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Monticelli & Pagone: quando l’arte si fa in due

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Monticelli & Pagone - rorschach re evolutio for ceres 2009

E’ possibile concepire l’arte come un processo di coppia? Lo abbiamo chiesto al duo Monticelli & Pagone, coppia formata dagli artisti Alessandro Monticelli (1973) e Claudio Pagone (1976) che nel 1999 si sono uniti con la sigla M&P. Irriverenti e provocatori, i due artisti rappresentano oggi un esempio emblematico di questa modalità di creazione artistica a “quattro mani”.

Quali sono stati i vostri esordi? Come è nato il vostro duo artistico?

Abbiamo intrapreso il percorso artistico singolarmente, ognuno con i propri temi, la propria tecnica, il proprio modo di vedere l’arte. Claudio trattava aspetti più figurativi, io più astratti. Pensa che abbiamo fatto il servizio militare insieme senza mai parlare di arte. In seguito ci siamo incontrati, per caso, in un magazzino indaffarati a comprare ferro, vernici ed altro materiale. Solo in quel momento abbiamo scoperto di dipingere entrambi. Così abbiamo cominciato a frequentarci attraverso l’arte. Abbiamo preso parte a diverse manifestazioni, premi, esposizioni sempre individualmente, fino a quando il confronto, le idee comuni, la reciproca contaminazione si sono trasformati in unione d’intenti. Abbiamo lasciato a poco a poco il lavoro individuale, soprattutto attraverso le installazioni e le performance, fino poi ad arrivare alle opere di pittura e scultura. Non ha pesato molto lasciare una carriera da solista. Il tutto è avvenuto in maniera molto naturale, ci siamo resi conto che  questa cosa nuova che stava crescendo era più importante dei nostri singoli percorsi … poi destava molta curiosità il fatto di lavorare insieme.

Come si declina il lavoro artistico di coppia? Il lavoro nasce "a due" fin dal momento della concezione dell'opera o nella realizzazione o in entrambe le fasi?

Da sempre ogni lavoro che intendiamo realizzare inizia con una fase progettuale classica come il disegno per poi essere analizzata nel prosieguo attraverso tecniche più elaborate fino a quella che diviene l’opera da esporre. E spesso anche le fasi di progettazione disegni, foto, ecc. diventano parte dell’esposizione.

Molto spesso si pensa all'artista come a un "genio" solitario. In realtà molti artisti hanno scelto la modalità di coppia per lavorare. La "condivisione" è dunque un valore aggiunto anche nell'arte?

Monticelli & Pagone sono divenuti una coppia dopo un continuo e diverso lavoro individuale e varie sperimentazioni a quattro mani, che alla fine hanno portato ad una univoca visione lavorativa e progettuale. Avere le stesse idee ed essere in due a realizzarle sembra una cosa apparentemente semplice ma non è sempre così. L’interesse comune che abbiamo su alcuni temi ci porta comunque ad un incontro-scontro nella realizzazione dei lavori ma l’irruenza e la pacatezza dei nostri caratteri trova sempre un punto iniziale dal quale partire e progettare seduti a tavolino con foglio e matita. Spesso l’intuizione dell’uno funge da stimolo per l’altro. Circa nove anni fa in modo casuale e caotico. Caso è l’anagramma di caos, non poteva andare meglio.

La provocazione, la denuncia sociale ma anche la critica al mondo dell'arte sono elementi importanti del vostro lavoro: penso alla Venere dell'immondizia (su riferimento alla Venere di Pistoletto) e la Carta Igienica del Critico (che rimanda alla Merda di Manzoni). Quali sono state le reazioni del pubblico di fronte al vostro approccio irriverente?

Così come con la Venere dell’Immondizia dopo Pistoletto, La Carta Igienica del Critico arriva dopo la Merda di Manzoni. Azioni che mettiamo in atto ragionando sul nostro mondo ma che hanno un grande impatto, diremmo anche sociale, visto l'interessamento che suscitano. Un nostro modo di analizzare e reinterpretare ad oggi opere d'arte che hanno segnato la cultura contemporanea. Con quest'ultima ironica, dissacratoria "carta" cerchiamo di ridimensionare la figura del critico e di alcuni in particolare. Daniel Buren ha detto che "spesso ciò che viene esibito è il curatore piuttosto che l'opera d'arte". Che dire? Con questo lavoro abbiamo cercato di esibire entrambi. C’è sempre la volontà di affacciarsi sulla realtà e nella realtà con una sorta d’ironia mista a denuncia. Non è una denuncia fine a sé stessa. Speriamo sempre che vada oltre, che lasci pensare, riflettere e  che non sia un’immagine che desti solo stupore, imbarazzo, divertimento. Insomma, che riesca ad andare oltre la prima impressione e che spinga verso nuovi interrogativi. Penso che l’arte contemporanea non debba dare risposte ma aiutare nel formulare  nuove domande, forse anche più attente, più critiche e meno banali.

Tra i temi che avete trattato nei vostri lavori ci sono anche quello dell'identità, del maschile e del femminile, della confusione dei ruoli e dei valori, dell'io e del doppio. Sono l'ambiguità e il dissolversi delle certezze preconfezionate le chiavi di lettura della realtà?

Questo lavoro si basa sul dittico, scelto in quanto immagine doppia: positivo e negativo, maschile e femminile. Doppio ribadito dallo stare insieme del plotter e della tecnica mista, delle grandi superfici bidimensionali e della performance, che si muove tra provocazione e stimolazione psicologica. Sviluppando questo tema, abbiamo cercato tra l’altro l’implosività del pensiero occidentale, con una celebrazione riflessiva del soggetto-oggetto che nel negativo dell’immagine rappresenta la dionisicità rimossa e cancellata dalla coscienza ma presente sotto forma di ombra, all’interno del corpo rilucente in primo piano e di cui costituisce l’inconscio che in quel momento propizia la trasformazione in altro da sé.

Quanto alle tecniche utilizzate, spaziate molto fra i linguaggi. La vostra cifra stilistica è la contaminazione?

Ogni opera nasce sempre dall’idea che abbiamo in quel momento, passa attraverso la matita, la macchina fotografica, il computer, il colore sulla tela… l’idea viene sviscerata sempre e completamente a 360 gradi. Noi siamo due persone completamente diverse, siamo caratterialmente opposti e per questo ci compensiamo. Devo ammettere che spesso realizzare un lavoro è davvero una bella fatica. A volte avviene in maniera più spontanea. Ad esempio può capitare che durante un viaggio in macchina per andare ad inaugurare una mostra, parlando si gettano le basi per un nuovo progetto. Il più delle volte basta un’idea e subito troviamo un punto d’incontro da cui partire. Per noi è il mezzo che giustifica il fine. La tecnica è la strada principale del messaggio, la visione alla lettura del lavoro ne è condizionata.

 Avete esperienza di mostre sia in Italia che all'estero. Quali sono le differenze principali del sistema dell'arte negli altri paesi in rapporto a ciò che accade qui?

Siamo rimasti indietro rispetto a tutti crediamo. Ma non vogliamo lagnarci e criticare il sistema, atteggiamenti che invece ci vedono tra i primi e migliori. Forse però le inefficienti  politiche culturali di questi ultimi vent’anni del mondo dell’arte ci hanno dato il colpo di grazia. Legati ancora ai soliti noti e a  fenomeni da baraccone che ingannano i meno attenti. Chissà se spingendosi sempre più verso il buio alla fine si ritrovi la luce.

Quali progetti state curando ora e quali nel prossimo futuro?

Nuove esposizioni nelle nostre gallerie di riferimento e si sta delineando un progetto per  una grande realtà espositiva museale italiana.

 

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Pubblicato da nel 6 novembre 2013 alle ore: 0:10. Archiviato sotto Arte & Cultura,Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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