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Lello Arena e la povertà dei sentimenti: in scena L’avaro di Molière

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Lello Arena affronta L'avaro di Molière

Non c'è due senza tre. E Lello Arena, dopo George Dandin e Tartufo, torna ad affrontare Molière, portando in scena L'Avaro al teatro Quirino di Roma (15-27 ottobre) per la regia di Claudio Di Palma.
In una architettura della storia che Molière ha così perfettamente costruito, i duelli di parole tra i personaggi danno vita a situazioni grottesche nelle quali il vecchio e tirchio Arpagone riesce a strappare sorrisi, pur comunicando una grande tristezza. Lello Arena si lamenta, urla, combatte mostrando intatto un "mestiere" che conferisce al suo Arpagone una grande varietà di toni: con lui sul palco molti giovani attori (Fabrizio Vona, Francesco Di Trio, Valeria Contadino, Giovanna Mangiù, Gisella Szaniszlò, Fabrizio Bordignon e Enzo Mirone), efficaci nel costruire insieme con il protagonista una vicenda esemplare, capace di attraversare indenne tutte le epoche. Le sventure che si abbattono sul "povero" Arpagone palesano ipocrisie, raggiri, adulazioni ai quali nessuno sembra potersi sottrarre.

Straordinaria la scelta di concepire la scenografia come fosse una enorme teca di un museo: custodite nelle vetrate, appaiono tante sedie, simbolo di accumulazione e pigrizia atavica. Ma davvero ciò che si mostra è quello che si ha?
La leggerezza del vetro fa da contraltare alla pesantezza di un immobilismo esistenziale che lega tutti a terra. Quando le teche si svuotano, diviene palese la povertà dell'animo e la tragedia di un uomo che, pur sembrando strafottente e capace di bastare a se stesso, resta inesorabilmente solo, senza riuscire a condividere nulla, neppure se chi ha di fronte è la sua stessa famiglia. La mania del possesso diviene l'avarizia dei sentimenti: e allora tutti i personaggi sembrano maschere che sfilano (complici i bei costumi di Maria Freitas), come in un circo o in un triste carnevale, incapaci di liberarsi dalle zavorre di doppi giochi, corruzioni, incomunicabilità.

Questo Avaro in salsa napoletana, pur con qualche eccesso di toni, torna a essere un valido omaggio alla commedia francese che non smette di essere attuale, continuando a divertire il pubblico pur facendo riflettere sulle piccole, grandi bassezze dell'animo umano. Il vizio capitale dell'avarizia è il simbolo dell'impossibilità di dare se stesso, prima ancora che il denaro: e di questo l'esistenza avvelenata di Arpagone è uno dei più perfetti esempi che il teatro ci abbia regalato.

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Pubblicato da nel 17 ottobre 2013 alle ore: 9:38. Archiviato sotto Recensioni,Teatro. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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