantaores o i chitarristi come appunto Paco de Lucia, che per primo ha sentito l’esigenza di rendere il flamenco più estendibile ad un pubblico oltre i confini della Spagna e pertanto lo ha contaminato col Jazz, Blues, Funky, Musiche Latinoamericane, ecc., hanno appunto utilizzato dei canoni musicali o tecnici di altri stili per rendere il Flamenco ormai un genere assolutamente riconosciuto ed apprezzato in tutto il mondo. Personalmente non posso pormi tra gli innovatori del flamenco, peccherei non poco di presunzione e racconterei bugie, io dal canto mio sono semplicemente un autore ed esecutore del genere che lo racconta da un punto di vista molto personale, ciò che io suono è assolutamente il mio stile e racconta la mia vita, il mio modo di essere, sicuramente si tratta di un Flamenco nuevo dal carattere moderno e un po’ bizzarro, dove ogni tecnica utilizzata è puramente flamenca e dove tutto è reale, mi appartiene…. è il mio flamenco.
Oggi vive un Nuevo Flamenco, con gruppi come Ketama, Mártires del Compás, Los Malagueños. Cosa è cambiato, a tuo avviso?
E’ appunto cambiata la forma di fare musica, ognuno apprende il flamenco nelle accademie o in casa grazie ai parenti che già lo praticano e cosi ci si tramanda la forma tradizionale, però poi si rischia di fare tutti la stessa cosa, che a volte può essere un tantino retrò, se non ormai superata. Così gruppi o nomi come quelli che hai citato, a cui possiamo aggiungere Niña Pastori, Estrella Morente, Duquende, ma tanti altri partendo da chitarristi come Vicente Amigo, ecco che appunto nasce l’esigenza di avere una propria identità al passo con l’epoca in cui stiamo vivendo. Io personalmente ho avuto un grande suggerimento da un mio insegnante che è Roberto Corrias, che mi ha portato fino in Spagna e il quale resosi conto che, come dicevano appunto anche gli altri insegnanti, ero un indisciplinato, mi consigliò di cominciare a fare musica, perché aveva capito che io ero insofferente all’idea di contrastare i canoni sperimentando ciò che sentivo fortemente dentro di me. Una volta apprese le basi del flamenco comincia il vero percorso di un artista, musicista, cantante, ballerino o quant’altro.
Gli stili musicali del flamenco sono detti palos. Ne esistono più di 50, anche se alcuni di questi sono eseguiti molto raramente. Quali senti più vicini a te, e per quale motivo?
Premesso che non conosco tutti i palos, se non di nome, perché non basterebbero anni di accademia per apprenderli tutti e perché comunque quelli in disuso non li insegnano ormai più, io adoro il Tangos, la Buleria, la Rumba e lo Zapateado, che sono tra i palos più utilizzati e quelli che sicuramente più si avvicinano al mio carattere molto scherzoso e ribelle, ma adoro anche la malinconia e il romanticismo della Solea, mi piace l’Alegria ed ancora fuori dal flamenco, perché considerati a se, adoro la Sevillana, il Fandango, però la preferenza e la voglia di suonare la chitarra è più legata ai primi quattro che ho citato.
Alcuni palos vedono la presenza di chitarra, canto e ballo. Quando componi o suoni immagini qualche movimento diverso dal puro chitarrismo?
Si è cosi. Le mie composizioni sono assolutamente libere da canoni o impostazioni proprie della chitarra, compongo seguendo un istinto naturale dove lo schema può essere temporaneamente messo da parte e l’immaginazione diventa padrona della scena, tutto è vivibile e a volte la melodia chiave del brano è riferita ad una parte immaginariamente cantata o alcune parti ritmiche sono il suggerimento di parti che vengono rappresentate anche nel ballo, dipende, è un lasciarsi andare al flamenco come pura espressione dell’anima.
Quella Flamenca è una cultura fatta di entusiasmo ed estemporaneità, di poesia anche improvvisata e di accenti legati alla risposta emotiva del pubblico. E’ una limitazione per l’esecuzione in Solo?
No anzi è un vantaggio. Il Flamenco rappresenta un’incontrollabile passione, un momento in cui l’interprete e il pubblico interagiscono emotivamente creando una condizione di causa ed effetto, dove spesso il pubblico può caricare l’esecutore sottolineandone i passaggi più significativi. Il Flamenco rappresenta un momento di pura magia, lo spettacolo è il veicolo attraverso il quale si trascende dalla realtà per calarsi in un mondo fatto di acqua e fuoco, tali come le note della chitarra flamenca a volte cosi poetiche e a volte cosi brucianti, difficile anche solo da spiegare a parole.
Riferendomi alla domanda precedente: è questo il motivo che ti ha spinto ad incidere con uno dei migliori chitarristi italiani come Andrea Braido, lasciando spazio al Cajon , al sax (molto particolare un sax flamenquero…), al Darbuka e alla Tabla ?
Si, il risultato di quest’album era fondamentale, la mia chitarra da sola non avrebbe potuto raccontare una scena cosi intensa, dove proprio grazie allo straordinario intervento del grande Andrea Braido prima e di Marcello Mossa “El Niño”, Corrado La Ferla, Mohamed Said e Nicola Atzeni poi, è stato possibile caratterizzare ogni singolo brano, cosi come lo avevo immaginato al momento della composizione.
Perché hai rinunciato alla Voce, pure elemento storicamente portante dello Stile?
Una scelta stilistica, la voce è un elemento importantissimo anche nel Flamenco, ma volevo un album per celebrare i miei 40 anni, i 40 anni di un chitarrista e quindi ci tenevo fosse la chitarra, non solo mia, ma appunto anche di Andrea Braido, a raccontare questo percorso, come unica voce dei brani.
Parliamo di quelli che consideri i tuoi maestri.
Simbolicamente parlando io ho fatto da subito riferimento al grande Paco de Lucia a cui ho appunto dedicato il brano “Don Paco” contenuto nell’album, ma attualmente ce ne sono altri come Vicente Amigo, Tomatito, Gerardo Nuñez, Chicuelo ed altri ancora. Effettivamente devo invece molto alla mia formazione a due bravi maestri che mi hanno svelato i trucchi del Flamenco e sono Roberto Corrias e Manuel Lopez Romero, il primo anch’egli sardo, ma formatosi in Spagna, il secondo andaluso verace della scuola di Manolo Sanlucar (importante figura della storia della chitarra flamenca e non a caso maestro anche dello stesso Vicente Amigo).
Tre brani che consideri fondamentali per la tua formazione musicale.
Di quest’album sicuramente Don Paco, Sevilla e Tangos de los colores, brani in cui c’è un completo utilizzo della tecnica flamenca nelle sue molteplici forme.
Quali prospettive consideri possibili per lo sviluppo del Flamenco? Fusione con Elettronica, Blues, Jazz?
Credo che tutto sia possibile non solo con i generi citati, ma con tutto ciò da cui si possa generare una composizione diversa e dove il Flamenco possa essere caratterizzato da delle varianti insolite ma particolarmente piacevoli.
Immaginando un’altra vita: cosa avresti suonato e con chi?
Questa è una domanda davvero difficile, si perché sono davvero diversi gli strumenti che apprezzo al di la della chitarra, come il pianoforte, le percussioni, il violino, ma non solo, ogni strumento può essere ideale in un particolare momento, forse mi sarebbe piaciuto essere un polistrumentista e suonare con tutti, perché alla fine credo che non ci sia interprete o genere che non meriti di essere vissuto.
Al di là del Flamenco, cosa ascolti?
Sinceramente un po’ tutto, sono incuriosito dalla musica in tutte le sue forme e presto particolare attenzione a come ogni compositore o autore costruisca il proprio brano, cosi facendo scopro sempre cose interessanti e tengo la mente e l’orecchio allenati. Dal Jazz, al Rock, alla musica Celtica, a quella Mediorientale, Indiana, ma addirittura anche Hip Pop, se un brano è bello non importa che appartenga a uno stile piuttosto che a un altro, è sempre un piacere ascoltare ciò che ci cattura.
Quale progetto per il futuro?
Al momento la presentazione di Cuarenta attraverso il live è il progetto più immediato, in futuro non mancheranno gli altri album. Una cosa che spero è di avere ancora la possibilità di lavorare ad un nuovo progetto sempre con al mio fianco il grande Beppe Aleo e quindi Maria Rosa Moretti e Videoradio. L’incontro con Beppe Aleo è stata la vera svolta per la mia musica, non solo un grandissimo produttore, ma anche un grande musicista, capace di mettere in gioco tutta la sua ormai storica esperienza per rendere ogni lavoro, non solo mio ma anche di altri artisti della Videoradio, davvero unico.

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Pubblicato da nel 4 giugno 2013 alle ore: 0:40. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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