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Pollock Project: il sogno tribale e metropolitano di Quixote

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Sognando, ma anche solo immaginando, grandi pensieri giungono alla mente, verrebbe da dire.
“Quixote” è un Melting Pot molto sentito da chi ha il Tutto ha “sentito”.
Dalle oniriche melodie delle percussioni caraibiche di Marco Testoni fluisce l'intenzione di inventare un sound tanto metropolitano quanto tribale, nel quale il cromatismo Weather Report resta come segno influente nella briosità intellettuale del “Black Market”.

Pollock Project

C'è, soprattutto, il non controllo, la No Wave del Jazz, il bizantinismo metafisico di Brian Eno, suoni uniti e disuniti all'interno di un Pensiero Musicale  moderno e antico, nel quale, mi sembra, abbia misura estrema e fondamentale il "My Life in the Bush of Ghosts" di Brian Eno e David Byrne, tradotto da “The Jezebel Spirt” (reale rito d’esorcismo, per chi lo ricorda) in un nuovo “Angels And Demons At Play”, angolo sì astrale ma molto "terreno" di ciò che anima lo sguardo dell'uomo nella Non Civiltà Moderna e che riconduce all'Essenziale dell'Esistenza, all'Incontrollabile Evoluzione del Primitivo Artistico nel Primitivo della Ragione, che è il Sogno e la Felicità dell'Esservi.

Non sappiamo di certo quale proposito finale  animi le composizioni, l'arrangiamento, l'esecuzione solistica... percepiamo un'Idea Universale accuratamente lontana dalla New Age, un'Armonia ipotetica che induce chi ascolta a guardare in alto, alla cultura Azteca, a quelle centroamericane e africane, ad una Danza Pre-europea, nel nome di una Pangea mai sopita, mai assente nell'Alfa-Omega della Musica. Un’Armonia, a ben ascoltare, contenuta nella positiva emotività del drumming essenziale e atipico d’un eclettico come Max Di Loreto, bravo quanto bravi sono gli Ospiti del collettivo,Cecilia Silveri, colta e delicata violinista, e Federico Mosconi, chitarrista attento ai tratti bachiani come al climax post-rock e psichedelico da cui è ispirata la trasversalità estetica dell’album.

Il Pollock Project vive di una comune sensibilità artistica, non a caso scandita dal “recitato” di “Julio et Carol”, nello Spagnolo dei Conquistadores che ricordiamo in "Mission", film che volle dichiarare le efferatezze d'un Occidente mostruosamente “cristiano” e della vergogna controriformistica: "Mi è sempre sembrato che tutto debba essere un po' insolito in questo mondo, perché il contrario del Solito è il Comune". Certamente, se ne intende il vigore morale più vicino ad una pellicola come “Aguirre, furore di Dio” di Werner Herzog (la cui visione ispirò Francis Ford Coppola per “Apocalypse Now” e Terrence Malick per “La sottile linea rossa”), urlo grottesco lanciato contro la vergogna del colonialismo nelle note di una colonna sonora che è un magnifico esempio di commento interpretativo (Popol Vuh, 1975). Certamente, quando si guarda con onestà schiva e pulita al voluto frangore d'un'Odissea  nella quale Autenticità e Certezza non sono domande intruse né Mantra ipnotici. Semmai, una fedele testimonianza di un Futuro possibile e mai più provvisorio.

A tanto fa pensare questo mosaico mitologico descritto nello spiritualismo luminoso di “After the rain” di John Coltrane, il cui centro invisibile è già nella metafisica straniante di Sun Ra (“Angels and Demons at Play”), energie candide e discrete poi dipinte nel segno dell’Art Jazz  degli altri otto pentagrammi firmati da Testoni e Alesini, che, per diverse ragioni, appaiono e scompaiono come agili e diversi solisti d’una narrazione omogenea ed etimologica, di un Epos visionario pre-omerico e aperto al confronto tra Scienza e Non Scienza, di cui segretamente disse William Blake: “Se le Porte della Percezione fossero aperte, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita”.

Perché il titolo? “Quixote”. “Don Chisciotte de La Mancia”, la maggiore opera del Siglo De Oro della letteratura ispanica. Miguel De Cervantes figurò l’Hidalgo errante trascinato in un mondo fantastico per difendere i deboli e riparare ai torti dei Demoni dei Mulini a Vento, dei nemici razionalisti, travolti fino al letto di morte su cui esclamò: “Io sono nato per vivere morendo”.

Troviamo la risposta nel riverbero dei temi sociali (“Gulabi Gang”, flessione sulla violenza sulle donne, ed in “The Blackout”, film sullo stupro di gruppo la cui colonna sonora è dello stesso Testoni) che evocano significato ancor più inequivocabile per un album animato dalla contingenza di una silenziosa visione del mondo e dalla consapevole relatività dei Ragionamenti .
Seducente da ascoltare, armoniosa e plastica materia su cui meditare circa l’Essenziale della Vita.

Pollock Project
Quixote
Helikonia 2013

1. Gulabu Gang; 2. Quixote; 3. After the Rain; 4. Julio et Carol; 5. Angels and Demons at Play; 6. Unquiet; 7. The Blackout; 8. Pe no chao; 9. Su ballittu; 10. L’isola (live at Parmajazz Frontiere 2011).
Marco Testoni: caisa drum, pianoforte, tastiere, programming, glockenspiel; Nicola Alesini: sax soprano, live electronics; Max Di Loreto: batteria, percussioni. Ospiti: Cecilia Silveri: violino; Federico Mosconi: chitarre.

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Pubblicato da nel 4 novembre 2013 alle ore: 0:41. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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