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Giorgio Onorato, la musica del cuore di Roma

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Giorgio Onorato

Giorgio Onorato

In quanti hanno cantato rime romane? Tanti, tantissimi. Spesso, in verità, la libertà di essere se stessi è sembrata mancare soprattutto dal lato dell’interpretazione, a discutibile vantaggio di un’abitudine folkloristica che ha finito per sopirne l’essenza artistica. E, se questo togliamo alla canzone “popolare”, bè, forse abbiamo tolto tutto. Se l’importante è soffermarsi sull’Evento, concentrarsi  sulle possibilità che il testo poetico offre, riorganizzando il Tempo della scrittura dei versi e dando nuova vita alle visioni umane, allora dobbiamo affermare che le combinazioni più consone a ciò che delle Storie l’artista vuole leggere-rileggere sono in tutto in ciò che desidera o, meglio, in ciò che realmente è.
Ognuno canta per ciò che ha, lo sappiamo tutti.
La voce di Giorgio Onorato non insegue sogni impossibili o quei virtuosismi che hanno dato notorietà a molti cantori in definitiva emotivamente criptici. Sembra cercare un passo  per sentirsi libera, senza eccessiva pazienza o volontà, preferendo piuttosto incontrare sensazioni e percezioni di respiro e di cuore, in un modo assolutamente spontaneo ed ispirato ad un pensiero senza sistemi prefissati e, nell’ambito specifico, ancora nuovo e decisamente comunicativo. Il non metodo che ne ispira l’affettività è soffuso in una Dizione sobria, contenuta, tecnicamente moderata da un Nudo schivo e discreto, ornato  da una nobile ingenuità candida e giovane, intima e luminosa, che all’appariscente “popolarismo” preferisce il ritmo segreto e non caricaturale di una visione del Testo intensa nel cromatismo tenorile e nella tensione antiretorica. Piace sottolineare queste virtù, che intendiamo accostare alla squisita sensibilità di Roberto Murolo ed ai suoi toni di sussurro, seducenti ed intonati, “anticanzonettistici” e di raffinata sobrietà (come in “Anema e Core” e “Dicintencello vuje”): una direzione intellettuale comune fra i due, alla ricerca di colori diversi ed agili che divengano aggettivi e cifre di un “recitar cantando” quasi tattile, di una capacità di riflessione che sia in grado di fluire con naturalezza in un Divenire virginale ed ironico, sorridente e malinconico, com’è del resto nella tradizione dell’Urbe e del clima partenopeo.
Il Modello del repertorio romanesco nasce nel Medioevo religioso, attraversa la polifonia di Pierluigi da Palestrina, la forma dello Stornello e della Romanella, le canzoni in stile romanza di Leopoldo Fregoli, le Serenate di Tommaso Fiorentini, le Rime anticlericali di Pasquino e Ciceruacchio, i canti carnevaleschi del Sor Capanna, i superbi umorismi di Petrolini, Rascel e Fabrizi, gli aliti impalpabili di Anna Magnani (meravigliosa “Quanto sei bella Roma” in “Abbasso la ricchezza”di Gennaro Righelli, 1946), e poi, con diverse e discutibili soluzioni estetiche, il Pop di Villa, Califano, Venditti e Gabriella Ferri.
A paragone necessario, riteniamo che Giorgio Onorato non si fermi affatto al tentativo della rivisitazione, e che non abbia da risolvere alcuna sfida né dare alcuna soluzione avvertita come necessaria. Giorgio vuole narrare il sogno di una Città, “La Città”, come in una delle più belle Visioni che meglio lo rappresentano, “Nina si voi dormite”:
“Nina, si voi dormite,
sognate che ve bacio,
ch'io v'addorcisco er sogno
cantanno adacio, adacio.
profumo de li fiori che se confonne,
cor canto mio se sperde tra le fronne”
Ecco: perdersi nel canto del Vento, la confidenziale Poesia del giovane amico di 87 primavere (ma proprio tutte Primavere).
Grazie Maestro, un abbraccio affettuoso da tutti noi che amiamo le Parole semplici e le semplici Idee. Auguri per altri 87. Da vivere assieme.

GIORGIO ONORATO
In’Canto de Roma
BMG
Canzoni romane in 87 primavere

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Pubblicato da nel 7 maggio 2014 alle ore: 0:00. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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