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Jeff Ballard e l’incontro tra jazz e live electronic

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Jeff Ballard Trio

L’incontro fra jazz e il live electronic è un territorio ancora poco esplorato, e forse, proprio per questo, molto interessante. Vero, le nostre orecchie sono da tempo abituate a reciproche incursioni fra linguaggio jazzistico e groove campionati, sonorità anni 30 e deep house da discoteca, armonie elaborate e glitch digitali.
I nostri occhi sono già assuefatti a etichette da supermercato della musica: dall’“Acid Jazz” di venti anni fa, al “Nu Jazz” di inizio millennio. Ma si è trattato per lo più di produzioni in studio, progetti discografici realizzati col contributo e l’agio di ritrovati tecnologici via via più avanzati. Diverso è il discorso del live jazz, dove è l’interazione fra i musicisti la vera linfa vitale da cui fluiscono le ramificazioni di senso per il pubblico.
Al che viene naturale porsi la domanda: è possibile un interplay fra uomo e macchina? La risposta provano a darla Jeff Ballard e il suo trio, in cui figurano Tigran Hamasyan al piano ed effettistica e Reid Anderson al live electronic digitale. Il progetto, come lo stesso band leader spiega in un generoso slancio fra italiano e spagnolo, è concepire strutture musicali su cui dar luogo a improvvisazioni collettive, libere e sperimentali. Il risultato per buona parte è centrato: soprattutto quando i tre appoggiano la loro essenziale umanità sul beat delle sequenze digitali generate da Anderson, riescono effettivamente a proporre una musica dalla forte valenza sperimentale, ma sempre gradevole e mai fine a sé stessa; un ibrido elettroacustico a metà strada fra Weather Report e Squarepusher.

Jeff Ballard è senza dubbio un pioniere della batteria, dotato di un tocco e di una capacità dinamica davvero rari, al punto che sembra riesca a far suonare anche le sue pause.
I compagni di viaggio non si limitano a fare da sfondo alle raffinatezze percussionistiche di Ballard, e contribuiscono pienamente alla costruzione del discorso collettivo; Tigran Hamasyan, in particolare, spicca per il suo incredibile talento. Ancora giovanissimo eppure già forte di una personalità di prim’ordine, il pianista di origini armene è capace di salire in cattedra come di prestarsi al gioco di gruppo, anche con occasionali contributi vocali filtrati dall’effettistica; oppure tessendo trame armoniche da reiterare ossessivamente con l’ausilio di un looper di segnale. Ascoltandolo, mi viene in mente la lezione di McCoy Tyner, riveduta e aggiornata ai tempi correnti. Nel pianismo di Hamasyan si mischiano meravigliosamente varie componenti: un raffinato influsso melodico mediorientale, un estro creativo libero e ispirato, a volte addirittura irrequieto, e in più un’ampia e sensibile ricchezza dinamica. Il tutto supportato da una tecnica invidiabile e un tocco deciso e scattante; se Chick Corea fosse stato di origini armene invece che italiane, probabilmente avrebbe suonato in modo molto simile. Ma i paragoni importanti non si esauriscono qui, e c’è addirittura chi, come Trilok Gurtu, arriva a definirlo “the next Keith Jarrett”.

L’esperimento di integrazione fra jazz e live electronic può dirsi dunque riuscito, tranne in alcuni casi: va tutto bene quando Ballard e Tingran seguono il beat digitale di Anderson, ma lo stesso non si può dire quando è quest’ultimo a inseguire i primi.
La ragione è semplice: sotto i polpastrelli di Anderson non ci sono le corde del suo contrabasso – che pure è solito suonare in altri collettivi - ma tasti, mouse e potenziometri; interfacce, cioè, che non sono state progettate esclusivamente per un utilizzo musicale, e che in ultima analisi finiscono per allontanare il feel del musicista dal suono prodotto, introducendo latenza e perdita della sensibilità dinamica. La ricerca sulle interfacce uomo/computer è di importanza fondamentale per migliorare tali aspetti in ambito musicale: lo sanno bene i ricercatori e i docenti coinvolti nel progetto Seeinteracting Sound Pictures dell’Università di Tor Vergata, che da anni studiano nuove possibilità di interazione fra suono digitale e stimoli fisici tramite le Natural User Interface (NUI). Ed è giusto che parallelamente a un’indagine di questo tipo si sviluppi un filone di sperimentazione artistica che, oltre a generare miglioramenti nelle tecniche di esecuzione live, possa anche contribuire con utili feedback alla ricerca stessa.
E’ dunque possibile un interplay fra uomo e macchina?
A quanto pare non del tutto. Almeno per adesso.

Jeff Ballard Trio
Live report
Casa del Jazz, Roma 6.7.2013

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Pubblicato da nel 23 luglio 2013 alle ore: 0:55. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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