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Marco Testoni: conversazione intorno a Quixote…

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A margine della recensione sull’ultimo album del Pollock Project (Quixote, Tre Lune Records, Helikonia 2013), abbiamo l’occasione d’incontrare Marco Testoni. Questo il piacevole dialogo, abbastanza raro per un incallito intervistatore come il sottoscritto. Buona lettura.

Marco Testoni

Immaginiamo di stare su un palco buio e tu sotto le luci di uno Spot. Musicalmente, ma non solo, cosa vuol dire essere esecutori e cosa implica essere interpreti?

Eseguire o interpretare musica è un’attitudine completamente diversa. Potrei dire che il migliore esecutore è colui che esegue una partitura esattamente come l’ha pensata il compositore. Mentre l’interprete è colui che la stessa partitura la trasforma seguendo liberamente il suo istinto creativo. Insomma il primo è un “valente soldato” e il secondo un “libero pensatore”. Senza generalizzare é evidente che nella musica classica abbonda il primo tipo e nel jazz il secondo.

L’interprete, qualcuno potrebbe pensare, è sempre solo. E, allora, cosa vorrebbe dire “suonare assieme”?

Se l’interprete è veramente solo la sua difficilmente sarà una buona interpretazione. C’è un filo emotivo sottile che lega il suonare insieme dei musicisti. Un buon interplay può dipendere da un linguaggio musicale condiviso, da una bella dose di autostima che ognuno dei musicisti deve portare con sé ma anche dall’assenza di persone afflitte da narcisismo e con ego ipertrofici. Infine può aiutare molto anche una consistente sintonia di gusti gastronomici, sense of humor, convinzioni politiche e tifo calcistico.

E, per te, suonare cosa implica? Impegna davvero tutta l’Anima?

A volte impegna corpo e anima, ed è devastante, a volte è un esercizio più distaccato e controllato. Dipende dai contesti e soprattutto da quanto e in che modo entri in empatia con la musica che suoni. Tutti i musicisti riconoscono perfettamente la sensazione di quando si suona nella media e di quando invece si oltrepassa quella speciale soglia emotiva che determina una sospensione, una particolare sintonia con gli altri musicisti e con il pubblico.

In quale modo senti di comporre? Cosa provi dopo aver ascoltato le tue Note appena composte?

La composizione è una disciplina faticosissima e snervante. C’è dentro di tutto, istinto e ragione, semplicità e complessità, estro e mestiere. Soprattutto non finisci mai di imparare, e più sai e più ti rendi conto di quanto altro dovresti sapere. Nell’atto di comporre la sensazione che io provo maggiormente è la solitudine, come diceva Mario Monicelli “quando fai cinema troverai molta gente che può aiutarti per realizzare la tua idea - lo sceneggiatore, il truccatore, gli attori – se devi scrivere musica sei solo, chi è che ti aiuta?”

Ho ascoltato in “Quixote” l’esigenza di esprimere il senso di un Viaggio: come hai/avete viaggiato nella Musica?

Mi annoia chi compie lo stesso viaggio, frequenta la stessa spiaggia, mangia lo stesso cibo. Viaggiare è soprattutto conoscenza. Ascoltare anche. Fatalmente mi trovo a lavorare meglio con chi ha la mente aperta ma a volte provo a collaborare anche con chi ha un percorso artistico molto più lineare della mio. Sono musicalmente onnivoro, ho ascoltato e ascolto tuttora tanta musica, la più disparata. Un po’ per lavoro, ad esempio se nel cinema occorre un brano techno per ambientare una scena io la devo conoscere. Questo mi ha portato spesso ad ascoltare anche musiche che mai mi sarebbe venuto in mente di sentire e a volte ad esserne piacevolmente stupito. In qualche parte nascosta della mia mente resta qualcosa di quello che ho ascoltato e quando meno me lo aspetto prende forma in altre forme. In questo resto uno zappiano convinto: assimilazione e trasformazione.

Com’è avvenuto quell’ottimo interplay che s’intuisce dalla registrazione? Quale sentimento ha dato vita all’incontro con Nicola Alesini e con Max Di Loreto? Cosa vi unisce e cosa vi ha spinto a suonare assieme?

Nella vita di un musicista gli incontri migliori sono spesso casuali. Io, Nicola e Max siamo di tre generazioni diverse, abbiamo caratteri molto diversi e proveniamo da esperienze diverse. Eppure quando abbiamo iniziato a suonare insieme è venuta fuori un’anima e uno stile che nessuno di noi immaginava. Qualcosa di inaspettato e diverso appunto. Forse perché il punto comune a tutti e tre è segnato da un percorso artistico piuttosto aperto e libero da schemi. Nicola è un sassofonista atipico nella scena italiana, un improvvisatore non-jazzista eppure legatissimo a certo jazz minimale e nord-europeo. Max è un batterista dotato di una sensibilità fuori del comune tra i primi a trasformare il suo strumento in un set multiforme di colori e timbri. Abbiamo provato per parecchio tempo prima di registrare il primo disco, giornate passate a suonare, sperimentare e distillare suoni e frasi musicali. Un lusso che purtroppo solo pochi gruppi si concedono ma che nel nostro caso è stato sicuramente un elemento determinante. Attualmente Nicola non fa più parte della formazione ed è stato sostituito da Simone Salza un sassofonista con un’estrazione differente più legata al jazz americano e alle colonne sonore. Infine, già da “Quixote” si è aggiunta Cecilia Silveri al violino.  Ma ormai il solco è stato tracciato e, che possa piacere o meno, la nostra musica va avanti anche se gli interpreti cambiano.

Quali autori hanno particolarmente influenzato la tua cultura? Possiamo scegliere anche a seconda dei generi musicali, visti i tanti riferimenti che vivono nei tuoi album.

Oddio, sei sicuro di volermi fare questa domanda? Chiedere le “favorite things” a un divoratore musicale come me è un rischio che non si prenderebbe neanche uno psicanalista. E’ anche una questione complessa perché come avrai capito la mia musica è influenzata non solo da musicisti ma anche da artisti di altre discipline. Ci proverò limitandomi alla musica. Da ragazzo ho ascoltato molto progressive (Gentle Giant, Soft Machine, Gong) e jazz di tutti i tipi (da Parker a Coltrane, da Don Cherry agli Art Ensemble of Chicago). Poi la folgorazione che ho avuto ascoltando Frank Zappa è stata talmente imponente che ho cominciato a scoprire tutti i riferimenti e le radici del suo scrivere e quindi ho scoperto la musica classica del periodo moderno (Edgar Varese, Igor Stravinskij, Bela Bartok). Poi è venuto il momento del jazz-rock (Weather Report, Chick Corea, Herbie Hancock, Mahavishnu Orchestra e, attraverso loro, sono andato a ritroso e ho conosciuto Miles Davis), la scuola Ecm (Pat Metheny, Jan Garbarek, Keith Jarrett)  e poi il rock d’autore: Peter Gabriel, Talking Heads, David Sylvian, Robert Fripp e Ryuichi Sakamoto che mi ha portato dritto dritto verso l’interesse per la musica da film (Philip Glass, Hans Zimmer, Thomas Newman, Michael Nyman, Franco Piersanti). Oggi sono particolarmente attratto dal minimalismo e in particolare da Steve Reich perché ha portato la poliritmica e l’attenzione verso gli strumenti a percussione ad un livello a cui la nostra cultura musicale non era mai arrivata. Infine non posso trascurare la musica tradizionale, soprattutto quella contaminata (Ham de Foc, Madredeus, Gotan Project), l’ambient (Brian Eno, David Byrne, Jon Hassell) e la nuova scena jazz europea (Youssef Dhafer, Tigran Hamasyan, Petter Molvaer). Mi sono sicuramente dimenticato molti nomi ma penso possa bastare così…

Avessi citato un nome che noi di Romainjazz e 4arts non avessimo riconosciuto come proprio della tua Invenzione, ben prima di parlarci…Questo significa che la tua Musica “arriva” e, giungendo in noi, diviene “nostra”. Ma non è questo uno dei aspetti della Comunicazione Artistica?

E’ uno degli aspetti della comunicazione e non necessariamente solo artistica. Attraverso i nostri gusti noi comunichiamo chi siamo e quando sentiamo che il nostro interlocutore parla la nostra lingua, ha vissuto esperienze comuni e goduto della stessa musica saremo pronti a farci consigliare qualcosa che non abbiamo mai ascoltato. Gli artisti, come tutti, sono contenitori di esperienze solo che a differenza di altri le metabolizzano e le sublimano attraverso l’emozione che dovrebbe esprimere l’arte.

 Ti consegno un’immagine: Jackson Pollock che di notte, al suono del BeBop, lancia colori su una tela. Me ne viene in mente un’altra, che ho visto tanti anni fa: Jimi Hendrix al Brancaccio che suonava il blues più “sporco” che in quegli anni si potesse pensare…

Il jazz è legato a doppio filo con l’action painting di Pollock. Non so dirti, se fosse vissuto fino agli anni 70, cosa avrebbe ascoltato. Ma è plausibile che lo stile di Hendrix, che comunque dava molto spazio all’improvvisazione, potesse essergli congeniale. Di sicuro posso dire che la musica, ma più in generale l’arte e la cultura, dovrebbe essere pulsante, attiva, viva e quindi anche sporca. Per me conta più l’emozione che la perfezione. Raramente la perfezione mi emoziona. E’ importante conoscere le regole dell’armonia ma poi bisogna sporcarsi le mani. Rischiare, alzare l’asticella e provare a saltare più in alto. Jimi Hendrix è stato uno che questa asticella l’ha alzata molto. Una forza della natura che ha inventato un modo di suonare e fare musica che prima di lui era solo abbozzato. Ti invidio molto se lo hai potuto sentire dal vivo (…al Brancaccio poi!). Io posso solo aggiungere di aver scoperto ultimamente che era molto amico di Miles Davis e che progettavano di fare un disco insieme. Evidentemente le anime affini si riconoscono.

Non so se tu ti ritenga un’anima inquieta, ma questa è la mia sensazione, viaggiando con te in brani “laico-mistici” come “After the rain”o “Angels and Demons at Play”; ma non solo lì, un po’ in tutto il Pensiero dell’Album, e non solo di questo Album.

Sono un’ anima inquieta, lo ammetto. La mia vita è la conferma di questo. La mia è stata una generazione di musicisti che volevano essere diversi, qualcuno c’è riuscito, qualcuno ci ha lasciato le penne, qualcuno risulta oggi patetico e naif. Io ho sempre cercato di coltivare un’inquietudine controllata. Una strana disciplina governata dalla curiosità che non so spiegare bene ma che mi ha portato fin qui. John Coltrane e Sun Ra erano due musicisti diametralmente opposti: uno percorreva la via della purezza formale con un’intensità e una spiritualità toccante l’altro era un visionario geniale e un po’ arruffone. Ne troverai pochi di jazzisti che li amano entrambi.

Effettivamente sì, anche se molti li hanno imitati, qualcuno li imita ancora ed altri li considerano (soprattutto Coltrane) come “padri spirituali” di un’Era in cui il sound percorreva vie meno standardizzate e più ricche di pathos. Quest’ultima osservazione è per te vera?

Credo di sì. Forse oggi il pathos percorre altre vie e comunque non sempre intorno a me vedo un’urgenza di comunicare qualcosa di reale e sentito. Molto spesso vedo una voglia di imitare, anche di sana pianta. Tanto ormai non c’è problema. Forse sarà che tutto è più organizzato, compresa la gestione della creatività. Tornando a Jackson Pollock, ma potrei parlare di tanti altri artisti, dubito che abbia iniziato a dipingere perché voleva entrare nelle grazie di Peggy Guggenheim o, anche, Jack Kerouac a scrivere perché poi sarebbe diventato il pioniere della Beat Generation. Avevano semplicemente qualcosa di molto importante da dire. Se questa urgenza non la senti difficilmente avrai pathos. Piuttosto potrai raggiungere vette di tecnicismo esasperato o magarì di autorevole professionalità. Ma lì ti fermi e il pathos te lo scordi. Il pathos ha a che fare con l’irrazionale e molto spesso nasce scritto in brutta copia.

Quelle che chiami “brutte copie” sono spesso, a mio avviso, le stesse che denominiamo “improvvisazione”, il che distingue da sempre il Jazz, il Rock, il Blues dall’esecuzione della Classica. Problema: infrangiamo un Mito e ci inimichiamo i cultori del “bello stile”. Non è forse nella natura del Mito l’anelito ad essere infranto?

Certo bisogna sempre infrangere qualche regola o mito per spingersi avanti. Però non penso che l’improvvisazione sia un metodo sicuro per arrivare al pathos, si può comunque sbagliare o suonare male. Come è anche vero che un interprete di classica, che sia un solista o un direttore d’orchestra, può rendere talmente intensa e vivida la propria esecuzione da toccarci profondamente. Se sei un artista credo sia solo una questione di approccio. Mentre se sei un fruitore dipende da cosa cerchi e ti aspetti dall’esperienza musicale.

 In ogni caso, parlando con te, ho dimenticato che sei un percussionista. A ben pensarci  non ti dedichi solo al movimento ritmico dell’ensemble, alla sua dimensione tecnica di tappeto sonoro nel drumming e via dicendo, sei anche (e per me soprattutto) un percussionista che suona uno strumento di Note ed Armonie, una sorta di pianoforte tribale e melodioso come il Caisa, o in altri casi Steel Drum, Xilofono, Vibrafono. Che differenza c’è in tutto questo?

Sono fiero di essere un percussionista soprattutto perché sono un compositore. Da sempre cerco di non cadere negli stereotipi dei percussionisti guasconi e funamboli. I batteristi che ho sempre amato sono Daniel Humair, Jack DeJohnette, Paul Motian, Manu Katche e Terry Bozzio. Stranamente però il musicista che adoravo da ragazzo era Billy Cobham (qualche anno fa ho avuto la gioia di poterlo far suonare nel mio album “Impatiens”). Tra i percussionisti invece Nanà Vasconcelos, Omar Faruk, Arto Tuncboyaciyan. Per me sono tutti pittori, disegnano ognuno con un proprio stile, chi impressionista, chi futurista, chi astratto. Comunque dipingono. Io cerco di fare lo stesso con il mio set di Caisa che ho scelto come mio strumento ideale dopo aver molto girovagato nell’immensa famiglia delle percussioni. E’ uno strumento, come dici tu, con un timbro arcaico e delicato che permette di non limitarmi alla parte ritmica ma di partecipare alla tessitura armonica e melodica di un brano. Anche se ultimamente mi alterno molto tra pianoforte e Caisa.

Non c’è melodia senza ritmo. Può esservi ritmo senza melodia? Una mia curiosità, visto che spesso si parla di “ritmo puro” ma anche di “pura melodia”.

Non esiste né la pura melodia né il puro ritmo. Il ritmo è insito nella melodia e soprattutto la melodia è nel ritmo. Quest’ultima caratteristica però è poco comprensibile per la nostra cultura e abitudine di ascolto. Ti faccio un esempio, quando studiavo batteria avevo dei vicini di casa somali che, dopo avermi ascoltato per ore, al contrario degli altri vicini non volevano uccidermi impiccandomi ma anzi faceva loro piacere sentirmi perché il suono ed il ritmo dei tamburi gli ricordava la loro terra. Forse la cosa può far sorridere però questo fatto indica che melodia e ritmo sono complementari fra loro, due facce della stessa medaglia. Ciò che cambia è solo il nostro angolo visuale. C’è chi si commuove ascoltando un’aria di Verdi e chi sentendo un buon groove di percussioni.

Mi sentirei di dire che anche in “Quixote” hai ideato una colonna sonora (una fra le tante che hai composto) stavolta un po’ diversa: una Soundtrack della tua Meraviglia, del tuo Stupore di fronte a quel Mondo interiore, a quella Storia delle Storie che nasce con l’Homo Sapiens che comunica suoni (messaggi ed emozioni) col Tam Tam e che, defunto Tarzan, smagheggia con la Marimba o sui Loop o sulle percussioni elettroniche.

Hai ragione, in particolare c’è un brano nel primo disco di Pollock Project intitolato “Unnecessary” dove abbiamo cercato di riprodurre una sorta di nuova musica tribale europea dove la voce campionata di Marcel Duchamp si appoggiava su un magma ritmico fatto di voci, percussioni e loop. Questa componente fisica e ancestrale forse deriva dal fatto che il processo creativo che ha sempre caratterizzato la musica di Pollock Project parte sempre dall’improvvisazione per arrivare poi alla composizione e quindi a una forma definita. In fondo l’ho sempre detto che questa è una tecnica mutuata dal “dripping” di Jackson Pollock e cioè l’atto di dipingere facendo gocciolare il colore sulla tela dall’alto verso il basso. Nel nostro caso i loop elettronici sono le tele e l’improvvisazione le gocce di colore. Ma sarebbe superficiale pensare che il lavoro finisca qui perché al contrario c’è una seconda fase dove tutto il materiale registrato viene editato, sezionato e rimontato fino ad arrivare ad una forma compiuta. Solo ultimamente ho scoperto che molti dei pezzi scritti da Joe Zawinul per i Weather Report sono nati più o meno così. Il caso è una componente essenziale della creatività, potrei portarti come esempio quello che secondo me è il più grande compositore vivente, Steve Reich, che ha fondato gran parte la sua estetica sullo “sfasamento ritmico”. Questa particolare tecnica è stata scoperta casualmente da lui mentre cercava di smanettare con due piastre di registrazione che riproducevano il suono con una velocità diversa perché una di queste era difettosa.

Bel discorso. Dici: “il caso è una componente della creatività”. La “casualità artistica” è un contenitore non convenzionale  di emozioni passate, di visioni vissute, di tutto ciò che è stato “sentito”, e che torna magari quando gli stimoli (anche esterni) sono quelli, come dire, “giusti”. Che ne pensi?

Esatto! Se ci pensi tutti noi siamo il risultato delle nostre esperienze sensoriali, umane, culturali, Non voglio entrare nei meandri della psicologia perché non è il mio campo ma posso sicuramente dire che ogni artista si porta dietro un patrimonio di ascolti che ha metabolizzato e rielaborato attraverso le sue opere. Chi pratica l’improvvisazione sa, appunto, che “improvvisamente” può trovarsi di fronte a qualcosa che ha suonato e che non si aspettava. Era nascosto senza forma da qualche parte della sua mente. Kerouac in letteratura praticava quella che chiamava “poesia spontanea” e aveva sempre con sé un block notes e una matita. In ogni caso bisogna avere il coraggio di rischiare e di cercare qualcosa ancora. E ancora e ancora…

Il Pollock Project è una proposta visionaria e, in quanto tale, perfettamente descrittiva della realtà dell’Oggi e di un Futuro possibile, anche più che possibile. Esistono alcuni artisti che di questa Estetica fanno la propria realtà umana ed artistica (in fondo, di due cose la stessa…). A mio parere questo è il Nuovo che troppo spesso insistiamo a non vedere, per via del discorsetto che “tutto è già stato detto”. In realtà mi pare che non sia possibile che tutto sia già stato suonato o dipinto o narrato. Perché mai parleremmo di Arte?

“Tutto è già stato detto” è una fandonia inventata da chi non ha idee. Il potere della creatività fa paura per mille motivi. Viviamo un periodo storico dove la cultura viene penalizzata e maltrattata in ogni momento. Il termine “intellettuale” viene percepito come qualcosa di inutile e noioso, una specie di insulto. E’ una nuova e più sottile forma di manipolazione politica che tende a togliere linfa al libero pensiero e regalare un senso di frustrazione a tutti gli artisti. Tutto ciò che è non è conforme è anomalo. Una proposta artistica è di successo se asseconda il gusto di 4-5 produttori che gestiscono la programmazione dei vari cartelloni nazionali. Il pubblico non ha nulla ha che fare con questo se non quello, eventualmente, di accettare tutto questo. L’intrattenimento non è arte, perché l’arte ci scuote dentro, non ci intrattiene. E non tutti sono disposti a farsi scuotere o a disporsi all’ascolto senza preconcetti. Un grandissimo designer Dino Gavina diceva che non c’è mai stato un periodo storico così pieno come questo di artisti tanto popolari quanto mediocri. E allora penso che la lezione estetica e morale che ci hanno lasciato i dadaisti e i surrealisti del secolo scorso sia ancora vivissima. Pensare e creare visioni è un bisogno primordiale che ha percorso tutta la storia ed è tuttora un atto creativo e profondamente vitale. Da lì si deve partire per cercare il nuovo.

Vi sarebbe Arte se non esistesse pubblico? Il vero Pubblico è quello che si lascia coinvolgere totalmente dall’Evento? E’ vero, secondo te, che “essere fruitore” significa in qualche modo “essere artista”?

Bellissime domande! Perché il nocciolo di tante questioni è proprio questo del rapporto con il pubblico. Probabilmente è una questione di equilibrio o più semplicemente non bisogna proprio porsi il problema. Se come artista cerchi solo il consenso percorrerai le vie più comuni cavalcando l’onda più in voga e toccando le corde più facili da suonare. Se te ne disinteressi devi sperare di essere ricco di famiglia per poter continuare a fare il tuo lavoro. Io ne faccio una questione di richiamo tribale, cerco cioè di esprimermi attraverso un mio particolare linguaggio musicale che liberi, incuriosisca, coinvolga e richiami ascoltatori affini. Così come dopo ogni concerto di Frank Zappa per affinità me ne andavo ad ascoltare Varese o Stravinskij sarebbe bello sapere che dopo l’ascolto di un mio disco qualcuno vada a sentirsi Steve Reich o a vedere una mostra di Pollock, oppure a leggere un romanzo di Julio Cortazar. O semplicemente provare curiosità. Però questa tua domanda circa il ruolo del pubblico mi spinge a farne una proprio a te circa l’altra figura di riferimento di cui non si è parlato: che ruolo dovrebbe giocare la critica musicale rispetto all’artista e alle sue opere?

Va bene così: l’intervistato diventa intervistante: Forse vuol dire che i nostri due ruoli, pur non essendo intercambiabili, hanno un Quid in comune, realtà (o irrealtà) che DEVONO interagire, dando così una bella spallata all’idea romantica dell’Artista-Eroe, immagine che oggi è molto diffusa e gradita sia al Pubblico che a certa Critica  e chiediamoci il perché… In ogni caso rispondo al tuo quesito:

Innanzitutto il Critico (ma che termine inopportuno, direi piuttosto Osservatore) dovrebbe rispettare giorni, notti ed opere che hanno spinto l’artista a dar vita ad un percorso vitale, facendo esattamente il contrario di ciò che, purtroppo, comunemente si fa: effettuare un download, ascoltare, vedere, giudicare, cestinare. Contrario ad ogni Etica della Comprensibilità è “cestinare” dopo aver “scaricato”, pensando aver “capito”, grande pericolo dell’Arte “nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, come aveva profetizzato Walter Benjamin nel 1936 (77 anni fa, qualcuno se n’è accorto?). Mi sento di dire che quando rifletto su una creazione musicale (assolutamente al di là d’ogni narcisismo) passo a scriverne solo dopo aver fatto girare il cd (aut similia) un numero N di volte( maggiore di 10). Il ruolo del Critico (secondo il sinonimo di cui sopra) è quello di dialogare, perché la Creazione può esser frutto  di un’interazione anche “anarchica” e sinceramente divulgativa,  utile alla convivenza emotiva ed ispirata più all’Affetto ed alla Condivisione che alla Diagnosi Tecnica (spesso non umile) di ciò che di più Umano esiste: il Dialogo, etimologicamente “dià”” (attraverso) e “logos” (discorso), tramite meraviglioso per condividere Sentimenti.

Molto interessante e corretto questo tuo elogio del Dialogo. Quindi continuiamo il nostro. Sai perché ti ho fatto questa domanda? Perché credo sia arrivato il tempo rimettere in discussione alcune certezze che diamo per assodate. Ad esempio: che ruolo gioca il musicista nella nostra società? E’ un mestiere o una missione? Non si può pensare che il successo sia necessariamente sinonimo di bellezza e senso artistico. Investire sulla creatività e sulla ricerca dovrebbe essere un dovere di una società evoluta. Io penso che gli artisti andrebbero finanziati, come i preti e i medici di base. Allo stesso modo però mi domanderei: che ruolo gioca oggi il discografico, l’editore, il promoter di concerti, l’ufficio stampa? Siamo sicuri che non sono, più o meno, tutte categorie estinte o in via di traumatica trasformazione? Ma il musicista invece sembra sopravvivere a tutto questo! Sai benissimo che si auto-producono una quantità enorme di dischi totalmente al di fuori di una logica di mercato, così solo per il bisogno di esserci. Tutti aspettando Godot… Forse bisognerebbe ripartire dal basso, dal grande potere coagulante che ha la musica quando ha veramente qualcosa da dire e da dimostrare. Mi sono trovato spesso in giuria di festival e rassegne quanto basta per capire che in giro c’è ancora qualcosa di molto buono. Nato spontaneamente, senza nessun aiuto. Faccio due nomi: un quartetto marchigiano che già dal nome è un programma “I’M ANITa” e un duo di Gorizia i “DEJA” dove canta Serena Finatti un artista incredibile. Resisteranno alle intemperie? Io spero di sì.

E, allora, perché non unire le forze e presentare un progetto collettivo fatto d’ogni linguaggio ed eseguirlo in una vicenda che unisca musicisti, poeti, pittori, danzatori, attori, performers? Queste “forze” le possiamo unire davvero?      

Con enorme piacere. Parliamone!

Certo, ne parleremo al più presto. Alla prossima puntata, che presto realizzeremo nella forma più efficace del Video. Grazie Marco per il tuo interplay, grazie Don Quixote…

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Pubblicato da nel 25 novembre 2013 alle ore: 0:53. Archiviato sotto Interviste. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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