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“Verdi Loves Jazz”: Cinzia Tedesco e l’omaggio al celebre Maestro

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Sembra quasi inusuale che musicisti così amanti della più sobria tradizione jazzistica possano essere autori di una delle iniziative più autografe ed interessanti dell’anno in corso. Leggere Giuseppe Verdi secondo un umore Blue è un’intuizione formidabile ove se ne intendano la modernità della poesia ed il calore spontaneo (“popolare” si disse a suo tempo), fuor di dubbio elegantissimo.

“Verdi Loves Jazz”: Cinzia Tedesco e l'omaggio al celebre Maestro

A Giuseppe Verdi bastavano poche note e scarsi virtuosismi per evocare sorrisi o compianti. Egli dava generose lezioni di musica in grado di raggiungere vertici spettacolari ed entusiasmanti, memorabili azioni sceniche che tingevano frasi, per quel tempo, tanto controllate quanto veementi nell’impressionismo e nelle sonorità “nucleari” di un’immagine nuova e contemporanea del Teatro postverista. La sua Lirica così “naturale” arrivava al termine d’una stagione inimitabile e narrata in Opere, però, non del tutto al di fuori del razionalismo accademico. Il “Cigno di Busseto” fu un artista attento alle correnti di pensiero che attraversavano l’Europa del tempo, uno sperimentatore dotato di un senso critico al di fuori del comune e di una sensibilità acuta che gli permise di entrare in immediato contatto sia col pubblico delle Platee che con quello delle “piccionaie”.
A nostro avviso, questo è il carattere sottile che viene intuito dal Quintetto di Cinzia Tedesco.
La performance vive sull’assoluta solidità degli assiemi, su assoli raffinati, su una verve artistica introdotta dalla personalità forte della vocalist, respirata nelle arie rielaborate dalla metamorfosi armonica di Stefano Sabatini, pianista ed arrangiatore che muta ogni pagina classica in dimensioni elegiache, spirituali, solari o crepuscolari. L’elaborazione è tanto fedele all’immagine originale quanto espressiva nei passi moderni, nello swing luminoso ed emotivamente travolgente, così come nelle coloriture che richiamano sia il groove di Keith Jarrett che il Sublime di Bill Evans . Decisivo è il contributo di Pietro Iodice nell’arrangiamento ritmico, senza il quale la fantasia cromatica non avrebbe avuto il Metodo, il Modus che ne dà l’impronta originale e dichiaratamente intima.
In effetti, rilevante è l’ estetica di una Base creativa e sobria (Luca Pirozzi e Pietro Iodice) e assolutamente suggestivi sono gli interventi solistici di Giovanna Famulari, saggia e delicata violoncellista che dona profondità e soffuso sentimento ad un evento dalla “personalità” cortese e denso di passione.
Trascriviamo per completezza d’informazione l’elenco dei brani : “La donna ė mobile” (in intima variazione Bossa ), “Mercė dilette amiche” (inquieto umore tanguero), “Addio del passato” (ballad eterea), “Celeste Aida” (swing avvolgente in una New York fra Gershwin ed Ellington),”Libiamo ne’ lieti calici” (vibrante Hard Bop), “Va, Pensiero “(gospel assorto e commosso), “Amami Alfredo” ( 15/4 agile e lineare ),”Tacea la notte” (toccante Latin Waltz ), “Sempre libera” (strumentale Eight-Note: un pathos che toglie il fiato), “Ave Maria” (un’ alchimia sussurrata in forma di preghiera da un Trio aereo di piano,voce e violoncello).
Le Note bisogna pensarle prima di metterle sullo spartito. L’interpretazione è il veicolo di questo pensiero che si fa musica. Né meditazione né studio d’improvvisazione mancano a questo magnifico omaggio che, nel colto àmbito del jazz italiano, consideriamo squisito passo per quella “Nostra Cultura” così maltrattata da malingegni politicanti per i quali, dal “Nabucco “, valga il “Traggi un suono di crudo lamento, o t'ispiri il Signore un concento che ne infonda al patire virtù”. Con quanta speranza, in verità, non sappiamo.
Ne parliamo con Cinzia, appena dopo una Prima che, come ai tempi delle “piccionaie” ottocentesche, ha visto applausi e sorrisi, come fosse lì Verdi a dettare partiture, dirigere archi o, come era suo uso, parlare col pubblico.
Dicevi sul palco: “A Verdi sarebbe piaciuto il jazz?”
Sì, mi sono posta la domanda in modo spontaneo e chissà perché mi rispondo. Sì...Sì con convinzione! Da qui il titolo del progetto che ho creato per sottolineare questa mia convinzione: “Verdi Loves Jazz”.

In che modo ti è stata offerta l’occasione per dar forma jazzistica alla musica di uno degli autori italiani più amati nel mondo?

Un giorno parlando con una amica e grande organizzatrice di eventi culturali, Anna Paola Lopresti, ci siamo trovate a dire entrambe nello stesso momento che avremmo voluto fare un omaggio a Giuseppe Verdi ... e quando le ho detto “facciamolo insieme” lei, bontà sua, mi ha risposto che credeva possibile il farlo da parte sua solo con me, perché “ un'altra pazza visionaria che fa musica e canta come te dove  la trovo?” . E così la sua agenzia, la Openspaceart, ha sposato l'idea e lavorato mettendo il suo prezioso team al lavoro per curare tutti gli aspetti organizzativi, pubblicitari , rapporti con la stampa e gli sponsor e di presentazione del progetto su tutti i tavoli coinvolti, finanche su quello dell'Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, ottenendone il Patrocino.
Era da tempo che volevo affrontare “in Jazz” il repertorio lirico ed ammetto che il bicentenario della nascita di Verdi ė stato l'occasione giusta, quella scintilla che ha fatto pensare ad entrambe a questo tributo al grande Maestro e farlo debuttare come meritava, ovvero in una location teatrale. Con Anna Paola abbiamo contattato la Direzione del Teatro “Sala Umberto” che ha risposto con entusiasmo mettendo la location teatrale a nostra disposizione. Due mesi prima non esisteva nulla, solo un'idea, il desiderio di creare un progetto davvero nuovo ed originale.... Due mesi dopo il debutto ed un successo che davvero ci gratifica e ricompensa di tanta fatica.

Quanto è facile/difficile interpretare in Jazz un autore come Verdi?

E’ stata dura per tutti noi.  Per quanto mi riguarda ho dovuto ascoltare molte arie verdiane, cercando le parti che fossero cantabili come io volevo cantarle, nel tentativo , spero riuscito , di avvicinare la Lirica al Jazz.  Da anni i cantanti lirici fanno l'opposto, ovvero portano il pop verso la lirica o liricizzano il pop. Pensiamo a Bocelli o a Pavarotti , impegnati in progetti dove le canzoni pop o soul anche della tradizione americana, spagnola o italiana, vengono riproposte in una forma che io definisco Lirica Pop... Io volevo fare l'opposto e nessuno che io sappia lo aveva sino ad ora fatto: proporre arie delle grandi opere anche ad un pubblico non amante del genere o comunque non interessato , per avvicinare due mondi che per me non sono inconciliabili, come qualcuno potrebbe pensare.  Scelte le parti delle arie che piú mi ispiravano e che immaginavo di cantare a modo mio, provando a farle risuonare in testa mentre nel salotto di casa mi muovevo per trovare sintonia tra parole e divisione ritmica su cui poggiarle, sono andata dal mio amico , pianista ed arrangiatore , Stefano Sabatini per dirgli come sentivo la storia, come l'avevo in mente....

 Cos’ha detto Stefano Sabatini quando gli hai proposto l’impresa?

Stefano all'inizio era “poco possibilista” perché da profondo conoscitore anche del repertorio classico sapeva bene quanto fosse complicato dare alle difficili melodie di Verdi una veste nuova, trovare soluzioni armoniche e groove su cui poggiare il tutto.  C'ė stato un momento in cui ha temuto di non farcela...il tempo a disposizione per lavorare sui brani era poco e confesso di averlo anche incalzato nei nostri incontri acchè capisse quello che avevo in mente , cosa non sempre facilissima, lo ammetto.  Poi peró l'ispirazione che hanno solo i musicisti di talento come Stefano lo ha rapito ed ha trovato la strada e quella strada era quella che avevo in testa: piccoli  miracoli che accadono solo quando c'ė talento e sintonia umana e professionale.  E tra me e Stefano c'ė sempre stata.   Mancava  peró un tassello fondamentale, il motore del progetto, il groove ! Quello giusto... e la mia fortuna ė che con Pietro Iodice alla batteria tutto ė possibile.  Pietro ha mosso i brani lavorando in modo da farmi cantare e muovere con il corpo come volevo, così da consentirmi di poggiare i testi su di un tessuto ritmico che ne valorizzasse la bellezza e rispettasse il significato.  Questa ė stata la più grande difficoltà che ho avuto io e che ha condizionato il mio team: mettere le parole , scritte in un Italiano aulico e lontanissimo dagli  idiomi odierni, sul tessuto armonico raffinato creato da Stefano  , rispettando la melodia originale ed al contempo facendole danzare in modo elegante su di un groove jazzistico di cui il principale artefice ė proprio Pietro Iodice, sostenuto dal poderoso Luca Pirozzi che non ha mancato come sempre di proporre idee interessanti per cesellare e dare una forma definitiva al tutto.

Con il tuo Quartetto hai riletto Bob Dylan e, per averlo ascoltato dal vivo, James Taylor. Qual è la differenza fra agire su pentagrammi  classici o rock- country-cantautoriali?

La musica classica vive di vita propria, ogni aria ė parte di un mondo che si costruisce durante tutta la vita in scena dell'opera e che narra storie complicate , con richiami storici, atmosfere e tradizioni così lontane da noi da sembrare non vere... Il rock , il country, i cantautori, narrano della nostra vita, di problemi del nostro tempo , dell'amore in forme e modi a noi familiari.  Interpretare questa musica ė molto più “facile” se pensiamo al fatto che possiamo viverla come fosse storia nostra... Ma come poter entrare nel mondo di Radames e cantare “Celeste Aida” sapendo che quest'uomo chiama “celeste” la sua donna? Allora devi concentrarti ed immaginarti lì, spettatore di quest'amore grande e sentirlo anche un po' tuo, devi credere vero e possibile che un uomo possa dire ad una donna “vorrei ergerti un trono vicino al sol”... Cantando Dylan ho risuonato al suono di “How many Deaths will It take till he knows that too many People have died”, perché oggi ė ancora maledettamente attuale il problema della fame nel mondo e dei morti in zone di guerra... Emozionarmi, vivere il testo ė per me indispensabile per trasmettere emozione al pubblico e, se Dylan e James Taylor mi hanno reso facile tutto questo, trovare ispirazione per cantare la “donna ė mobile” non ė stato facile... poi ho pensato a me stessa ed anche a tante donne che conosco, alle nostre fragilità, al nostro cambiar umore, al nostro essere amabili con il viso leggiadro anche quando vorremmo strozzare il nostro interlocutore... ed  ho trovato la strada. Oggi posso dire felicemente che questo progetto mi dà e darà molto in termini di intensità vissuta e trasmessa al pubblico.

Nel  mentre del concerto  hai affermato che la Violetta de “La traviata” è personaggio/persona vicina al tuo modo di essere. Perché?

Sai Fabrizio, Violetta ė una donna passionale, viva, vitale nonostante le malattie che la travolgono, ha energia, non cede alle convenzioni, vuole sentire il suo cuore battere forte... ed ha coraggio, anche se vive momenti in cui ė profondamente sola...come la capisco. In “Addio del Passato” si crea un'atmosfera di grande suggestione e sono rapita, il violoncello della splendida Giovanna Famulari mi accompagna, sostiene ed inonda il palco, e quando canto “L'amore d'Alfredo perfino mi manca, orgoglio sostegno dell'anima stanca”, credimi, mi sento davvero Violetta, mi tremano le gambe...

Non può non divenire album un evento come questo…

Questo progetto diventerà un album , assolutamente... Lo desidero e lo merita!

Cinzia Tedesco
Verdi In Jazz
Teatro Sala Umberto, 7 giugno 2013.

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Pubblicato da nel 6 agosto 2013 alle ore: 0:53. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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