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Viktor Saltykov reduce della Novorossiysk: per 40 anni ci hanno detto di tacere

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Viktor Saltykov reduce della Novorossiysk: per 40 anni ci hanno detto di tacere (foto: RUSSIA1)

Viktor Saltykov, lei dove si trovava quando ci fu l’esplosione sulla Novorossiysk, e cosa ricorda di quella terribile notte del 28 ottobre 1955?

In quella notte tra il 28 e il 29 ottobre, dormivo nella mia cuccetta a circa 100 mt di distanza dal punto dell’esplosione. Le nostre brande, che erano sospese, iniziarono ad oscillare moltissimo, da un lato all’altro. Immediatamente fu dato ordine di allerta di combattimento, siamo saltati giù e ci siamo diretti verso il ponte principale, poi alla piattaforma superiore vicino al ponte di comando principale, per essere pronti. In quel punto si trovava la batteria antiaerea da 100mm. Ho indossato l’elmetto e ho ricevuto l’ordine dal comandante della batteria Vladimera:Caricate il cannone e controllate il cielo”. Probabilmente si aspettavano un attacco aereo. Avevamo ricevuto questo comando e dovevamo aspettare. Il cannone era carico e si trovava a circa 50 mt dal punto dell’esplosione.

Ha sentito una o due esplosioni?

Non ho sentito l’esplosione. Sono stato svegliato dalla tremenda oscillazione della mia branda sospesa. Eravamo rintanati nelle nostre cuccette a più di 100 mt dalla deflagrazione e ci eravamo addormentati da poche ore. Eravamo giovani e il nostro sonno era molto profondo!

Dopo la tragedia avete potuto parlare o vi è stato imposto il silenzio?

Ci è stato ordinato di tacere per quarant’anni. Non potevamo dire nulla di quanto avevamo visto e sentito. Io già facevo il quinto anno di servizio militare, come anche il mio amico Leonid Smoliakov. Siamo stati congedati perché c'era già un ordine di ridurre di un anno (la ferma era precedentemente di sei anni – ndr). E così, con Lionia Smoliakov, siamo andati a Leningrado. Siamo arrivati lì ma non trovavamo nessun lavoro. Non potevamo nemmeno raccontare quanto ci era capitato a Sebastopoli con la Novorossiysk, non potevamo avere da nessuno un occhio di riguardo o qualche aiuto come reduci di quel terribile affondamento. Poi iniziai a lavorare in un locale caldaia per 360 rubli. Questo è il modo in cui vivevamo. Successivamente sono tornato a Sebastopoli per onorare la memoria dei miei compagni..

Lei come si è salvato?

Siamo rimasti alla batteria antiaerea fino all’ultimo minuto. Il cannone era carico e non potevamo lasciarlo fino a quando non ci veniva ordinato di scaricarlo. Successivamente ci è stato ordinato di tornare alle brande prendere documenti e metterli nella tasca sinistra: il libretto militare, la tessera di komsomol e la carta d’identità del partito. Quando siamo scesi nelle cuccette, la nave era talmente inclinata che quasi non era possibile stare in piedi. Abbiamo preso subito i documenti e attraverso una botola siamo saltati al piano di sopra verso dritta. Le scale erano piene di marinai e non si poteva scendere. Accanto a noi c’era il capitano di terzo grado Servolov Maksim Grigorievic. Ci ha ordinato di scavalcare le prese d’aria a dritta e andare verso il ponte di comando. La nave a quel punto iniziava rapidamente ad affondare. Abbiamo scavalcato velocemente i parabordi, ci siamo tolti le scarpe e le giacche e siamo corsi velocemente verso la parte della nave che emergeva ancora dall’acqua. Correvamo, cadevamo, ci rialzavamo di nuovo e poi di nuovo si cadeva. Ci siamo ritrovati così sulla chiglia della nave. Eravamo in 48. Tra noi c’era il capitano di primo grado Soloviev. Il Capitano ci rassicurava: “ragazzi è finita, la nave è già capovolta! Non saltate in acqua perché tutt’intorno pullula di marinai che cercano di nuotare da questa parte!”. Nessuno di questi marinai nuotava verso nord, tutti tentavano di raggiungere la riva. Il Capitano ci rassicurava: ”rimanete fermi! Esplosioni non ce ne saranno più!”. E cosi ci siamo salvati, 48 persone, compreso Soloviev.

Perché secondo lei la versione ufficiale dell’Unione Sovietica attribuiva ad una mina tedesca l’affondamento della Novorossiysk?

Nessuno di noi sopravvissuti ha mai creduto alla versione ufficiale della mina tedesca. Nessuno. Immaginate che dove c’è stata l’esplosione ci sono otto ponti e due blindature da 220 mm! Quando i subacquei russi si immersero per i rilevamenti sul relitto, fecero una relazione in cui dissero che l’esplosione avvenne sotto la chiglia ma che il buco non era grande, circa 8-10 mt. I sommozzatori notarono che nel bordo frastagliato del buco, e intorno ad esso, non vi era nessuna traccia di mina tedesca: né ruggine né pezzi di ferro che potessero far pensare ad un ordigno nascosto in acqua per oltre dieci anni. Notarono inoltre non lontano dal punto dell’esplosione, una botola di ferro (ad apertura orizzontale e presumibilmente disposta in prossimità della chiglia della nave – ndr) che non aveva alcun segno di usura che normalmente ha un oggetto metallico sottoposto agli agenti atmosferici salmastri. I sommozzatori hanno inviato la relazione della loro indagine al comando a Gatchina (città non lontana da San Pietroburgo dove probabilmente c’era il comando della Marina Sovietica – ndr). Ma quando Korzavin e Muru scrivevano i libri sulle cause dell’affondamento della Novorossiysk, di questa testimonianza dei sommozzatori russi non c’è traccia! Qualcuno ha fatto sparire quella relazione. Capite?

Che emozione ha provato quando il Sig. Ugo D’Esposito ha rivelato che ad affondare la corazzata Novorossiysk sono stati ex incursori della Xa MAS?

Sia i marinai che il comando della Novorossiysk immaginarono subito che questo potesse essere un sabotaggio degli italiani. A quel tempo circolavano tante voci. Io non ho mai creduto alle bugie che ci sono state raccontate. Noi eravamo convinti che fosse un sabotaggio degli italiani.

Lei vorrebbe dire qualcosa al Sig. Ugo D’Esposito?

Che dire? Vorrei dire che morivamo tutti senza motivo. Morivano i miei amici i miei compagni, mi è molto dispiaciuto per tutti. Provo un grande dolore per tutti loro e ora non posso parlare con serenità (Saltikov ha la voce rotta da una forte emozione - ndr). Questi marinai erano innocenti. La nave era molto vicina al molo e forse l’idea del sabotaggio era che facendo saltare in aria la Novorossiysk, potessero esplodere i depositi presenti a Sebastopoli. Dopo l’esplosione il vento si è alzato e ha spostato la nave, questo ha salvato l’intera città di Sebastopoli. Quando Laptev, Eroe Dell'Unione Sovietica, (vigilanza)  andò a controllare al ponte superiore, il marinaio di guardia disse: “la nave si sposta, e la catena dell'ancora sta uscendo”. A quel punto Laptev corre dal comandante, dicendo che la nave si sposta. Il comandante gli ordina di mollare la catena. Ma la nave già si era spostata di 8-10 metri indietro dal punto dell’esplosione. Io non penso che i sabotatori italiani volessero uccidere tanti ragazzi, perché non ha senso, non credo che fosse questo il loro obiettivo. Ci ha salvato il vento che ha evitato che il disastro si estendesse anche alla città. A Ugo D’Esposito voglio dire di vivere ancora e di stare bene. Di essere in buona salute e che Dio gli dia ancora forza. Che lui continui a raccontare come andarono veramente le cose.

Lei conferma che i reduci della corazzata Novorossiysk chiederanno ai loro capi di stato di avviare un’inchiesta internazionale?

Si. L’indagine deve essere ancora svolta, perché non è stato fatto tutto quello che era necessario fare. Dopo tutto, la Commissione si è fermata all’ipotesi della mina tedesca senza andae oltre. Questo è irrealistico e sbagliato. Era necessario indagare. Vyacheslav Malyshev (colonnello ingegnere del Genio Navale della Marina Sovietica - ndr), che ha condotto l'indagine, ha anche promesso che sarebbe tronato a Mosca e avrebbe continuato ad indagare. Ma ben presto, per qualche motivo, è morto. Non lo so, hanno pubblicato che è deceduto per un attacco cardiaco, ma noi non ci crediamo. Come non crediamo alla strana morte dell’Ammiraglio Kuznetsov (comandante in capo della Marina sovietica). Morti sospette e irreali. Quindi è necessario indagare ancora. Ci sono ancora altre domande senza risposta. La Novorossiysk ormeggiava sempre nel porto di Sebastopoli alla boa n.12. Quando siamo rientrati dal mare il 28 sera alle ore 18.00, siamo dunque tornati alla nostra boa, c'era un rimorchiatore che ci aspettava. Ed è in quel momento che eseguiamo un comando di Dzerzhinsky: "corazzata Novorossiysk ormeggia alla boa n.3!”. Allora, ecco la domanda: proprio quel giorno dovevano spostare la corazzata dalla boa n.12 per metterci più vicini all’uscita del porto?

Cosa chiedete all’Italia?

Chiediamo assistenza per i nostri veterani e per coloro che sono ancora vivi. Non so se è possibile. Non siamo rimasti in molti, parecchi sono già morti. Molti non camminano, perché l’acqua gelida di quella notte gli ha bloccato per sempre le gambe. Vorremmo un aiuto dall’Italia, perché non abbiamo ricevuto aiuto da nessuno, non da parte del nostro governo, da nessuno. Ci hanno dimenticato e abbandonato. Hanno promesso molto ma non hanno dato niente. Anche le medaglie le abbiamo ricevute da Eltsin dopo 40 anni. Ho ricevuto due medaglie, di Zukova e Kuznezov. Un aiuto per i veterani superstiti che stanno passando i loro ultimi anni nel dolore di quanto è successo. Se avete bisogno chiamate finché siamo vivi.

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Pubblicato da nel 27 settembre 2013 alle ore: 12:37. Archiviato sotto Inchieste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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