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Il Castello dei Liri, emozioni di un tempo che fu

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Luce-dellalba-a24633019[1]E  la settimana sul lago di Garda è andata, ora tocca alla Toscana, la mia amatissima Toscana. Finalmente, come l’ombra di un cactus nel deserto, a un chilometro da noi ecco il cartello: uscita per Siena. Ammutolite dalla stanchezza iniziamo a pensare male: sicuramente abbiamo scelto il posto peggiore, non sarà affatto un castello di campagna ma si e no una torre diroccata, con una vasca al posto della piscina e un appartamento, il nostro, dove normalmente ci fanno stare polli e conigli ! Insomma immaginiamo il peggio mentre la macchina prosegue per fatti suoi tra stradine di campagna, a quest’ora deserte, e sentieri talmente piccoli da sembrare un reticolato di arterie nel cuore della campagna senese, quella che Brandel definiva la più romantica che ci sia. Più che strade sono sentieri non asfaltati e quando ci passiamo sopra, dietro di noi si sollevano nuvole di polvere bianca. Non facciamo in tempo a chiudere i finestrini, così  i nostri jeans da blu dark che erano, diventano di colpo a  pois bianchi. E’ troppo, stiamo per esplodere!

Invece no. Un’altra curva, l’ultima, e ci appare il castello. E’ veramente un castello e la torre è tutta intera. Rimaniamo per un minuto in macchina a motore spento, vergognandoci di quello che avevamo pensato, il fascino di questo luogo ti si sbatte in faccia appena lo vedi e non riesci subito a spiegarne le ragioni perché ce ne sono tante e ti fanno rimanere senza fiato. Per  scoprirlo tutto e subito non hai bisogno di una guida che ti indica i percorsi, basta seguire le ombre dei cipressi. Sembra addormentato il palazzotto centrale tutto cotto e pietra bianca, con alti portali fiancheggiati da otri traboccanti di gerani rossi, ma non lo è, vive soltanto la sua storia intrappolandola in se stesso. Senza enfasi, senza clamore, senza rumore. Basta girare l’angolo e scopri che intorno c’è un intero borgo, a quest’ora insonnolito dal sole. Mi affaccio da un lato e trovo un grande prato recintato da cipressi. In mezzo, come cresciuti per caso, alberi di pere e fichi, stracolmi nella parte alta, vuoti nei rami più bassi. Chi è passato lì sotto, ha colto i frutti più a portata di mano,  lasciando agli altri il piacere di usare la scala, se proprio ne vuole uno. Faccio capolino dall’altro lato e vedo solo cotto, dalle tegole dei tetti alle mura dei piccoli casali disseminati a caso, come se dalla mano del seminatore fossero stati soffiati via da una folata di vento improvvisa, caduti e cresciuti armoniosamente nella loro casualità. E’ tutta  una uniformità di colori di terra che si mescolano alla terra. Andiamo alla reception.

Nella hall  si respira un’aria di vissuto, quell’aria di vecchio che affascinava Goldsmith quanto me. Vecchi libri, vecchie sedie, vecchie maniere. Dietro un’armatura arrugginita, quindi forse veramente usata per qualche combattimento, una giovane segretaria sta usando il computer. Quando la vediamo ci rassereniamo, siamo ancora nel 2000 e non siamo capitate, non si sa come,  nel 1400  quasi 1500 come successe alla coppia Troisi – Benigni nel loro celebre film. E’ il moderno che si inserisce nel tempo protetto dal tempo stesso, in una amalgama perfettamente riuscita - … in uno sposalizio di tutti i giorni e di tutte l’ore, talchè il viso, i gesti, le parole, i sentimenti dei toscani d’oggi non contrastino, anzi s’accordano, con l’antica architettura delle chiese e delle statue del Donatello … -  come scriveva Curzio Malaparte. Il nostro alloggio si chiama - L’alcova della Badessa - Tutto è come da copione, dal camino alle travi al soffitto, dalle pentole di rame ai letti in ferro battuto. L’unica sorpresa è che non è stato pulito. Scendo per avere spiegazioni e per tutta risposta mi vengono consegnate scopa, paletta, spugne e spry multiuso. "Cosa vuol farci signora, la ragazza l’era così eccitata che doveva uscire col suo ‘moroso, che si sarà dimenticata, s’era fatta pure i capelli … suvvia, ci pensi lei".

Per premio, ricevo un sapone al mughetto. Lo uso subito sotto la doccia e divento tutta un candido fiore. Mi avvolgo nel telo e vado in camera da letto, apro le imposte e spalanco la finestra, ogni traccia di stanchezza svanisce nel cielo che ho aperto insieme alla finestra.  Il confine lo tracciano le torri di Siena, circondate da una campagna coltivata ad appezzamenti, ognuno arato in maniera diversa dall’altro, così da sembrare una coperta patchwork colorata dalle sfumature del grano falciato. Il silenzio è interrotto solo dal tubare dei colombi. Sarà la prima cosa che farò ogni giorno appena sveglia, affacciarmi da questa finestra, e l’ultima prima di addormentarmi, senza chiudere le imposte però, così da avere la sensazione di dormire all’aperto, senza le barriere delle mura. Mi infilo in un camicione di lino e scendo scalza, voglio sentire la pietra sotto i miei piedi. Mi siedo in un punto in cui l’orizzonte è più ampio e immagino la vita che si è svolta tra queste corti. Le vite degli uomini e delle donne, dei proprietari e dei servitori. Vite diverse, opposte, giuste e ingiuste, predestinate soltanto da una nascita che ne ha decretato la felicità o l’infelicità, la ricchezza o la fame. E’ il ciclo del destino, un mulino che macina sempre la stessa farina, allo stesso modo e con gli stessi tempi. Lenti, per chi aspetta giustizia.

Me ne vado dai cipressi, i miei amati cipressi. Per me eleganti e fascinosi, per molti altri solo guardiani di cimiteri. Fu Ovidio a giustificarne la presenza vicino ai luoghi di sepoltura con la storia di Ciparisso, giovane personaggio della mitologia che si fece trasformare in un albero per piangere vicino la tomba del suo amato cervo, da lui ucciso per errore. Alti, affusolati, verde cupo, riservati nel nascondere segreti tra le loro fronde fitte e brune, compagni di passeggiate, simboli di questo territorio del quale spesso ne sono i grandi protagonisti, fotografati  come  fossero divi  del  jet set. Uno dietro l’altro ti conducono dove vogliono e tu ti lasci prendere perché sai bene che ti portano là dove puoi godere la migliore vista della vallata, quella che loro proteggono di spalle, per secoli. Da qui la torre si vede proprio bene.

Quante cose avranno visto queste mura, gesta di persone che qui sono nate, hanno vissuto la loro vita e sono morte lasciando un segno del loro passaggio, fosse anche soltanto il lascito di qualche ettaro di oliveto. Quanti volti hanno svegliato dal sonno questi tordi che oggi svegliano me.  Le loro ali camminano nell’aria e fanno scendere sulla terra odore di ortica selvatica. Mi alzo e vado alla finestra, mi sollevo sulle punte dei piedi per riuscire a guardare oltre gli alberi. E’ il cielo di un mattino non ancora del tutto schiarito e uno stuolo di rondini lo disegna con la sua scia. Mi appoggio con i gomiti sul davanzale. Sotto di me una bambina tiene in braccio un coniglio bianco, da lontano un gallo sveglia tutte le anime ancora addormentate,  io mi stiracchio e sorrido. E’ a me che sorrido, a me che divento felice con poco, anche solo al pensiero che per una settimana vivrò qui,  in  una  icona …

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Pubblicato da nel 13 gennaio 2014 alle ore: 0:17. Archiviato sotto Libri,Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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