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Stefano Cazzato e il futuro (possibile) della filosofia

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Intervista di Fabrizio Ciccarelli a Stefano Cazzato su “Di cosa parliamo quando parliamo di Filosofia”? Il punto di vista di cinquanta pensatori, Giuliano Ladolfi editore, 2013, pp.116, E.10

Stefano Cazzato - “Di cosa parliamo quando parliamo di Filosofia?”

Partiamo dal titolo e dalle sue implicazioni concettuali. In realtà, secondo te, “di cosa parliamo quando parliamo di Filosofia”?

Se rispondessi in modo perentorio a questa domanda, tradirei lo spirito del libro che è quello di lasciare aperta la questione. Ho voluto proporre una serie di ipotesi, di possibilità, di modi diversi di intendere la filosofia che però  -ne sono convinto- hanno in comune qualcosa. Possiamo pure definire “razionalità” questo tratto comune delle diverse filosofie. Resta tuttavia il problema di definire la razionalità visto che ce ne sono modelli molteplici che variano in rapporto ai diversi ambiti della conoscenza. La razionalità delle scienze valutative è cosa ben diversa da quella delle scienze esatte.  E allora la questione diventa: di cosa parliamo quando parliamo di ragione?

Perché hai sentito l’esigenza di porre tale questione e, soprattutto, di “fare il punto” su un Lemma spesso inteso come “onnicomprensivo”?

Per quanto il lemma sia onnicomprensivo, i filosofi si sono tuttavia sforzati di dargli un contenuto, più o meno preciso, più o meno condiviso. Mi sono concentrato in particolare sulle risposte che i filosofi del Novecento, da Nietzsche ai nostri giorni, hanno dato alla domanda: “che cos’è la filosofia?” E ho voluto presentare queste risposte a un pubblico non necessariamente specializzato. Il libro infatti vuole rivolgersi a tutti.

Sembra che la natura del tuo scritto sia intenzionalmente antologica. Far Parlare per poter Parlare? Osservare per poter Osservare? Ascoltare la “parola” per proporre una Lettura del Pensiero Novecentesco filologicamente corretta?

Hai colto esattamente il senso del lavoro. Nel libro sostengo che dall’ontologia dobbiamo passare all’antologia, da un discorso unico a un discorso plurale. Non è solo una battuta. Non sono io che parlo, ma faccio parlare i filosofi. Sono loro che fanno filosofia, io la insegno. Non è detto però che insegnandola non si possa introdurre un elemento originale, un timbro personale. Un po’ come nella musica: si prende uno standard ma il modo di interpretarlo varia in rapporto alla sensibilità di chi lo esegue, alla sua formazione, al contesto, all’uditorio cui ci si rivolge. Del resto, se la filosofia non riesce a comunicare, resta un sapere iniziatico di cui non si capisce l’utilità. Invece è un sapere molto utile, oltre che affascinante.

Qual è l’opinione che prediligi o che, almeno, senti più vicina a te?

Penso che l’approccio marxista, liberato da qualche incrostazione ideologica e da pretese di esclusivismo, sia ancora attuale. Il marxismo ci insegna che la filosofia è un prodotto storico e situato.  Questo intendevo prima dicendo che non esiste la filosofia ma le filosofie. Nella direzione di una contestualizzazione del sapere filosofico si muovono anche approcci più novecenteschi  come quello di Dewey, di Wittgenstein e, per citare un nostro contemporaneo, Hilary Putnam.  Per contestualizzazione non intendo le derive irrazionalistiche e scettiche della ragione ma una disponibilità della filosofia ad ascoltare, a collocarsi, a dialogare con i diversi saperi senza la pretesa di dettare dal trono l’agenda della conoscenza e della morale. Se devo però riconoscermi in un filosofo direi che è il belga Chaim Perelman. È una figura ancora poco conosciuta del Novecento, i manuali non ne parlano, per questo ho deciso di inserirlo tra i 50. La sua teoria dell’argomentazione mi ha sempre affascinato come ricerca di una verità senza fondamenti su basi discorsive e negoziate. E poi la teoria di Perelman è didatticamente uno strumento eccezionale per far ragionare. La filosofia deve poter mettere tutto in discussione e per farlo deve adottare ragioni, argomenti, prove. Quello che conta in una discussione è la forza della ragione, non la ragione della forza. Ed è evidente che non c’è nulla di irrazionalistico in questo modo di fare  filosofia. Anzi, si tratta di una nuova forma di razionalità o, come dice Perelman, di una razionalità che ritorna alla dialettica e alla retorica antica dopo gli eccessi del positivismo e dello scientismo.

Da anni collabori con portali e testate che si occupano di musica (Romainjazz e 4arts). Quale punto di contatto esiste, secondo te, tra la riflessione filosofica e la critica musicale?

Ce ne sono molti, se è vero che molti filosofi si sono occupati di musica: Kierkegaard, Nietzsche,  Adorno, Deleuze, tanto per citarne alcuni.  La filosofia, come la critica musicale, dovrebbe essere attenta a tutte le voci, prestare ascolto anche alle voci marginali,  essere curiosa per quei suoni che rompono il canone, che fuori-escono dalle territorialità definite rigidamente. Ti ricordi che  anni fa abbiamo scritto qualcosa sulla singolare collaborazione tra Deleuze e la band sperimentale degli Heldon? In quell’occasione venne fuori proprio questo tipo di contatto. La contemporaneità  sta nei mille piani, nei mille suoni, nelle mille voci ( http://www.romainjazz.it/fuoridijazz/466-heldon). Certo poi alla fine ognuno di noi sceglie, esprime un giudizio di valore ma solo dopo aver ascoltato tanto con un atteggiamento di curiosità, di apertura  e di  umiltà. A proposito della capacità di ascolto del filosofo voglio ricordare un bellissimo aneddoto, che Heidegger riprende da Aristotele: alcuni stranieri vanno a trovare Eraclito, attirati dalla sua fama di pensatore straordinario. Quando arrivano lo trovano intento a riscaldarsi vicino a un forno dove si cuoce del pane. Delusi vorrebbero andar via ma Eraclito li invita a farsi avanti dicendo: “Anche qui ci sono gli dei”. Ecco: il filosofo osserva, in silenzio, aspetta, si guarda intorno, vuole comprendere invece di pontificare ed emettere sentenze  frettolose ma per gli stranieri questo è troppo poco. Si aspettano qualcosa di spettacolare e di eccezionale dalla filosofia e quello invece è intento nella più quotidiana e meno intellettuale delle attività umane.

A proposito di Filosofi Greci: la Realtà (forse) è una sola; diversi sono i linguaggi che la descrivono. Quale distanza fra la sintassi del Logos e quella del Melos?

È un problema molto complesso perché potrebbe essere riproposto in quest’altra forma: la realtà è una sola ma i modi di rappresentarla e di esprimerla sono diversi. È quello che sostiene Rosenzweig quando dice che la realtà e il pensiero non coincidono come coincide un affresco con la sua parete.  E andando ancora più a fondo: che cos’è la realtà? Possiamo parlare di realtà oggettuali, fisiche ma non possiamo dire che le preferenze, le scelte di vita, i valori  siano fisici, naturali. Alcuni filosofi sostengono che noi non troviamo da qualche parte i valori, come se fossero impressi nella pietra o depositati nelle cose, ma li costruiamo e li definiamo razionalmente e storicamente con le nostre discussioni,  i nostri accordi, i nostri ragionamenti.  È qui, in un certo senso, ritorniamo a Perelman. Ma il problema, ripeto, è molto complesso e molto dibattuto. Un costruttivismo radicale, che disconosca l’esistenza di alcuni valori universali, può risultare anche rischioso come può essere rischioso all’opposto ipostatizzare l’esistenza di valori assoluti fuori dal tempo. Chi è poi che li stabilisce come assoluti? Potremmo parlare a lungo di Nietzsche, di Foucault, dei filosofi del sospetto e della loro critica nei confronti dell’assoluto ma dobbiamo fermarci qui. Quanto a Logos e Melos potrei dirti, sempre con i costruttivisti, che costruiamo l’uno e l’altro, che l’uno e altro sono formazioni umane, troppo umane. Ma anche qui qualcuno dirà che ci sono le leggi del logos e quelle del melos.

Il tuo Saggio è forse un Viatico per una Saggezza Nuova? E’ lecito figurare un Futuro possibile  per la Filosofia?

Direi proprio di no, non è un saggio viatico di qualcosa di nuovo, anche se ritengo che sia nuovo nell’impostazione metodologica. Il mio lavoro è propedeutico a tutte le vie, le soluzioni, le risposte. Non affronta problemi specifici di etica, di conoscenza, di teoria. Affronta il problema che è a monte di tutto questo; se vuoi, un problema antico: che cos’è la filosofia? Come la si fa? Quali sono i suoi metodi, i suoi oggetti, i suoi codici? Che rapporto ha la filosofia con gli altri saperi e con un mondo che, lo si voglia o no, è diventato problematico, sfuggente, rizomatico, privo di un centro e di fondamenti assoluti?  Il mio non è un saggio filosofico ma meta-filosofico. Per me fare filosofia, soprattutto insegnarla, significa partire da qui. Abitare la complessità e abituare alla complessità, alla discussione, tener lontani riduzionismi e pregiudizi, imparare a pensare in modo autonomo e dialogico.

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Pubblicato da nel 28 ottobre 2013 alle ore: 10:34. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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