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Caduta libera

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Caduta libera

Caduta libera

( Annalisa Nicoletti) - Passo più tempo con lui che con mio marito. Ciao, sono Giovanna e da tre anni vivo una relazione complicata, ma anche alquanto elettrizzante. É la mia sveglia la mattina, lo porto con me in bagno e ci pranzo assieme tutti i giorni. Mi segue in palestra e al cinema. Ovviamente sì, anche a lavoro, dal medico e persino in Chiesa. Con discrezione, s’intende. Ceniamo vicini, vicini, anche quando non siamo a casa, ma fuori tra altra gente. Cosa che è ormai sempre più rara. Sto evitando i posti sconvenienti, zeppi di quelli che non tollerano questo genere di comportamenti. Gente che si vanta di essere riservata, anche se, a me, pare solo scollegata. Tra noi altri, invece, quelli avanti e nient’affatto problematici, ci si trova facilmente. Abbiamo senso ampio delle cose e spirito di condivisione. Dopo noi stessi, viene certamente lui. Poi c’è chi esagera. Chi non s’accontenta e ne ha più di uno. Chi ne porta, ogni volta, uno diverso. Chi, senza vergogna, li mostra tutti assieme, oppure sfacciatamente nega l’evidenza. Io e il mio lui siamo di fatto, coppia. Ci sto proprio bene e ho imparato un’infinità di cose. Tipo a tenere la pipì, tornando indietro se l'ho dimenticato. Ad essere multitasking e a guidare senza guardare, perché ormai posso anche solo sbirciare. Faccenda che si paga, me ne rendo conto, perché una cosa è rubarsi qualche sguardo di sbieco come fanno tutti gli amanti, altra è perderci tutto il senno. A piedi il danno sembra ridimensionato, ho imparato anche a leggerci il libro o il giornale camminando da casa fino alla metropolitana, ma lì sotto la situazione torna complicata, tenersi e sopportarsi è vera prova di un gran legame. Noi due soli, dovete crederci, ne combiniamo tante. Lui è il mio personal trainer mentre corro, il timer per il polpettone in forno. É un tutorial per il trucco, il guardaroba e i viaggi che da tempo vorrei fare. É il mio alter ego, la mia metà e il mio fedele consigliere. Talvolta mente, me ne accorgo, ma lo lascio stare. Si salva in corner, aggiusta il tiro e da quasi offesa, mi ritrovo lusingata. Parliamo, parliamo e restiamo per ore, mano nella mano. Certo che a volte è doloroso. Non si può stare sempre appiccicati ed io ci provo, ogni tanto almeno, a cambiar posizione, a distaccarmene, a non dargli troppa attenzione. Lui invece è lì, se ne sta fermo. Mi fissa quando dormo e finché non mi sveglio. Accade, ovviamente, solo se io voglio, ma lui lo sa che voglio. Sono senza filtri, mi sciolgo per poco, come per la festa che ha organizzato con alcuni amici: ha avvisato tutti, ma proprio tutti che era il mio compleanno. Ma no, neanche lui è perfetto. Per dire, mica fa la lavatrice. Però la colpa non è sua. Io forse, un po’ me lo merito uno così. Lo urto di continuo, gli chiedo troppo e tutto insieme. Eppure, anche lui, non è come all’inizio. Non tiene i ritmi, si blocca, va nel panico e io allora, io non so proprio come aiutarlo se è lui che per primo, non s’aiuta. Se si spegne, dovrebbe saperlo che mi scoraggia. Ovviamente, sto cercando di evitarlo, cioè di lasciarlo, evitare di lasciarlo. Non voglio mica che finisca, ma non posso, neanche, essere sempre io a trovare la soluzione, chiedere aiuto alle persone, cercare nuova carica per la nostra relazione, mentre lui se ne sta lì, a rinfacciarmi il passato, ad accusarmi di superar la soglia. Mah, col tempo l’ho capito. Prima o poi gli passa. Lui senza di me non sa stare. - Va bene Giovanna, per oggi può bastare. In realtà, può bastare per tutti, l’incontro si chiude qui. Per Giovanna è stata la prima volta, facciamole un applauso. - Lei è la consulente di coppie tecnologiche più antipatica che abbia mai incontrato, tra l’altro non la trovo neanche troppo convincente. - Vi saluto. Ci vediamo tra due giorni e mi raccomando, prima di entrare, affidate senza timore, il vostro lui, lei, come preferite, a Rosaria della segreteria. Ve li restituirà a fine incontro. - Ecco, finalmente ci accompagnano da loro, sono all’uscita, in fila tutti insieme e noi pigiati come sardine, vive ed impazzite. Rosaria cerca di preservare l’ordine, dimenandosi tra mani avide ed urla scapestrate. Io mi spingo sulle punte per rintracciare il mio lui. Poi lo vedo. Non si è mai mosso. É lì dove l’ho lasciato. Rosaria mi scorge, c’è empatia tra di noi, un incrocio di sguardi che vale un assenso a darmi una mano per avvicinarlo a me. Lei agevola il passaggio e quando lo vedo arrivare penso che per oggi è andata. Riavrò il mio smartphone. - Giovanna. - Una voce d’uomo mi chiama. E che voce! E che uomo! Ed è lo stomaco schiaffeggiato sui polmoni che fa pressione sulla gola e frena la respirazione, così, in un millesimo di secondo. Stordita scuoto impercettibilmente la testa, vorrei proprio sbatterla al muro per riaverla e realizzare di essermi confusa. Ma no, io non mi sono confusa. Non è possibile. Una voce è una voce e quello è un colpo basso, procuratomi di spalle da un uomo che non ho affatto dimenticato. E mi tornano, come sempre, a cedermi le gambe. Oppongo resistenza perché non si veda. Banale, mi basterebbe respirare e non vorrei aver già inspirato, perché è chiaro che quanto imboscato da qualche parte nella mia mente per non sentire più, ha preso di nuovo il sopravvento e l’ondata di calore di quel maestro seduttore, ora frigge sul gelo che mi sono procurato in sua assenza e se ne frega di ogni procurata, delusa, attesa. Ora brucia. Pietro. Lui, la voce, l’uomo, è Pietro. Ora lo vedo. Ci credo. Replica le mosse di quando ci incontrammo, proprio qui nell’ingresso dello studio, su questa scena di fine seduta intrisa di aggrovigliate passioni surreali. E lui, sguardo profondo e petto villoso come non se ne vedono più, mentre lui lo mostra compiaciuto, emanatore di quell’odor di resina aromatica venuta da Oriente e che non puoi dimenticare. Appiccica, investe, sempre. É un flusso denso e vivo che s’insinua e pulsa nelle mie vene e cerca resti vividi che di sé perfidamente ha lasciato. Ferma il tempo e lubrifica l’ingranaggio inceppato della mia testa che quel martedì, giorno di seduta, prima del mio corpo, lui aveva ripetutamente posseduto. Era una calda e luminosa serata di maggio, roba che non si dimentica. Pietro è detonatore, denti perfetti e grandi pupille. Io, raddrizzata, annego nei suoi occhi che sanno del mio amato cioccolato fondente. Poi, mossa perfetta, abbassa leggermente il capo, alza una mano in segno di saluto e l’incavo nel collo di camicia si apre e si svela. Bello e buffo. Sembra lontano, ma è ormai così vicino. Accenno un sorriso e Pietro è già pronto con il suo. Rarefatta gli vado incontro e quando sono ormai completamente anestetizzata dal marasma impertinente che ci ruota intorno, una mano gentile mi bussa sulla spalla e riporta coscienza sul mio corpo che sapevo evaporato. É Rosaria che m’induce a voltarmi perché io possa accorgermi dell’arrivo del mio smartphone. Quel che resta di me, oltre i miei perduti sensi, si muove verso Pietro, risucchiato dalle sue labbra sanguigne. Ma inciampo. Decollo da quel che sento, fisico, come un macigno, in realtà un piede, comunque spropositato, del primo sfortunato che trovo davanti. Prendo quota sulla gonna gitana della donna che lo segue e accelero la volata, urtando un ragazzotto dalla chioma con troppi, invadenti e ispidi capelli. Niente sento nella mia caduta libera, sen non un lontano, fracassarsi, frantumarsi e sgretolarsi con fine certa a terra, di smartphone e il tonfo sordo del mio corpo che raggiunge il pavimento buttando giù anche Pietro.

Questa narrazione è frutto del laboratorio di scrittura “Come narrare il futuro” curato da Francesca Bellino presso la libreria Fahrenheit 451 di Roma

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Pubblicato da nel 21 gennaio 2014 alle ore: 20:56. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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