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Siena e i paesi intorno, la corteggiano

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Siena e i paesi intorno la corteggiano

Siena e i paesi intorno la corteggiano

Il silenzio della campagna ci ha cullate in un sonno durato più di dieci ore. Mai successo. Mettiamo a bollire il latte stiracchiandoci e sbadigliando come fanno vedere in tv nelle pubblicità dei biscotti, e spalanco tutte le finestre perché mentre mangio pane, burro e marmellata fatta con le susine del frutteto, non voglio perdermi neanche uno spicchio della campagna senese. Prima tappa di oggi Monteriggioni, Mons Regionis, un microcosmo totalmente cinto da 560 metri di mura turrite, resti di un castello sorto a difesa della popolazione. Leggo che da qui, in caso di attacchi, venivano versati proiettili liquidi. Ma cosa erano? Secchi d’acqua, pentoloni di olio bollente o altro?!

A quadrato si apre una grande piazza, protetta da case basse che convergono ai due lati della chiesa, semplice come fosse il soggiorno di casa, con un altare al posto del tavolo da pranzo e una croce e una campana come sopramobili. In tutto ci sono : un negozio di souvenir, due enoteche, un alimentari, due trattorie e un bar dove un tempo il maniscalco faceva partorire le vacche. Un po’ appartato, un piccolo relais più discreto del borgo stesso.

Seminascosta da un cespuglio di corbezzolo, una targa riporta la pagina di diario di un ragazzo del posto : - Siamo negli anni 80 e qui vivono soltanto cinque famiglie di contadini. Un tempo in questa piazza c’erano il vignaio, il fabbro, il venditore di semi e quello dei cesti. Comunque noi ragazzi abbiamo la piazza tutta per noi e ci giochiamo a pallone fino allo strenuo delle forze –

In poche righe questo anonimo ragazzo ci ha fatto sapere come era Monteriggioni ai suoi tempi, quasi come è ancora adesso, enfatizzando il  privilegio di vivere in quel modo, lui e i pochi figli delle cinque famiglie contadine di Monteriggioni. Le porte dei commerci si chiudono alle 12,30. Ci saranno anche i turisti, ma i toscani a quest’ora vogliono mangiare. Per noi è un po’ presto, ma ci adattiamo. Ci sediamo sotto un pergolato di vite da cui pende l’insegna di una delle due trattorie.

L’ho preferita all’altra solo per via delle finestre, sono talmente piccole e basse che una testa per intero non sarà mai riuscita ad affacciarsi. Ci facciamo portare quello che hanno preparato per oggi. Si comincia con un assaggio di bruschette condite al naturale, cioè solo son olio e sale. Il sapore sta tutto nell’olio, tanto buono che insaporisce anche il loro pane che, si sa, è insipido. Ogni morso è un rigolo di olio che scende nel palmo della mano. Subito dopo, due salsiccette di cinghiale, perfette con i resti di questo pane bruscato, e per finire una zuppa di ribollita.

Ad agosto? Sì. E’ troppo buona e io la mangio anche in pieno agosto, bollente.

Verdure spezzettate, profumo di cavolo nero e fette di pane raffermo, proprio come si faceva una volta quando non si poteva buttare niente e si utilizzava tutto, anche ritagli di verdure e pane vecchio. Giorno dopo giorno si riscaldava e quì giurano che più  ribolliva più era buona. Ci alziamo e al nostro posto si siedono due inglesi che ordinano soltanto un cappuccino e un gelato, con lo sdegno della cuoca che si affaccia dalla cucina per vederli in faccia quelli che in toscana ordinano gelato e latte. In macchina  ritorniamo padrone dei nostri tempi, quelli che ci hanno riportato nel XXI secolo. Lascio dentro Monteriggioni una vita lenta e scorrevole, senza rumori se non quelli della vita stessa, pulita e semplice, senza corse, senza affanni.

E senza ambizioni, se non quella di rivedere un nuovo giorno dopo ogni notte.

Come vorrei ritornarci di sera seguendo la luce della luna, per ascoltare solo l’eco dei miei passi e sentirmi padrona dell’intera piazza, come quei ragazzi degli anni 80, un’intera piazza da godermi mentre a braccia aperte faccio girotondo su me stessa, smuovendo quest’aria d’antico che annusi appena superi la prima torre, gridando al mondo intero di fermarsi almeno per una notte, ad ascoltare il silenzio …

 Uscire dalle tante stradine in pendenza perché costruite su dei colli e trovarsela davanti, è uno spettacolo. Si chiama piazza del Campo, ma tutti la conoscono come la piazza del Palio di Siena perché è qui che si corre. E’ una conchiglia che converge verso l’interno come un imbuto, se ti distendi scivoli come sulle giostre. Otto raggiere la tagliano in otto parti, tipo fette di torta, solo per ricordare le corporazioni che un tempo governavano la città.

Come un grande bracciale, meravigliosi palazzi si chiudono intorno al Palazzo pubblico, con la torre del Mangia che sembra esserne il pendente. Ci si distende, ci si siede, ci si bacia in questa piazza, ci si cantano ancora canzoni di Battisti con il chitarrista del gruppo che strimpella sempre le stesse quattro note,   e ci si fotografa con l’orologio della torre che cade sulla testa del più alto della famiglia. Rulli di tamburi in lontananza, sono loro. Preceduti dagli sbandieratori, i contradaioli vincitori urlano stornelli che sanno di presa in giro per la contrada nemica. Con il palio vinto appena tre giorni fa, fanno il giro della piazza per poi scomparire per i vicoli, insieme alle loro voci.

Ci alziamo dal tavolino del bar per sederci a quello del ristorante, in pratica abbiamo soltanto spostato la borsa da una sedia all’altra, tanto sono vicini. La cena è del tipo menù turistico, nel senso di gusto non di costo, pietanze sfacciatamente surgelate, scongelate e scaldate al microonde, ma la vista della piazza illuminata è mozzafiato e va bene così. E’ solo tornando indietro che ci rendiamo conto che è notte ormai. Non si sa come, finiamo nella contrada vincitrice. Non c’è portone, finestra o negozio che non abbia issato la bandiera con lo stemma della contrada, un’orgia di colori che sventolano nel buio della notte, e la parrocchia è ancora aperta, con il palio messo là dove normalmente in altre chiese ci trovi la statua del santo patrono. Ma tutto questo si spiega se si conosce la storia del palio che è l’anima di questa gente, e se si accetta quel misto di fede e laicità che questo stendardo rappresenta, la cui conquista per un senese è l’obiettivo della vita.

Risale al 1300 questa festa in onore della Madonna, di Provenzano a luglio e dell’Assunta ad agosto Un carroccio trainato da quattro buoi segue gli alfieri che reggono il palio, un drappo stretto e alto che ogni anno viene dipinto da un artista diverso, mentre gli  sbandieratori aprono il corteo. Quando i tamburi zittiscono, i cavalli escono dal cortile del Podestà. I fantini, vestiti con delle specie di pigiami colorati, aspettano il via del mossiere per lanciare i loro cavalli in una corsa verso tre giri della curva di San Martino. Lo scoppio di un mortaletto segna l’arrivo e la folla sfoga tutta la tensione in lacrime e svenimenti, mentre il resto dell’Italia sorride  di  fronte  a  tanta passione. Nell’ultimo tratto di questo vicolo ci sono ancora le lunghe tavolate della cena di ringraziamento che c’è stato ieri l’altro. Quando D. H. Lawrence venne in Italia disse che a Siena fu costretto a restare fuori per due giorni interi e che non vedeva altro che cavalli e contradaioli in festa, locande piene fino al tetto e bandiere ovunque. Come adesso, come trecento anni fa, come nel 400. Con le labbra sporche di zucchero a velo dei ricciarelli comprati da Nannini, ce ne torniamo alla macchina cantando come la Gianna – … si, nascono così, tutti i desideri dentro i sogni miei, li trasformerò in coriandoli di luci … e li riuscirò sempre a sentire, dentro colori da scoprire … -

 

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Pubblicato da nel 23 gennaio 2014 alle ore: 0:00. Archiviato sotto Libri,Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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