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Roberto Gemo e il virtuosismo moderno della chitarra

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Roberto Gemo

Se vogliamo conoscere meglio la densità creativa nella composizione per chitarra acustica, abbiamo molti punti di riferimento. Roberto Gemo ne è consapevole eppure dà vita a partiture molto originali, ad una complessità di linee armoniche in chiaroscuri e passaggi cromatici dal sapore quasi classico, nelle quali la vibrazione delle corde si propaga ad intensità udibili attraverso risonanze della cassa armonica, senza necessità d’amplificazione. Il che, a nostro avviso, rende l’atmosfera più vicina alla “filologia emotiva” di uno degli strumenti più antichi e più consoni ad esprimere l’animo di chi suona ed interpreta.
Otto sono i passi originali firmati dal chitarrista: al di là di riferimenti stilistici all’Arte di Narciso Yepes, John Williams, Paco De Lucia, Alirio Diaz e, per modernità, a Fareed Haque. Il movimento del Nostro è d’un virtuosismo moderno, ispirato tanto al Tango quando al repertorio ispanico, con un senso del ritmo interiore che intende rivisitare la tradizione in uno stile differente ed avventuroso, innovativo ed inquieto nella costruzione di figure ritmiche pronte a gettarsi in passaggi articolati ed improvvisazioni anche legate al Jazz contemporaneo, alla Bossa e all’eleganza tutta spirituale di un pentagramma magnifico come “When I Fall in Love”, omaggio cristallino e lineare alla sinuosa scorrevolezza di Victor Young già intesa da Miles Davis, Tony Bennett e Kenny Rogers.
Abbiamo l’immagine di un chitarrista solo in un orizzonte aperto al mondo della musica…Come inizia questa avventura?
Vorrei dire che l'inizio della mia avventura solista è in realtà un punto di arrivo. Le mie origini naturali – il rock e la musica prog – mi avevano abituato al suono della band e ai suoi intrecci sociali di amicizia e condivisione, mentre lo studio della musica classica mi ha fatto conoscere lo stare da solo, in assoluta libertà. Per riuscire a sviluppare il mio linguaggio ho subito capito che la tipologia di musicista di cui avevo bisogno era il jazzista (moderno)...capace di passare dagli obbligati scritti alla improvvisazione in facilità. Ho avuto la fortuna di trovare alcuni esecutori di grande valore artistico che hanno compreso e apprezzato quello che stavo facendo, diventando i miei abituali compagni di viaggio. Nonostante questo, tra i jazzisti non si riesce a convogliare una energia comune...ognuno di noi ha 3/5/10 progetti e fa muovere quello che “funziona” di più, dimenticando che l'aspetto artistico non è sempre legato al populismo. Il mio secondo progetto in solo – Ade – nasce quindi da una voglia di stare in solitudine con la chitarra (una intima dedica a mia figlia) e in parte dalla ricerca di nuove vie di espressione.
Il sound contemporaneo è fatto di periferie musicali ampie e, a volte, discordi. Quali consideri le tue?
La cosa di cui sono particolarmente orgoglioso è quella di non avere sudditanze. Ho sempre amato nell'ascolto cose particolari anche se non estreme...ad esempio non sono mai stato sconvolto dai Beatles o da tanti altri Numeri Uno, in qualsiasi genere musicale: nella musica classica adoro la prima metà del '900 – autori come Elgar, Holst, Villa Lobos – e contemporanei come Brouwer, Gismonti e altri. Ma, come dicevo nella prima domanda, il primo amore sono stati i gruppi rock e soprattutto progressive, dai Deep Purple ai Genesis. Porto nel cuore Peter Gabriel e compagni; come chitarrista una mia grande fonte di ispirazione è stato Robert Fripp. Insieme a questo c'è stata la musica country e il folk, C.S.N.&Y. e J.Taylor, soprattutto come ascolto. Lo studio del jazz ha avvolto e trasformato tutto questo in forma contemporanea e Metheny, Scofield, Frisell e R.Towner sono stati i miei riferimenti. Il mio suono è fatto di molte timbriche, dalla chitarra classica alla chitarra acustica, dalla chitarra elettrica alla baritono e alla soprano, ed è soprattutto questo che mi fa sentire legato a Metheny, mentre per il fraseggio e la composizione credo di avvicinarmi a Towner. Non sono un amante della tradizione nel jazz – pur avendola studiata – ma vedo nell'improvvisazione una enorme opportunità. Penso che la creatività a volte sia come una forma di anarchia e di ribellione.
Senza dubbio l’improvvisazione è (o dovrebbero essere) “libertà assoluta”. In che misura questo è possibile? E’ possibile “creare” al di là di riferimenti che portiamo, più o meno consapevolmente, in noi? E poi, ti ribelli a cosa e a chi, e perché?
Tutti i discorsi e gli studi sull'improvvisazione sono stati per me destabilizzanti...come possiamo fare uso di questo termine se – come succede nel jazz – studiamo per ore tutti i giorni le scale, gli arpeggi e oltre a questo le frasi dei grandi autori del passato? Un libro per me importantissimo al riguardo è “ Derek Bailey – Improvvisazione”, nel quale l'autore porta il significato di questa parola al suo valore di origine...quando comincio a parlare di improvvisazione con i miei allievi dico sempre questo: andate a casa e suonate quello che volete sopra questo brano...dalla prossima volta studiamo tutto quello che si deve ma la prima e vera scintilla deve partire dall'intuizione...e continuo così: è come andare in macchina dopo aver fatto una scuola da meccanico e aver lavorato nel settore per anni...se l'auto si rompe io scendo e con tutta l'attrezzatura la riparo, ma non improvviso nulla. Dunque posso dire di trovarmi d'accordo con l'idea di Bailey anche se non ne condivido l'estremizzazione in termini musicali, e soprattutto mi viene da pensare che l'invenzione pura in un contesto del genere non ci sia; i riferimenti che portiamo dentro di noi sono l'essenza di quello che siamo e non possiamo nasconderli. La libertà “assoluta” invece possiamo trovarla, ma ci fa essere un po' contro tutto e tutti. Io credo sia possibile creare qualcosa di personale, ma si deve uscire da ogni forma di preclusione...alcuni anni fa ho ascoltato le parole di un prete operaio che definiva “eretico” chi riesce ad essere se stesso.
Come vedi il mondo della musica contemporanea, specie in Italia?
Mi trovo a parlare spessissimo di questo argomento, con amici o studenti. Il mio pensiero è che non possiamo escludere la musica dal momento sociale che stiamo vivendo...mi è difficile pensare anche a una divisione geografica tra Italia e resto del mondo. Credo che la globalizzazione non sia una cosa buona per la creatività mentre la contaminazione è l'elemento più importante. Quantitativamente vedo musicisti molto preparati e ascolto buona musica ma non noto una grande spinta alla diversità...le scuole (di cui io faccio parte) producono eccelsi esecutori ma non favoriscono lo sviluppo della personalità. In molti dicono che è sempre stato così...sarà forse vero ma in passato essere una copia di qualcun altro non era un fattore positivo; suonare in una cover-band o imitare il grande chitarrista era una (ottima) fase di passaggio per esprimere in seguito le proprie opinioni musicali.
Progetti per il futuro?
I progetti riguardanti il futuro sono sempre legati a un’ idea, la stessa da quando iniziai a suonare: scrivere musica e fare concerti. Nel tempo cambiano i gusti, si imparano cose nuove, la vita ti nutre di passioni e anche di momenti difficil,i ma guardo sempre al giorno dopo...tutte le cose che faccio sono unite da un filo che io vedo chiaramente e non mi piace suonare – in generale - brani che ho scritto nel passato, anche se prossimo. A breve uscirà il terzo lavoro di “Ar-men trio”, un progetto che va avanti da molti anni con A. Fedrigo al basso acustico e G. Bertoncini alla batteria. Nei prossimi mesi inoltre registrerò in duo sempre con Fedrigo un cd che segue il trio parallelamente, puntando a sonorità più intime e rarefatte. Poi mi fermo qui per ora, cercando di promuovere il materiale, in quanto la musica scritta è sempre sovrabbondante rispetto ai concerti...

Roberto Gemo
Ade
Artesuono 2011

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Pubblicato da nel 31 luglio 2013 alle ore: 0:38. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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