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Montepulciano, musa ispiratrice del Poliziano

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Montepulciano, musa ispiratrice del Poliziano

Montepulciano, musa ispiratrice del Poliziano

E’ la perla del 500. Aristocraticamente adagiato su di un colle, Montepulciano pare sovrastare il territorio circostante con una certa alterigia, quella di chi sa di essere superiore, a cominciare dal fatto che possiede architetture romaniche, gotiche, rinascimentali e barocche. Nessuna più?! Qui è tutto un ripido sali e scendi di vicoli, alcuni tipo labirinto. Più ci cammino dentro più mi sento a disagio a indossare i moderni fousaux, perchè qui tutto è fermo al cinquecento e ho l’impressione che da un momento all’altro sbuchi una nobildonna vestita con abiti medioevali che mi scruta da capo a piedi, scandalizzata. Mi avvicino alle cantine. Sono antichissime, scavate nel tufo, con enormi corridoi sotterranei e cunicoli zeppi di botti secolari. Tutto odora di mosto fermentato. E io ci scendo in queste viscere sotterranee, con le volte annerite dalle fiaccole. Stupende. Quando esco, impiego qualche minuto per abituarmi alla luce, devo stropicciarmi gli occhi per leggere una massima scritta sul portale : - ama il vino che è fratel del pane, entrambi sanno di sole, zolle e d’opre umane -

Mi siedo sulla panca di una taverna che è qui vicino e ordino una porzione di raveggiolo in attesa che si faccia ora di pranzo. Con me non ho né un libro né un giornale, che faccio mentre aspetto questo pezzo di formaggio che qui, grazie a Dio, non servono con la solita foglia di insalata e coriandoli di prezzemolo buttati ovunque? Butto l’occhio sui tavoli degli altri. E che vedo? Vedo intingere prugne in un bicchiere di vin santo ! Questi ragazzi credono di fare solo una cosa insolita, ma non sanno che stanno violentando un baluardo dell’arte enotenica. Se si entra nelle case contadine che vivono ai piedi di Montepulciano, si sente soltanto odore di uva. Se si segue la scia, si arriva fino al sottotetto dove si scoprono grappoli di uva, appassita rugosa e un po’ ammuffita, che pendono dal soffitto. E’ da questi chicchi che si ricava il famoso vin santo, un nettare liquoroso che da anni è l’ospite d’onore  delle feste da queste parti. Malvasia, trebbiano, zibibbo, erbaluce, tutte uve gialle come il sole, opache come gli orecchini vecchi della nonna, venate come le nuvole  o  porporine come i drappi di alcune chiese.

Vengono raccolte quando la normale vendemmia è ormai lontana e trasportate agli appassitoi con furgoncini molleggiati, per non rischiare di deteriorarle con gli sbalzi sul terreno. Più l’uva appassisce, più lo zucchero si concentra, più il vino diventa dolce. Non c’è casa in toscana che non ne abbia un buon tre quarti in credenza da aprire al primo ospite che varca la soglia o da godersi alla domenica dopo il pranzo coi parenti, e non c’è ristorante che non ti propone a fine cena due cantucci da intingere nel vin santo. E qui nasce la disputa. Secondo alcuni la vera morte del vin santo è quella di intingerci i cantucci, secondo altri invece è facendo così che se ne altera l’aroma. Per gli enologi più alternativi invece il nobile può anche essere usato come vino da pasto, insieme ad alcuni formaggi come il pecorino inglese stilton, tagliato a tocchetti e facendoci un incavo con il pollice per versarci dentro qualche goccia di questo vino. Comunque si scelga deve essere servito in grandi bicchieri ma in piccole dosi, gustandolo lentamente, mentre si pensa al perché sia stato chiamato così, se è per il fatto che lo usava il parroco durante la messa, o perché pigiato nel giorno d’ogni santi, o perché nella metà del 1300 miracolò gli ammalati di peste che lo bevvero. O  semplicemente perché è divinamente buono.

Allora ragazzi miei, perché per una volta non smettete di fare gli anticonformisti, anche perché siete capitati nella regione sbagliata, qui di nuovo è arrivato solo l’euro. Me ne scendo all’eremo di San Biagio perché è lì che pranzeremo. Io ordino una porzione di pollo alle cosce di monache, ossia le susine che da queste parti abbondano, e una fetta di panna cotta. Non volevo sceglierla, credevo fosse fatta con le bustine in polvere, poi mi sono ricreduta, è fatta in casa e ha un buon retrogusto di mele al caramello. E’ un ristorante in un piccolo orto giardino, con piante di salvia e alloro davanti la porta d’ingresso, quattro tavoli all’aperto e un borgo meraviglioso che ti osserva. Tutt’intorno, la bellezza della quiete. Prendo il mio bicchiere di vin santo e me ne vado sul prato dell’eremo che è come un davanzale che ti sporge sulla vallata. Sorseggio guardando gli olivi, sono baciati dal sole e traboccano di acini verdi. Lascio il mio bicchiere su una pietra e vado verso il fondo del viale che anticipa questo eremo, capolavoro del Sangallo. E’ un cunicolo di cipressi, spettacolari nella loro altezza, posti in fila ai due lati del vialetto. E’ come se ti conducessero per mano verso la chiesa, nella quiete delle targhe poste ai loro piedi, in ricordo delle giovani vite spezzate dalla crudeltà delle due guerre mondiali. Niente lapidi né corone con fasce tricolore, ma solo nomi incisi su piccole pietre seminascoste dai fossati che perimetrano la strada, e su ognuna di esse un cipresso.

E’ solo un albero ma, con il suo lento crescere, si proietta sempre più verso l’alto creando una continuità tra noi e loro, tra noi e la libertà che questi eroi, con il sacrificio di vittime immolate, ci hanno lasciato in eredità. Faccio su e giù più di una volta, e mi giro per vedere il fondo di questo viale. Sembra proprio che siano lì, nel fondo del viale, questi giovani soldati, vivi, in piedi, mentre aspettano un comando, e hanno tutti il viso impaurito. Poi li vedo avanzare da dietro i cipressi, saltando il fossato, con gli occhi impietriti di chi è cosciente che di lì a poco o verrà ucciso o sarà lui a uccidere. Vedo un passato che sembra appartenere solo ai libri di storia, ma non è così.

I loro volti, le loro grida, il loro sangue è un sacrificio che ancora si ripete come un’eco tra le generazioni. Riprendo il mio bicchiere e brindo a loro con un requiem. L’ultimo sorso e ritorno ad ammirare la campagna. Un filo di vento fa abbassare l’erba del prato. “ Eh si, la vita è proprio bella e fintanto che posso vederla, camminarla, toccarla, seppure nell’attesa costante di tutto ciò che possa rendermi viva, io mi riterrò sempre fortunata. E questo per me è già tanto ”

La felicità per me è anche questa, stare qui ad ammirare il bello, a respirare il pulito, ad abbracciare un sogno. Alzo il bavero della mia giacca di renna e mi stringo nelle braccia per non far disperdere la mia semplicità. Dovrei rincorrerla altrimenti, e io sono stanca di inseguire senza mai raggiungere. Semplicità che mi appartieni da sempre, resta con me. Sempre.

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Pubblicato da nel 31 marzo 2014 alle ore: 8:46. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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