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Francesco Cipollone racconta l’avventura di “Now or Never”

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Francesco Cipollone 4tet

La comparsa in scena di un sassofonista, legato a suggestioni diverse e ad una tradizione bop e modale tanto elegante quanto introspettiva, può, nel mondo attento delle Blue Notes, suscitare interesse e familiarità, specie se nella Forma se ne intuisce l’immediata intesa artistica con un Quintetto che ne sia perfetto veicolo per il lirismo e per l’inventiva. “Now Or Never” è un album elaborato su pagine di variazioni cromatiche avvolgenti e scandite da un’idea del Jazz variata in paesaggi densi di colori adatti ad un’avventura musicale dominata da una raffinatezza melodica sospesa fra classicità jazzistica e moderno senso del Romanticismo.
Il vigore Hard Bop vien declinato secondo la gentile affabilità del Nostro, spesso avvertita nella naturale predisposizione alla ballad e ad un interplay molto aperto, nel quale la disponibilità di Francesco Cipollone dona spazi significativi a comprimari di primissimo piano: l’atmosfera è quella di una performance da Studio newyorkese e (perché no?) da Club come tanti ne esistono a Roma e Milano. Jazz italiano, naturalmente, e, come spesso accade, di brillante spessore e grande coinvolgimento.
E allora cosa meglio che parlarne con lui?

Il tuo album dà la sensazione di essere un sincero e sentito omaggio all’Hard Bop, sottolineato da composizioni originali che, se da una parte rimandano a quel clima, è anche vero che seguono un percorso già magnificamente inaugurato dal jazz europeo, ed in particolare italiano. Quale sentimento ti ha spinto ad ideare “Now Or Never” (“Ora o mai più”) che, già di per sé, sembra una dichiarazione d’intenti?
Devo dire che questo disco era da quasi due anni che lo avevo in mente. Naturalmente non era fattibile all'epoca, innanzitutto perché ero in una fase cruciale della mia formazione artistica: dovevo completare il biennio a S.Cecilia (che mi portava via parecchio tempo), e contemporaneamente portare avanti il laboratorio d'improvvisazione a Napoli tenuto da Gianluigi Goglia che già seguivo da alcuni anni. Quest'ultima cosa era al momento la mia priorità, sentivo che il mio linguaggio era ancora troppo acerbo e (sopratutto dopo essermi liberato del Conservatorio) ho passato gli ultimi due anni a studiare tantissimo, sopratutto sui dischi (cosa che avevo fatto poco). Nel giro di due anni avrò trascritto e imparato a memoria un centinaio di assoli, senza darmi una regola fissa ma basandomi solo su quello che realmente mi colpiva e che secondo me avrei voluto suonare. Questa cosa, unita allo studio iniziale dell'armonia e dell'improvvisazione, basata su regole per così dire scientifiche, mi ha permesso di codificare il linguaggio di parecchi sassofonisti (ma non solo) e di gestirlo in maniera personale, magari permettendomi di creare delle frasi mie (anche se dopo un centinaio di anni comincia ad essere difficile parlare di originalità). Contestualmente ho sviluppato l'orecchio che, seppur predisposto, necessitava di un "allenamento". Sto facendo un giro lungo ma è necessario ad arrivare al significato del titolo che ho dato al disco: fin da quando ho iniziato a studiare jazz ho sempre vissuto con un senso di inadeguatezza dovuto al rispetto che avevo e ho tuttora per questa musica e i grandi maestri del passato. Naturalmente non credo sia sbagliato questo: non puoi sentirti bravo dopo che hai ascoltato Coltrane ad esempio (ma anche Parker…e altri cento almeno che non sto qui ad elencare). Con gli anni però ho iniziato a prendere fiducia e a suonare con gente che ritenevo molto più brava di me: questo mi ha fatto crescere molto perché dopo ogni figuraccia tornavo a casa e studiavo. Quando ho cominciato a suonare poi con musicisti come Pietro o Massimo mi sono detto OK, basta, se non lo faccio adesso il disco non lo faccio più (Now or Never): ho capito che non ti piacerai mai del tutto e soprattutto che non potrai mai piacere a tutti. Onestamente ritenevo di aver raggiunto un livello di maturità che mi avrebbe permesso di mettere in pratica quell'idea nata due anni prima e mi sono messo in gioco. Ho pensato "male che va lo butto"… e invece l'ho pubblicato!
Quali consideri i tuoi punti di riferimento da un punto di vista esecutivo e compositivo?
Per quanto riguarda l'aspetto esecutivo ho moltissimi modelli come punti di riferimento, che tuttavia sono cambiati nel corso degli anni. All'inizio naturalmente riuscivo ad apprezzare solo un certo tipo di jazz: ero affascinato dal linguaggio di Charlie Parker e di tutti gli interpreti di quel primo periodo, non riuscivo a capire ad esempio John Coltrane per intenderci. Con gli anni le cose sono cambiate: riascoltando Coltrane ho avuto una specie di folgorazione…sono letteralmente impazzito per quel modo di concepire l'improvvisazione e ho cominciato a riascoltare con grande interesse dischi che in un primo momento avevo messo da parte! Anche se Parker lo considero tuttora un punto di riferimento per me, perché solo adesso capisco che la sua genialità ha influito sul modo di improvvisare di tutti quelli che lo hanno seguito, i miei modelli oggi sono molti altri, e tutti molto diversi tra loro. Oltre a Coltrane, di cui adoro tutto, dal suono ineguagliabile alla costruzione rivoluzionaria del fraseggio e alla sua grande spiritualità, sono tuttavia affascinato anche da Sonny Rollins e Dexter Gordon (che pongo quasi allo stesso livello di Trane), ma anche Art Pepper, Hank Mobley, Cannonball Adderley, Bob Berg, Kenny Garrett, Joshua Redman, Chris Potter, Jerry Bergonzi… ce ne sono naturalmente molti altri anche e sopratutto non sassofonisti che adoro, ma parlando del mio strumento questi sono quelli che attualmente mi piace studiare. Come compositore non ho dei veri e propri modelli, sono affascinato da moltissime composizioni, a volte di cui non conosco o non ricordo il compositore, anche se ho molti nomi che ammiro da quel punto di vista, alcuni credo sia quasi scontato nominarli come Shorter, Monk, lo stesso Trane, ma generalmente cerco di rubare indistintamente da tutto quello che mi affascina, un po' come faccio per l'improvvisazione.
Qual è il primo disco che ti ha convinto a scegliere il jazz come tuo genere prediletto e quale ti ha spinto a fare della musica la tua professione?
Più che un disco sono state un paio di esperienze cruciali che mi hanno fatto conoscere e innamorare del jazz! Quando studiavo ancora musica classica feci per alcuni anni, tramite il conservatorio de L'Aquila, dei seminari in Slovenia, a Nova Goriza. Lì conobbi un sassofonista americano, Peter Epstein, che era stato ingaggiato per delle lezioni di jazz aperte a chiunque avesse voluto partecipare al di là dei corsi classici. In quel corso mi divertii moltissimo perché si creò un bel gruppo e soprattutto mi affascinò la personalità e la grande preparazione di Peter. Quando mi diplomai in musica classica era il Giugno del 2005 e con Gianluca Lusi, grande amico che già studiava jazz da qualche anno, decidemmo di seguire il Berklee College Clinic che si tiene tutti gli anni a Perugia nel periodo del festival Umbria jazz: quell'esperienza non la dimenticherò mai, ho trascorso quindici giorni immerso h24 nel jazz a contatto con grandi musicisti e giovani che come me erano lì per imparare. Ho ascoltato non so quanti concerti dal vivo, addirittura Oscar Peterson! Jam tutte le sere, lezioni, chiacchiere e musica dovunque. E’ stato tutto questo che mi ha fatto innamorare di questa musica! Da quel giorno decisi che era quella la mia strada.
Com’è avvenuto l’incontro con i musicisti che partecipano al tuo album? Quale clima si è venuto a creare in questa sorta di Live in Studio, dove ogni Take sembra frutto di grande spontaneità e sincera interazione?
Francesco Marziani è un grande amico che avevo conosciuto a Napoli grazie al laboratorio di Goglia e con il quale avevo già suonato in alcune occasioni. Pietro e Massimo li conoscevo personalmente già da un pezzo ma non avevo mai avuto modo di suonarci insieme, solo nell'ultimo anno mi sono deciso a collaborare con loro. Si, effettivamente la sessione di registrazione si è svolta come un vero e proprio live in studio, contrariamente a quello che mi aspettavo. Prima del disco avevo già suonato con quella formazione: erano dei concerti per me "preparatori" al disco, nei quali cominciavamo a suonare i pezzi originali, mettere a punto gli arrangiamenti e allo stesso tempo tastare gli umori del pubblico per vedere se e quale soluzione potesse funzionare meglio. Avevamo raggiunto dunque un grande'affiatamento e i pezzi cominciavano a girare bene. Nonostante questo, il giorno prima della registrazione, nel box di Pietro, con la scusa di una prova pre- disco sono uscite fuori nuove idee, bellissime, e il giorno dopo in studio si è ricreata la stessa magia e abbiamo registrato tutto in mezza giornata, facendo al massimo due takes per brano e senza sovraincisioni successive. Non mi aspettavo che andasse così, o forse lo speravo ma non credevo sarebbe stato possibile. Ho deciso di tenere tutto, anche cose che personalmente avrei voluto rifare meglio, proprio per non perdere quella spontaneità che mi era saltata all'orecchio già dal primo ascolto.
Hai scelto anche una Voce, fatto piuttosto insolito per un sassofonista che intenda proporre un proprio “discorso”. Certo è che Walter Ricci contribuisce non poco alla creazione di un’atmosfera molto particolare e soprattutto estemporanea, quasi da “serata di jam session”….
L'idea della Voce nasce dalla volontà di mettere nel disco anche “Miss S”, l'unica mia ballad ad avere anche il testo. Avevo già ascoltato Walter e apprezzato il suo grande talento poi, per una serie di circostanze che preferisco tenere mie, mi sono deciso a chiamarlo all'ultimo momento, due o tre settimane prima del disco. Naturalmente non mi sembrava il caso fargli cantare un solo brano e, visto che avevo intenzione di inserire uno o due standards, ho pensato che la cosa migliore fosse quella di farli con la voce, anche per dare maggiore coerenza ad un disco che si presentava come una calderone di idee che ad un certo punto avevo deciso di mettere insieme e raccontare. In realtà era proprio ciò che volevo: una sorta di autobiografia che raccontasse chi sono!
A mio parere, le tue composizioni sono molto intense e, più che ovviamente curate dal lato estetico, levigate nel cromatismo e nell’arrangiamento, specie nella ballad “All I Want”e nello swing di “Now Blues”. Da dove parte l’intuizione nel tuo modo di scrivere note?
Devo essere sincero, non sono in grado di scrivere a comando: ho provato varie volte ad impormi di scrivere qualcosa, dicendomi "adesso voglio scrivere un anatole, adesso un blues"… ma non ci sono mai riuscito. Tutte le mie composizioni nascono senza una mia precisa volontà, ma molto istintivamente, sicuramente dipendenti dai miei stati d'animo e quindi ognuna legata ad un periodo della mia vita. Molto semplicemente succede che un giorno in cui non ci sto neanche pensando mi siedo al pianoforte per giocare e mi esce fuori qualcosa di interessante che poi sviluppo, a volte subito, altre nel giro di qualche giorno, proprio come il pezzo che sto scrivendo in questo periodo…
Dove inizia la sensibilità nell’improvvisazione e dove finisce la cultura musicale? In altre parole: quanto senti di essere debitore ai grandi sassofonisti che fanno parte del tuo vissuto jazzistico e quanto pensi ci sia di tuo, profondamente tuo, nell’assolo?
Non saprei rispondere con esattezza a questa domanda. Quando ho cominciato a studiare jazz sono andato subito alla ricerca di un metodo che mi desse i mezzi per costruire gli assoli in maniera scientifica, perché ero convinto che imparando a suonare a orecchio avrei fatto troppi errori. Poi ho capito che solo quello non bastava e ho iniziato a studiare sui dischi, accorgendomi che questo tipo di approccio ti dà una cosa che difficilmente riesci a sviluppare su un libro: la spontaneità. Ho capito anche che prendersi dei rischi fa parte del gioco e dell'improvvisazione, anche nei dischi dei grandi si possono trovare molti "errori"(se così si possono chiamare). Se non sei disposto a questo reprimi la tua spontaneità, che è quella che ti permette di essere te stesso. Detto questo, credo che nessuno possa definirsi completamente originale, in ognuno, anche il più grande, si sente sempre qualcosa di quello che ha ascoltato e studiato. La vera originalità credo che stia nell'essere riconoscibile: se riesci in questo allora hai vinto.
Vorrei soffermarmi su un brano in particolare, “Miss S”, secondo me un passo autobiografico della tua esistenza di uomo e di musicista. E’ una narrazione molto sentita dalla vocalità Soul di Walter Ricci, un’elegia fremente che sembra descrivere un momento particolare della tua vita. In questa originale forma di ballad fra Stevie Wonder, Bill Evans e Cannonball Adderley, ho la sensazione che appaia il vero volto di Francesco… una conclusione magari poi affidata a “Bye Bye Blackbird” e allo scat morbido ed elegante di Ricci ma che, a mio avviso, costituisce la vera Chiusura del tuo “Hic et Nunc”, il Qui e Ora, Tempo e Spazio del tuo album.
“ Miss S” è stato il primo vero brano che ho scritto. Quelli precedenti erano più che altro dei tentativi, delle esercitazioni di armonia. Con “Miss S” c'è stata la svolta, per così dire: avevo una melodia in testa e anche l'ispirazione giusta, così mi sono messo al piano e in una notte ho scritto tutto. Poi, naturalmente nei giorni seguenti, ho fatto qualche piccolo ritocco ma praticamente è uscita di getto. In realtà, come ho detto anche prima, non è che abbia le idee molto chiare quando scrivo un pezzo, alcune cose escono fuori quasi per caso… e me ne sorprendo anch'io mentre le suono.
Ora, cosa attendere per il futuro? Facciamo finta di credere all’interesse pubblico per la cultura italiana o vogliamo cercare un altro posto per suonare le nostre note?
Purtroppo, come mi dice anche molta gente, "ti sei scelto una cosa difficile". La verità è che non l'ho scelta io, ma forse il contrario. Ho iniziato da così piccolo che non ricordo più com'era la mia vita senza la musica. Per me è un'esigenza interiore che prescinde da tutto il resto: la carriera, i soldi, il successo, il lavoro...Io so solo che per essere felice nella vita devo studiare e suonare. Il mio obbiettivo è migliorare continuamente come musicista e creare sempre progetti nuovi e stimolanti. Il periodo storico che stiamo vivendo non ci sta certo aiutando, io però sono fiducioso nel futuro e vorrei concludere con una frase di Coltrane significativa al riguardo: "Penso si possa dire che un individuo può riuscire a fare quasi tutto ciò che vuole, ma sul quando, questa è la parte in cui la volontà non c'entra più di tanto. Devi stabilire il tuo percorso, ma quando arriverai…non accade sempre secondo i piani".

Francesco Cipollone 4et
NOW OR NEVER
Blue Serge 2013
Francesco Cipollone (sax tenore), Francesco Marziani (pianoforte), Massimo Moriconi (contrabbasso), Pietro Iodice (batteria), Walter Ricci (voce 3,8.9), Danilo Riccardi (piano 4).

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Pubblicato da nel 22 luglio 2013 alle ore: 0:37. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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