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Lettera aperta a Matteo Renzi

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Lettera aperta a Matteo Renzi

Caro sindaco, Ho votato per lei insieme ad almeno due milioni d’Italiani, ho fatto una piccola cosa per lei, che è divenuta grande poiché l’abbiamo fatto in tanti, lei faccia un grande gesto. Nel giorno della sua elezione lei ha voluto ricordate un concetto caro a Mandela, che solo ragionando in grande si può fare del bene ad un Paese. Ecco è il momento. Faccia la cosa giusta: dialoghi con Letta, Napolitano, Alfano, Monti, Casini… Ma anche con coloro che hanno invaso le piazze in questi giorni, soprattutto con coloro che esprimono una protesta spontanea e rifiutano di farsi strumentalizzare da Berlusconi, da Grillo o dai gruppetti della Destra estrema. Certo possono sbagliare, anche lanciare insulti ingiusti, loro però sono persone che soffrono più di me e di lei, sono padroncini di camion, contadini, negozianti, artigiani che non ce la fanno più a tirare avanti a causa dell’oppressione fiscale più pesante del mondo. Occorre un grande gesto, occorre il coraggio di dire a tutti la verità: senza grandi sacrifici non si esce dalla crisi, ma i sacrifici non possono essere sempre “loro” a farli, i lavoratori autonomi e dipendenti. Il “popolo dei forconi” è il nostro popolo, sono i rappresentanti di coloro che più soffrono fra noi Italiani, fra la nostra gente, non portano il passamontagna, ci mettono la faccia, mostrano la carta d’identità a chi vuole intervistarli, la violenza per loro non è uno sport inebriante, come per altri, rivoluzionari da operetta, per loro è un gesto estremo, dettato solo da disperazione. Caro sindaco, non faccia come i tanti che si coprono gli occhi e le orecchie, aspettando che la tempesta passi. E se non dovesse passare? Prenda esempio dai “celerini”, si tolga il casco dell’europeismo di maniera, getti il manganello della difesa della legalità: nessuno si è mai suicidato per un blocco stradale temporaneo, mentre già troppi di “loro” si sono suicidati per le cartelle di Equitalia. Le parlo in nome di quei valori in cui credo da quando avevo la metà degli anni suoi, e lei non era neanche nato: in nome della democrazia, che è la più grande invenzione dell’Umanità, in nome del rispetto del lavoro, autonomo e dipendente, apra un dialogo con loro, li vada anche a cercare in piazza, sopporti magari qualche urlaccio, tenga però aperta la via del dialogo, il ponte della comprensione reciproca. Loro sono la parte del nostro popolo che più ha sofferto, che più sta soffrendo, bussano, in modo forse sguaiato, ai portoni dei palazzi della politica, ma se siamo quel che diciamo di essere, dei “democratici”, non possiamo chiudere con il paletto.

(Filippo Russo)

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Pubblicato da nel 22 dicembre 2013 alle ore: 17:20. Archiviato sotto Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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