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The kilowatt hour: nuova espressività contemporanea per David Sylvian

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The Kilowatt Hour

Sound design, narrazione, stratificazioni di colore, sinestesie acustico-visive: più installazione multimediale che concerto, The Kilowatt Hour, il progetto di David Sylvian, Christian Fennesz e Stephan Mathieu, è un percorso poco incline a facili concessioni. Una sperimentazione che non cerca di stupire, provocare, stordire a tutti i costi; piuttosto prova a ricercare un nuovo linguaggio introspettivo, intimo ma anche d’interazione tra i componenti del gruppo - dando luogo a una performance dal sapore decisamente contemporaneo.

Ciò che si diffonde nella sala Santa Cecilia dell’Auditorium è un ambient la cui variazione nel tempo sembra quasi impercettibile: il mantra si trasforma lentamente,  attraversando diverse aree climatiche senza soluzione di continuità. La mutevolezza del flusso. Lo stato permanente e la premonizione del suo cambiamento. Concetti che Sylvian ha già affrontato e condensato nei due album realizzati con Holger Czukay verso la fine degli anni ‘80, ora ritornano fortemente al centro della sua indagine; con la consueta voglia di innovare, trovare nuove strade, nuove possibilità, rinunciando a far leva sui punti di forza che maggiormente hanno caratterizzato la sua produzione artistica sin dagli esordi con i Japan, ossia la profondità del timbro vocale, il meraviglioso song writing e la ricercatezza degli arrangiamenti musicali. L’idea, come egli stesso spiega, è di lasciarsi alle spalle quanto realizzato finora, per lanciarsi in territori inesplorati, a partire dalla strumentazione e dalle modalità espressive utilizzate: “Sia Stephan che Christian hanno una forte dimestichezza con i sistemi che utilizzano. In tal senso, io rappresento una specie di outsider perché, per gran parte della mia vita, ho evitato di legarmi a specifici set up”. Le ambizioni del progetto non si esauriscono alla pura sperimentazione; l’intenzione è quella di approdare a forme stilistiche innovative: “Ogni nuovo progetto comporta una curva di apprendimento, un processo in cui è necessario partire da zero…. Onestamente, lo considererei un fallimento se non riuscissi a scoprire un nuovo linguaggio con cui lavorare.”

Al di là dell’aspetto concettuale e progettuale, il contributo più tangibile di Sylvian è l’utilizzo di un piano a coda, i cui accordi vengono reiterati in cascate di loop che si aggiungono alla superficie sonora. Il chitarrista austriaco Christian Fennesz è l’unico a rompere di tanto in tanto il flusso, con accordi a volte stridenti, altre armonicamente elaborati, ma sempre convertiti in digitale e filtrati con gli apparati e le tecniche tramite cui è riuscito, in questi anni, a costruire una voce innovativa e molto personale. Mathieu si concentra principalmente nella rielaborazione in tempo reale delle sonorità prodotte sul palco, contribuendo significativamente a un quid di variazione dal canovaccio predefinito, cosa che è alla base del progetto: non si tratta di una vera e propria improvvisazione, quanto di un’introduzione di elementi, anche probabilistici, volta a evitare un’eccessiva automazione della performance, in modo che risulti sempre viva e mai ingessata in schemi predeterminati. Un work in progress, quindi, per dar luogo a esibizioni mai uguali alle precedenti, teso al miglioramento del progetto stesso nel lungo termine.

Ciò che dai pannelli video raggiunge gli occhi del pubblico in sala è un’odissea in uno spazio di pianeti in rotazione sul proprio asse, stelle, paesaggi lunari, grafiche stilizzate e sovrapposizioni di colori; a differenza di quanto visto in rappresentazioni analoghe, come la splendida collaborazione Noto/Sakamoto, l’interazione fra suoni e visual non sembra essere causale, ma predeterminata in anticipo; come un film in cui immagine e colonna sonora sono stati pensati e sviluppati in contemporanea, senza accordare precedenza né all’uno né all’altra. L’aspetto narrativo è rinforzato dalle letture del poeta americano premio Pulitzer Franz Wright, la cui voce, precedentemente registrata, viene riproposta, filtrata e rielaborata, come ulteriore elemento di sound design.

E’ evidente che siamo soltanto all’inizio del work in progress: sebbene il progetto sia stato concepito all’inizio del 2013, i tre si sono incontrati per lavorarci insieme solo quest’estate. Quella romana è dunque una delle prime rappresentazioni in assoluto, in cui emergono vari margini di perfezionamento: ad esempio l’utilizzo di sottotitoli avrebbe giovato alla comprensione delle parole di Wright. Ma gli aspetti migliorabili non si esauriscono qui, e riguardano anche la sfera dell’integrazione fra i linguaggi dei tre: si ha la netta sensazione che parte delle loro potenzialità, soprattutto per quanto attiene alla sfera musicale, non venga esaltata nella sintesi proposta. Più che musica minimale, ciò che viene espresso allo stato attuale è un suono minimale. Vedremo a cosa condurrà il viaggio intrapreso; le premesse, ad ogni modo, sono molto interessanti.

The Kilowatt Hour

David Sylvian, Christian Fennesz e Stephan Mathieu

Roma, Auditorium Parco della Musica, 22.9.2013

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Pubblicato da nel 15 ottobre 2013 alle ore: 0:34. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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