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Kekko Fornarelli racconta il “suo” jazz in continuo divenire

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Sarà il musicista Kekko Fornarelli, apprezzato a livello nazionale ed internazionale, ad aprire JazzUp 2013, il festival viterbese dedicato alle nuove proposte del jazz italiano, che si svolgerà dal 27 giugno al 7 luglio. Fornarelli si esibirà insieme con Roberto Cherillo proprio la sera di apertura della kermesse e presenterà al pubblico il nuovo progetto dal titolo "Shine - waiting for the unexpected".
Abbiamo chiesto a Fornarelli di raccontarci il qualcosa di più sulla sua carriera di "talento" del jazz.

Kekko Fornarelli al piano

Quali sono stati i tuoi inizi come musicista?
Ho iniziato da bambino, con gli studi di pianoforte classico, quando avevo solo 3 anni. Ovviamente, all’inizio si trattava solo di un gioco ma con il passare del tempo ho capito quanto in realtà la cosa fosse importante per me. Senza alcun tipo di forzatura, ho capito che il piano era il mio percorso naturale e istintivo. Quindi mi sono iscritto al Conservatorio, che però ho lasciato a 18 anni, quando ho scoperto per caso il jazz decidendo poi di intraprendere un percorso di studi meno canonico, viaggiando molto per incontrare e scambiare idee con musicisti in tutta Europa.

Sei uno dei musicisti jazz più apprezzati attualmente da pubblico e critica: come hai costruito il tuo stile o cosa ti ha più influenzato nel corso degli anni? 
Quando parlo del mio ultimo album Room of mirrors uso spesso l’espressione “jazz che non è jazz” per definire il mio stile. R.o.m è il mio terzo album, arrivato dopo un periodo in un certo senso “scuro” del mio percorso musicale. Ero un po’ insoddisfatto della mia musica, nel senso che mi sembrava di non riuscire ad esprimere me stesso e di essere troppo orientato verso la soddisfazione di un pubblico, quello del jazz, che si aspettava determinate cose da me. Con Room of mirrors  invece ho cercato di allontanarmi dal mainstream  per così dire, e di cercare qualcosa di diverso, che potesse farmi sentire "a casa" e che potesse far arrivare agli ascoltatori tutto il mio essere più intimo. Credo di aver allargato il mio pubblico, in questo modo, e di aver parlato anche ai “non intenditori” del genere.

Ci racconti qualcosa del nuovo duo con Roberto Cherillo?   
Il duo con Roberto è qualcosa in continuo divenire, che stiamo provando da alcuni mesi. Ci stiamo arricchendo l’un l’altro grazie ad uno scambio di contaminazioni ed idee estremamente vasto ed eterogeneo. Roberto ha una voce unica e, nonostante potremmo apparire molto diversi, la nostra sintonia musicale è assolutamente naturale e sorprendente.

Che tipo di musica e suggestioni proporrete al pubblico di JazzUp? 
Shine, il progetto con cui ci presenteremo al JazzUp, è un mix di suggestioni sonore che spaziano dal puro piano jazz (o non jazz...) all'elettronica, passando per il trip-hop anglosassone, i richiami all'Oriente o al nord Europa. Abbiamo cercato di sperimentare il più possibile la forma canzone, arrivando a volte a distruggerla. Sono particolarmente contento di poter presentare al pubblico un pezzo nuovo, che ho scritto appositamente per la voce di Roberto e che sarà incluso come special track nel prossimo album del mio trio a cui sto lavorando.

Quanto è importante per i giovani musicisti avere una vetrina come il JazzUp? 
In Italia al momento vi è una carenza  assoluta di spazi in cui potersi esprimere. Per questo, ben vengano occasioni come il Jazzup, soprattutto perché la direzione artistica si orienta su una scelta che va al di là degli schemi canonici del jazz tradizionale, scelta che non sempre riesce a trovare i propri spazi in altri circuiti.

In questi tempi di crisi sono aumentate le difficoltà di chi vuole vivere di musica restando fuori dal circuito commerciale?
Ovviamente sì, anche se l’idea di “commerciale” è abbastanza generalista. Io cerco di fugare qualunque tipo di omologazione, e faccio di tutto per innovarmi continuamente, quindi è particolarmente difficile. Ma ho scelto di farlo e non voglio abbandonare la mia strada.

Si fa un gran parlare dell'assenza delle istituzioni nella cultura: quali sono per te le emergenze da affrontare subito nella musica? 
E’ difficile rispondere sinteticamente ad una domanda così importante. Ritengo che il nostro Paese meriterebbe una trasformazione radicale nel modo di intendere rapporti tra le istituzioni e chi cerca di produrre cultura (e siamo davvero in tanti!). Ma finché non ci sarà un radicale rinnovamento ai vertici, generazionale e culturale, la vedo un po’ardua.

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Pubblicato da nel 25 giugno 2013 alle ore: 12:46. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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