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Bagno Vignoni, una grande vasca termale al posto della piazza

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Bagno Vignoni

Bagno Vignoni

E’ il  lunedi di pasquetta. A colazione prendo solo un caffè lungo, il pranzo di ieri mi ha talmente riempita che anche a distanza di ore non ho ancora fame, per non parlare del fatto che già dalle 11 avevo iniziato a mangiare. Si perché qui a Chianciano è tradizione che il giorno di pasqua i bar e gli hotel offrano ai turisti aperitivi e snack vari, in attesa che a mezzogiorno le campane suonino a festa.  Oggi si va a Bagno Vignoni. E’ un microcosmo che racchiude una grande vasca all’aperto piena di acqua termale, sacra ai tempi delle ninfe romane, ora testimone silente del tempo che è scorso senza che lei lo subisse. E’ la protagonista timida e riservata di un esclusivo stile di vita, quello che qui più di ogni altro luogo toscano, ancora si continua a vivere. Per me, fascino allo stato puro. E intorno alla vasca cosa c’è ? Niente di più di quello che vide Respetti nella metà dell’800 quando scrisse che queste acque emergevano dal centro di una piazza, racchiuse in una vasca lunga 86  braccia e larga 47, contornata per due quarti da abitazioni, per un quarto da un loggiato e per il restante quarto  attraversata da un ponticello. Le pieghe di quest’ acqua sono come le strofe delle poesie in rima, ti entrano nel cuore.

Alla destra del loggiato c’è una piccola chiesa, grande quanto una classe delle elementari, quel tanto che basta per accogliere l’esiguo popolo di Bagno Vignoni. Col suo portone spalancato e le campane in azione fa sapere che, chi vuole, può accomodarsi perchè la messa sta per iniziare. Un po’ di turisti accettano l’invito. Io mi siedo all’ultimo posto, come faccio sempre. Siamo in pochi noi – stranieri – , poco più delle donne del posto. Le osservo, quanto si somigliano tra loro. Sono un po’ in là con gli anni e non hanno cura della loro persona, non possono e non vogliono. Loro devono lavorare la terra, impastare il pane che deve durare per tutta la settimana, tirare su i nipotini e badare ai loro vecchi. Così, lavano i capelli in casa e li asciugano con i bigodini che si fanno mettere dalla loro vicina, e solo alla domenica indossano l’abito buono, per rispetto a Gesù, confezionato dalla sartina del posto e allargato man mano che la vita ha lasciato loro qualche chilo di troppo. Poche sono le gioie che possiedono : la catenina del battesimo, gli orecchini della prima comunione e l’anello di fidanzamento sulla fede, un cerchio in oro con una pietruzza colorata al centro. Le più fortunate hanno anche una spilla ereditata dalla nonna.

Sono sedute tutte insieme ai primi panchetti a sinistra, insieme escono dalla chiesa e insieme si fermano sui gradini esterni per scambiare due chiacchiere e, sempre insieme, se ne tornano alle loro case per mettere il grembiule e finire di cucinare il pranzo che di buon ora hanno già avviato. Solo dopo aver pulito la cucina si godranno questo bel sole nello spazio avanti casa, e a sera metteranno la camicia da notte di lino prima di coricarsi, quella che si abbottona fino alla gola, sperando che il loro marito non russi come sempre. Queste donne sono davvero serene come sembrano, e non sono mai sole, proprio come sembrano. Vivendo in una comunità così ristretta, non conoscono quel senso di solitudine angoscioso e insidioso che invece conosce bene chi vive nelle grandi città, circondato da migliaia di persone che ti sono vicine ma non ti vedono, ti urtano ma non si accorgono di te, che corrono perché hanno fretta e devono scavalcare anche te, che stanno in silenzio perché non hanno nessuno con cui condividere un pensiero o ne hanno paura, e che alla fine della giornata sono sfinite per aver rincorso il nulla. No, per questa gente non è così e non vive così.

Esco anche io dopo essere rimasta qualche minuto da sola con Gesù, come faccio sempre quando la chiesa si spopola e rimaniamo solo io e Lui. Alle spalle della vasca trovo un vecchio lavatoio, quanta vita sociale si sarà svolta intorno a queste pietre. Mi tornano alla mente scene di film degli anni del neorealismo, come quelli di Tarkowskji o di De Sica, che nascevano proprio dalla vita reale con protagoniste donne del posto, come quelle che si affaticavano per smacchiare con ranno e cenere la biancheria di casa, cantando canti popolari o prendendo in giro lo scemo del villaggio, e ridendo anche solo per un sapone caduto nella vasca, perché tutto serviva a dimenticare quanto fosse ghiacciata quell’acqua. Scene in bianco e nero come quelle che facevano vedere la fine della giornata di lavoro delle persone di quei tempi. Le porte si chiudevano e la foschia della sera, umida come i baci di un’adolescente, faceva immaginare la vita che si viveva tra le mura di quelle case, simili a queste che vedo qui, vite scarne come le mura stesse. E’ ora di pranzo, la fame mi è tornata. Entriamo in una bottega che è rimasta almeno come trenta anni fa. La bilancia è manuale, i salumi vengono incartati con quei fogli duri e scuri che si ungono ma non si rompono mai, i soldi sono conservati in un cassetto senza maniglia e la contabilità è segnata a mano su un foglio con la matita attaccata al bancone con lo spago. La padrona, grossa e con due guance rosse come fossero melograni, ci sorride e ci chiede cosa può servirci.

“ Non lo sappiamo, siamo entrati solo per curiosare “

“ Fate fare a me che ve lo fò saziare io l’appetito, ci dovrei avere ancora due panchine libere di fuori, ora ci guardo “ ed esce mostrandoci, con la sua silhoutte, quanto sono buoni i suoi formaggi.Ci fa cenno di accomodarci su quelle due in fondo al giardino.

Tra una sbirciatina ai quotidiani e un po’ di sole sulla pelle, ci riempiamo lo stomaco con verdure sott’olio, pecorino al pepe nero, timballo di zucchine e uva sangiovese in bottiglia che, come diceva Redi nel – Bacco in toscana – è un vino decrepito che passeggia dentro il core e ne scaccia senza strepitio ogni affanno – Mi distendo sul prato con mia figlia, pancia in giù e braccia sotto il mento con la giacca che mi fa da cuscino. Un fruscio mi fa aprire gli occhi, è la gonna della bottegaia che ci lascia a terra un piatto con due fette di crostata di amarene su uno strato di mascarpone. Fantastiche. Il sole comincia a calare, è ora di tornare. Raccogliamo le nostre cose, ci scrolliamo di dosso i fili d’erba rimasti attaccati ai pullover e prendiamo la strada per Chianciano. Io e Melania cantiamo - … osteria n° 4, paraponzi ponzi po’… - I casali sono i protagonisti del ritorno, come fossero scenografie teatrali.

e le genti che vi lavorano accanto sembrano quelle figure di contorno che le animano divertendoci con le loro facce pulite, non  da  filistei …      H. Hess

Gli altri tornano in albergo, io  me ne vado nel parco a curiosare in  libreria. Sfioro copertine, leggo  prefazioni, annuso odore di stampa e me ne esco con un quaderno dalla copertina dipinta a girasoli e un saggio sulla cucina toscana scritto da due cuoche australiane. E’ grande e ben rilegato, con tante foto di pietanze, tavole imbandite e cuoche a lavoro, insomma immagini che farebbero guarire un anoressico. Non è la solita raccolta di ricette, ma una reinterpretazione della cucina toscana con tanto di storia e aneddoti. Tutto nasce dall’amore di queste due donne per questa terra, tanto che ci vengono ogni anno per rifornire il loro ristorante australiano dei migliori prodotti made in Italy, ma anche per tenere corsi di cucina  presso un’antica dimora, a sud di Siena. Le cose che più le hanno incuriosite sono state gli involucri di carta velina degli agrumi, l’eleganza delle donne italiane ben vestite in ogni occasione e gli aperitivi consumati a tutte le ore ai tavoli dei bar. Come le capisco quando raccontano il piacere di passare per i vicoli di Siena guardando, attraverso le finestre aperte, gli interni delle case e i soffitti, a volte facendosi spazio tra lenzuola stese al sole. E’ vero anche questo, a noi piace stendere il bucato all’aperto, perché poi vogliamo sentire gli odori dell’aria e del sole quando rifacciamo il letto o stendiamo una tovaglia.

Io la biancheria, asciutta e stirata, la conservo nei cassetti con mazzetti di lavanda essiccata perché mi ricordano gli odori della casa dei nonni paterni, quando mia nonna cacciava di tasca una grossa chiave e apriva gli armadi dove faceva conservare i corredi, mettendo lavanda sbriciolata tra le federe per profumare i capelli quando ci si coricava, o nei sacchetti ricamati che piegava tra le asciugamani. Quando noi nipoti, all’epoca eravamo in dieci, ci comportavamo bene e obbedivamo rispettando il suo severo galateo,  lei ci premiava aprendo la dispensa con un’altra grossa chiave.

Era una meraviglia entrarci. C’era di tutto, ordinato in barattoli, otri, bottiglie e mensole. L’aria lì dentro odorava di zucchero, patate, fichi secchi, vino, olio, noci, salsicce. Se chiudo gli occhi li sento ancora gli odori di quella grande casa. Lei tagliava una fetta di pane ciascuno, ci faceva cadere un po’ di olio, spargeva un bel po’ di zucchero sopra e ce lo dava come fosse una prelibatezza. Era più buono del pane e nutella. Sono pochissimi i ricordi che ho dei miei nonni, morti quando io ero molto piccola, ma questo è intenso come se lo stessi vivendo nel momento stesso in cui lo ricordo. Ecco a cosa mi serve profumare la biancheria con la lavanda, a sentire l’odore dei ricordi. Sono arrivata alle ultime pagine senza accorgermi che i corvi si sono già rintanati nei loro ricoveri notturni e nel parco si sono accesi i lampioni, perché il sole ormai spento ha fatto cadere un’aria umida e scura. Mi abbottono il trench e  mi avvio in albergo.

Pochi minuti per completare la valigia, e via. Ora si che saluto Chianciano, le sue terme, i suoi vecchi e i suoi odori, come quelli delle mele cotte che concludono ogni cena sulle tavole degli alberghi. Il paese ha acceso di nuovo le sue lanterne e si sta raggomitolando sul suo colle come un cucciolo assonnato, gli ultimi cipressi si sganciano dal mio abbraccio e io, per tutta la durata del viaggio, tengo vicino al mio sedile il mio quaderno pensando già a quante cose ci scriverò dentro, a cominciare dalla sorpresa di aver visto a un palmo dal mio naso, il nido di un ciuffolotto.

In un silenzio carico di nostalgia, me ne torno a casa. Non la mia casa, ma la casa dove ancora sono costretta ad abitare. Mi  consoleranno i sogni, i soliti sogni. E’ con loro che riuscirò ad aspettare un altro anno, prima di poter tornare alla mia casa. Si, ne sono certa, un giorno la mia casa sarà qui e il mio sogno toscano non sarà più il mio sogno.

       … passato l’inverno tornami il mal di stagione : il desiderio forte di tornare in Toscana …

Giacomo Leopardi

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Pubblicato da nel 17 aprile 2014 alle ore: 0:23. Archiviato sotto Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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