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Negli Usa con Verdi. Il viaggio di Ensemble Nuove Musiche

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Ensemble Nuove Musiche - concerto a Boston

(Marco Lombardi, Ensemble Nuove Musiche) Ed eccoci qui, tornati dalla tournée negli Stati Uniti: una decina di giorni per portare in giro un lavoro di oltre un anno, fatto di musica, di passione, di memoria. Sostanzialmente una tournée di dieci giorni equivale alla creazione di un microuniverso formato da un gruppo di persone che si muovono, condividono agi e disagi, mangiano e, spesso, dormono insieme. Ognuno porta con sé, e non potrebbe essere altrimenti, le proprie manie, abitudini o necessità, il che rende indispensabile trovare un punto di equilibrio perchè l'interscambio vitale all'interno di quel microclima sia dolce. In altre parole: tutti sono chiamati a rinunciare ad una (piccola) parte di sé a favore del proprio essere inseriti nel branco. A noi è successo proprio questo. Come dire: tutto bene, prova superata.

Il nostro viaggio è cominciato l'11 ottobre da Milano. Primo scalo a Londra e poi dritti su  Philadelphia. Un volo tranquillo, fra letture e televisorino di bordo. Solo il povero violoncello ha fatto un viaggio piuttosto anomalo: a testa in giù legato a fianco del suo musicista… Ma non ne ha avuto a  male, almeno sembra. Siamo atterrati in orario e giunti nell'atrio dell'aeroporto, prima ancora di espletare le formalità doganali particolarmente puntigliose per l'ingresso di cittadini stranieri in territorio americano, ci siamo ritrovati preda di una leggera eccitazione: eccoci qui! Un'addetta dell'Istituto Italiano di Cultura ci attendeva al Gate e per qualche misteriosa ragione è stato facile riconoscersi solo guardandosi negli occhi. Poi tutti ai nostri alloggi; badate bene, non tutti in albergo: molti di noi, infatti, sono stati ospitati in alcune deliziose case della old city messe cortesemente a disposizione da alcuni nostri connazionali. Come nelle altre città la comunità italiana di Philadelphia di recente immigrazione è costituita da una borghesia di professionisti e persone di cultura che solitamente gravitano attorno agli ambienti universitari o diplomatici e godono di un buon tenore di vita. La prova e il concerto del giorno successivo si  sono svolti nel Caplan Centre che si trova al 17° piano della University of the Arts, una istituzione nella quale, come spesso accade negli Stati Uniti, le arti performative sono accorpate nel medesimo edificio. E' stata quella l'occasione per conoscere la mezzosoprano Jaime Korkos protagonista di tutti i concerti della tournée. Jaime è una brava cantante di origine greca, dolce e simpatica, con la quale abbiamo immediatamente legato. Sull'avambraccio destro porta tatuata la parola αγαπη agape, amore. Il concerto è stato introdotto dal Console Generale di Philadephia Dott. Canepari e dal prof. Philip Gossett della Chicago University, grande esperto verdiano, che di questa tournée è stato un po' il padre spirituale. Purtroppo da lì in poi non ha più potuto essere con noi a causa di una fastidiosa caduta che lo ha costretto al riposo. La serata si è poi conclusa con una cena in un ristorante italiano (esito del tutto casuale di una ricerca dell'ultimo minuto).

Il 13 ottobre, l'unico giorno privo di trasferimenti o concerti, è stato dedicato alla visita alla città – per alcuni – o ad una gita a New York per altri. Alla spicciolata, ciascuno per proprio conto, alla fine possiamo dire che abbiamo visitato un po’ di tutto: dalla sede della Philadelphia Orchestra, ad alcuni celebri set cinematografici (la scalinata di Rocky o i raffinati luoghi di Una Poltrona per Due), alla casa di Betsy Rose (dove fu cucita la prima bandiera americana), al Liberty Bell Centre, al Museo Rodin.

Il 14 ottobre tutti su Greyhound alla volta di Washington. Con una sola sosta a Baltimora. Siamo partiti di prima mattina da una stazione nel centro di Philadelphia piuttosto affollata e nella quale diverse persone, per la maggior parte di colore, dovevano aver passato la notte. Va detto che il costo dei viaggi in pulmann è in linea di massima più contenuto rispetto a quello dei treni ed è probabile che essi siano preferiti dagli strati meno abbienti della popolazione (e dagli ensemble italiani in tournée). Qualche leggera incomprensione sul posizionamento del violoncello a bordo si è risolta ben presto mentre una donna solerte e forzuta ci ha tirato le orecchie perchè riteneva suo esclusivo compito sistemare le valigie nel bagagliaio. Il panorama dall'autostrada permette di osservare un pezzo di America ben diverso da quello del centro delle grandi città che, con i loro grattacieli di vetro e acciaio catturano l'attenzione degli obbiettivi fotografici come accade ai turisti americani per i nostri palazzi rinascimentali e le nostre chiese: uno stile di vita ben più modesto, diverse piccole attività che paiono male in arnese ed altre  addirittura dismesse.

La periferia di Washington, dove il pulmann ha terminato la corsa, non lascia presagire alcunchè della maestosità del centro tipica di una città imperiale nella quale il potere rappresenta sé stesso e lo fa con la massima imponenza. Differentemente da certi luoghi europei tuttavia non si tratta di una rappresentazione opulenta, sfarzosa o barocca bensì muscolosa, severa e un po' arcigna. La giornata era insolitamente calda e la zona di National Mall che abbiamo percorso a piedi dalla Casa Bianca al Lincoln Memorial sino al Campidoglio era affollata di persone che andavano a visitare i luoghi simbolo dell'identità nazionale. Anche se molte porte erano chiuse in seguito allo shut down voluto dal governo. Il concerto del 15 ottobre, organizzato dal locale Istituto Italiano di Cultura, si è svolto all'Ambasciata d'Italia in una sala stracolma, con parte del pubblico che l'ha seguito in piedi.

Il 16 ottobre partenza per Chicago dove ci aspettava un clima più freddo e uggioso rispetto all'inatteso sole di fine estate incontrato nella capitale. Il Logan Centre For Performing Arts, dove è avvenuto il concerto la sera stessa del nostro arrivo, si trova non lontanissimo dalla riva del lago Michigan che, data la sua grandezza, potrebbe essere scambiato per una sorta di mare interno. Il complesso è di recente costruzione e molto probabilmente è come la maggior parte dei fruitori di film e telefilm americani si aspettano che sia una scuola d'arte d'oltre oceano: strutture all'avanguardia, ricca dotazione di mezzi, abbigliamento sportivo dei ragazzi e del corpo docente. Dirigendoci dall'aeroporto al Logan Centre abbiamo costeggiato il centro della città ma nel tragitto da quest'ultimo all'albergo siamo entrati in pieno nella Downtown dominata da grattacieli imponenti che rendono lo skyline della città secondo solo a quello di New York. In effetti l'aria che si respira è quella dei grandi numeri: dal traffico aeroportuale (primo o secondo al mondo), al numero e all'altezza dei grattacieli, alla complessiva vitalità economica e culturale del luogo. Dopo il concerto quasi nessuno ha rinunciato ad una passeggiata lungo Michigan Avenue nella quale i marchi del Made in Italy, o quanto meno di ciò che fino a non molto tempo fa era indicato come tale, sono in bella mostra.

Il giorno successivo abbiamo lasciato Chicago sotto una pioggia fastidiosa per arrivare nel clima pur sempre autunnale ma tiepido e luminoso di Boston. Anche in questo caso nel tragitto dall'aeroporto all'albergo abbiamo solo costeggiato la Downtown, il cui profilo tuttavia non può essere paragonato a quello di Chicago, e siamo giunti nella zona di Cambridge che fin dal nome evidenzia, se mai non bastasse una prima sommaria occhiata all'archiettura del luogo, le sue origini inglesi. Il nostro albergo era ad un passo dalla Harvard University che è oggetto di culto turistico non meno del Colosseo o della Fontana di Trevi, del Duomo o di Piazza San Marco. Si trovano infatti molti articoli con il marchio della rinomata (e ricchissima) università: abbigliamento, borse e gadget d'ogni tipo. Il Sanders Theatre dove il 18 ottobre si è svolto il concerto è dal 1925 la sede delle prestigiose Charles Eliott Norton Lectures on Arts and Sciences e tutto il teatro, costruito sulla falsariga di un teatro elisabettiano del seicento, trasuda una autorevolezza e un prestigio che potrebbero anche inibire. Per fortuna non è stato così ed anzi tale sentimento si è tramutato in una concentrazione particolare che ha permesso di offrire un concerto particolarmente riuscito grazie anche ad una acustica fra le migliori al mondo. Abbiamo registrato un'ottima affluenza di pubblico fra cui, mi hanno detto, tre Premi Nobel (a due dei quali ho avuto personalmente l'onore di stringere la mano ricevendone elogi per la performance) e un numero imprecisato di esponenti di rilievo del mondo accademico.

Siamo rientrati in Italia il 19 ottobre facendo scalo a Londra con la piacevole sensazione di aver fatto bene il nostro lavoro e di aver fatto conoscere una parte vitale, creativa non meno che rigorosa, di un settore del nostro paese che all'estero sembrano ben disposti ad apprezzare ed accogliere.

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Pubblicato da nel 5 novembre 2013 alle ore: 7:33. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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