Socialize

San Gimignano e la sua torre rognosa…

Print Friendly, PDF & Email
San Gimignano e la sua torre rognosa...

San Gimignano e la sua torre rognosa...

Lungo la strada si vedono soltanto casolari e balle di fieno accatastate vicino i granai, e camicie appese alle mollette come tanti fantasmini a testa in giù. Dietro una curva spunta una donna che coglie more insieme al suo bambino. Scendiamo dalla macchina e lo facciamo anche noi, il bambino ci regala la sua scatola dei biscotti vuota e noi ci mettiamo dentro le more. In macchina, mentre  mangiamo le more, Araba de Palo canta la sua – Depende –  Eh si, ha proprio ragione, tutto dipende da che punto guardi il mondo. Parcheggio oltre le mura e a piedi, quasi in processione dietro una fila di turisti, arriviamo alla porta d’ingresso detta di San Giovanni, un agglomerato di pietra ferrigna e tufo con un arco a sesto ribassato e una castellaccia piena di stemmi. Da questa porta passò anche Machiavelli con le sue truppe. Sarà qui che avrà pensato la famosa frase o l’avrà pronunciata in qualche osteria, con la mente piena di mosto fermentato, e non se ne è più liberato?

Il sole è ancora alto e rende tutto brillante. Il rosso del cotto che regna ovunque, a tratti sembra dorato e il travertino di legno sottostante i tetti  pare intrappolare nelle sue spaccature i raggi cocenti per scurirsi di più. Ma verso sera, la scia del tramonto comincia a tingere di porpora l’austerità delle torri, facendo calare sui palazzi una pennellata brunita e cupa. Da questa porta scorre indisturbata dal tempo la strada principale, tutta palazzi medioevale e negozi che vendono vecchi telai, acquasantiere e bottiglie di vernaccia, quel liquore che Torgioni nel 1770 descriveva così - … avea così poco colore che parea acqua, che rimanea gentile al palato sicchè parea vino leggerissimo, ma quando giungea nello stomaco mettea un gran fuoco … - Finanche in una chiesa scomunicata, di fianco a quella romanica di San Francesco, c’è una rivendita di vernaccia. Accettiamo di fare un assaggio e ce ne usciamo con la classica confezione da tre che ci portiamo in giro come fosse un passeggino con bambino. Superato l’arco dè Becci entriamo nella piazza principale, detta della Cisterna.

I palazzi che la trattengono in un eterno girotondo hanno tutti una architettura diversa l’uno dall’altro, ma il risultato è di effetto. Sembra facciano da guardiani al pozzo, o meglio alla cisterna del 1200 che si trova nel mezzo, ci sono ancora i solchi delle funi utilizzate per tirare sù i pesanti secchi d’acqua. Troppi turisti però, me ne vado oltre. Imbocco un vialetto stretto e buio alle spalle di un albergo che mi piace tanto. Ha i soffitti delle camere dipinti con i gigli fiorentini e io mi fermo ad osservarli ora che gli ospiti hanno spalancato le imposte. Si vedono soltanto i soffitti, le persone no. Che serata vivranno lì dentro? Saranno stanchi e avranno le bolle ai piedi per i tanti giri che hanno fatto per tutto il giorno tra negozi, piazze e vicoli, o saranno sazi di tanta arte gustata e digerita ormai da dodici ore e vogliono soltanto riposare gli occhi, o staranno rivedendo le foto che hanno scattato alle torri per contare quante ne sono, o si sono distesi sul letto della camera più bella a godersi un buon vino, quello che hanno comprato all’enoteca vicino il convento.

Forse qualcuno scriverà su face book il diario della giornata convinto che la cosa interesserà a qualche sconosciuto in chat, qualcun altro invece leggerà finalmente quel libro che non aveva mai avuto il tempo neanche di aprire e chissà, forse una coppia scoprirà di amarsi ancora, perché farà di nuovo l’amore con amore, proprio sotto i dipinti dei gigli fiorentini. Si, voglio pensare che stanotte in quelle stanze ci sarà l’amore. Riprendo il vicolo. Ha l’aria abbandonata, forse perché stretto com’è non ci batte mai il sole e l’umidità ti penetra nelle ossa anche solo attraversandolo. Una casa ha il perimetro fatto tutto di muschio. La targa sulla porta indica che era la casa di santa Fina, una ragazza morta a soli quindici anni dopo averli vissuti tutti su una panca. Salto a piè pari il museo delle torture ed entro nella chiesetta di San Lorenzo in Ponte, e mi meraviglio di trovare le pareti ben affrescate. I dipinti di sinistra raffigurano l’inferno, quelli di destra  il paradiso. Il buio, la luce. L’immagine dell’inferno è tenebrosa, popolata da anime informi e urlanti, quella del paradiso è tutta una luce vissuta in compagnia di angeli che incoronano una Madonna non più giovane. L’aria qui dentro è soffocante, troppe candele accese, esco arrossata come se avessi fatto una seduta di  lampada abbronzante. Me ne vado nella piazza dove c’è il duomo, ed ecco le torri più belle. La più alta è quella rognosa ( c’entra la rogna in questo nome ? ), cui seguono le torri gemelle ( e qui devo dire che forse gli americani ci hanno copiato ! )  ai cui piedi esiste ancora una grande loggia con voltone. Un tempo veniva usata per comizi e quanto altro serviva per radunare gli abitanti e informarli di qualcosa. Oggi i veterani del paese la usano per trascorrere le serate discutendo di pallone, dell’ultima bischerata del sindaco o della nuova gestione della cooperativa che a loro proprio non va giù. Anche stasera sono qui, incuranti dei turisti, li tollerano talmente bene che fanno finta che non ci siano, e i più anziani si portano addirittura la sedia da casa.

Passa un giovane e uno di loro, con le spalle appoggiate agli affreschi del Sodoma, gli chiede ad alta voce – oh che tu ha’ trombato ieri l’altro ? –  -Maremma … -  risponde lui alzando la mano e continuando a camminare. Ma che risposta è, si o no? Che strano questo duomo, non ha la solita entrata principale, ma ne ha due laterali. La spiegazione la trovo all’interno, la chiesa all’origine era posta al contrario. Nella navata di sinistra ci sono lunette di Bartolo Fredi rappresentanti storie del vecchio testamento, in quella di destra invece è rappresentato il nuovo testamento a opera di Barra Senese che morì proprio qui, cadendo da una impalcatura. Quanto è evidente l’influenza di Giotto con quel suo turchese che nessuno ha mai osato imitare. Continuo a girare e trovo una sorpresa, un dipinto che è considerato la più bella opera del Ghirlandaio, immagine che si trova su tutti i libri di storia dell’arte per i licei. Quanto sono belli questi colori primaverili che usava anche quando doveva dipingere il freddo inverno, con le pareti delle case prive di ogni ornamento se non la veduta della campagna attraverso una piccola finestra. Fuori, vicino la loggia del Battistero, un’ artista di strada  con la sua voce scadente, distrugge  l’Ave  Maria di Schubert. Un aperitivo prima di cena è quello che ci vuole, e qui naturalmente è a base di vino e crostini.

Uno sguardo alla luna che, da dietro le torri, sta già scalciando il sole per prendersi il suo posto, e noi due a ricordare il film di Zeffirelli che fece salvare queste torri dalla furia distruttiva dei tedeschi, da tre donne inglesi che lasciarono il loro tè delle cinque e si incatenarono per non farle violare. Con questi ultimi bagliori di luce, gli occhi di mia figlia sembrano ancora più verdi, si illuminano sempre di fronte al bello. Non invecchierà mai quindi, se è vero quello che diceva Kafka, e cioè che chi conserva la capacità di vedere la bellezza non invecchia. Mia figlia è una persona che ha bisogno di socializzare, di parlare, di essere nel mondo, quell’agglomerato di vite di cui lei ne diventa sempre più protagonista. Il  mio opposto. Io sono a metà tra un orso solitario e un’eremita. Soltanto quando chiudo la porta di casa io mi sento veramente bene, protetta da tutto quello che c’è fuori e non mi piace. Traffico insopportabile, rumori inutili, volgarità gratuite, palazzi imbruttiti dallo smog, rivalità e competizioni portate all’estremo, odio e ingiustizie sbattute in faccia come fossero legali, e una massa di gente che corre e si affanna solo per ottenere un po’ di esteriorità. “ Ripudia la falsa parvenza dell’apparire e insegui l’essenza dell’essere “ diceva mio padre. Ne ho fatto il motto della mia vita. Preferisco la solitudine se a farmi compagnia ci fossero ipocrisia, arroganza, invidia, superficialità. E non sarebbe un pomeriggio speso bene se lo consumassi con qualche conoscente in giro per boutiquès o in qualche palestra a sudare per riuscire a entrare in una gonna troppo stretta e corta che la moda vorrebbe costringermi a comprare. Ci prova sempre, ma non ci riesce mai.

E a una donna che trascorre il suo tempo tra parrucchiere ed estetista, spettegolando e interessandosi dei mariti altrui, io preferisco un’amica che mentre si lava i capelli nel lavandino di casa sua mi parla di Hengel, che ti legge un articolo di sociologia mentre aspetta che si gonfi il soffluè, e che alle scottature delle Seychellès preferisce i tramonti della Cornovaglia. E’ quasi impossibile? Forse si. Nel dubbio, io mi ritiro sempre più in me stessa e nella mia casa, come una lumaca che in simbiosi con il suo guscio lentamente va avanti, dritta per la sua strada, senza mai cambiare direzione o voltarsi indietro, verso una meta da tempo agognata, se prima non interviene qualcuno che la schiaccia frantumandole il guscio e spezzando lei e i suoi sogni… Il ristorante che abbiamo scelto per cenare è all’aperto, di fianco alla rocca di Montestoffoli, e il nostro tavolino è su un giardino pensile che, manco a dirlo, affaccia sulla campagna. La fiammella di una sola candela però non basta a vedere cosa c’è sulla tavola, così ne chiedo un’altra. Ora va meglio, peccato però che adesso vedo bene anche una orrenda scultura in lamiera arrugginita che è al centro del giardino, opera di qualche strampalato artista o presuntuoso designer che l’ha messa qui convinto che si armonizzi bene con il contesto. Immagino la faccia dei proprietari del ristorante quando si sono visti davanti questa bruttura, ma come dire, ormai l’avevano pagata. Zuppa di farro, fagioli al fiasco e pici ai porcini. Nell’attesa, ci fanno assaggiare due bruschette con pomodori freschi che spruzzano sapore di sole a ogni morso, e  una strofinata di aglio che mi salirà in gola fino a domani mattina. Qui la chiamano fett’unta o pann’unta. Per dessert, fichi avvolti in foglie di vite scottate nell’agresto per renderle commestibili, e poi cotte sulla brace. Divini, da leccarsi le dita, e non solo per togliere l’appiccicaticcio. A passi lenti ce ne torniamo alla macchina. Passiamo davanti a un portone con una targa che ricorda che lì una volta c’era il conservatorio leopoldiano per l’educazione delle fanciulle. Cioè?

 “Mamma, ma ti rendi conto che ogni volta che veniamo a San Gimignano, tu compri una stampa e il solito coccio per cucinare il fagiano ? Ora ti chiedo : dove pensi di appendere quest’altra stampa dato che non c’è più una parete libera, ma soprattutto ti chiedo a cosa serve il coccio per cucinare il fagiano dal momento che in casa nostra non ne è mai entrato uno, né vivo né morto ? “Me l’abbraccio e rido, anche perché ha ragione, sono una brava cuoca ma di cacciagione non ne capisco niente, non so neanche come si macera un fagiano. Intanto però ho il coccio, ed è un inizio. San Gimignano è alle mie spalle ora, sempre più piccola, il sapore dei fichi cotti è ancora attaccato al palato e  il mio coccio è vicino al cambio delle  marce, così non rischia di cadere e rompersi. Lentamente l’auto segue le curve appena fuori le mura, mentre nelle mie orecchie riecheggiano ancora le note di un musicista che in solitudine, di fronte al duomo, sta ancora suonando un magnifico rondò. E il suo violino diventa  una melodia invisibile…

Articoli che potrebbero interessarti

  • 91
    Cari lettori, inizia oggi una piccola, nuova avventura per 4ARTS: la pubblicazione di un giallo a puntate (un capitolo a settimana), firmato dalla nostra collaboratrice Annamaria Porrino. Nel pieno stile dell'autrice, si tratta di un lavoro accattivante, ricco di atmosfere e spunti di riflessione, che siamo certi apprezzerete. Buona lettura…
    Tags: per, in, mi, si, è, l, i, non
  • 88
    Il Natale per me è Assisi. Ogni anno torno qui, da Chiara e Francesco, per camminare sugli stessi ciottoli su cui hanno poggiato i loro piedi scalzi. Ho bisogno di sentire l’aria di santità di quel Francesco che indossava un saio ruvido per farsi scorticare la pelle nuda e calzava…
    Tags: è, non, per, si, mi, in, l, i, ci, più
  • 88
    CAP. XV  I funerali “ Lei capita a proposito signora Anna, venga pure dentro “ “ Mi dica tutto ispettore, cosa c’è di nuovo ? “ “ C’è l’esito dell’autopsia, legga pure “ e mi porge il verbale del patologo, breve e conciso. “ Beh niente di nuovo, la morte…
    Tags: si, è, non, per, in, i, mi, ci, più, l
Pubblicato da nel 6 febbraio 2014 alle ore: 0:28. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>