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Vincenzo Spadafora e la sua “terza Italia”

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Vincenzo Spadafora e la sua “terza Italia”

Vincenzo Spadafora e la sua “terza Italia”

Come si comincia un libro? Dall’inizio. Questo libro inizia dalla terra dove Vincenzo Spadafora è nato, per far sapere da dove parte la sua vita e condurre poi il lettore lungo il suo percorso di formazione umana e lavorativa, la sua gavetta, i suoi progetti, i suoi traguardi, i suoi ricordi. E’ facile suscitare pietismo citando luoghi di cui tutti parlano senza provare però un vero interesse, impostano trasmissioni e dibattiti solo per cogliere l’attimo di visibilità, fingono sdegni o incitano sommosse soltanto per diventare popolari, per poi tornare tutti a quella solita amnesia che colpisce coloro che non hanno alcun interesse verso ciò di cui hanno finto di occuparsi.

Vincenzo Spadafora non è tra questi. Lui parla della sua terra per come è, dati alla mano dei pro e dei contro, di ciò che si è fatto e non, ma soprattutto di ciò che ancora non si vuole fare, quel qualcosa da fare arrivare in tempo per evitare che la gente del posto sia ancora costretta a chiudere le finestre di casa anche in piena estate, come faceva sua madre, per non far entrare il tanfo dei rifiuti ammassati sui marciapiedi e nelle discariche limitrofe diventate serbatoi di tossicità. Quest’area della Campania, conosciuta come la terra dei fuochi, è diventata da tempo tristemente nota per le tante morti innocenti causate dalla tossicità di quei rifiuti che, qualcuno o più di uno, ha deciso dovessero essere scaricati lì.

Perché Vincenzo Spadafora ha voluto scrivere della sua vita? Perché ha da poco compiuto quarant’anni e per la prima volta con lui non c’era la sua amata madre, quella straordinaria donna normale che lui avrebbe voluto immortale. Ha riflettuto, ha ricordato e ha deciso di tracciare per iscritto il suo bilancio di vita, e di esporlo come un artista fa del suo quadro. Lo offre agli altri. Fa sorridere quando parla del suo imbarazzo nel doversi presentare a chi ancora non lo conosce, o comunque per dire chi è iniziando da una qualifica. Lui non è laureato quindi non può dirsi dottore, non ha un lavoro professionale inquadrato in una categoria specifica, e nasce in una terra dove normalmente o finisci per vivere di malavita, o sei costretto ad accontentarti della sopravvivenza.  Incredibile, un uomo che ha scavalcato l’adolescenza per impegnarsi subito nel sociale con partecipazioni a progetti di ogni genere, che è stato il più giovane Presidente della storia dell’Unicef, che dal 2011 è Garante per l’infanzia e l’adolescenza, cioè una delle più alte autorità dello Stato, non sa cosa scrivere di sé per definirsi!

Come ha iniziato tutto questo? Lo dice lui stesso: incontrando giganti del bene. In questo bene e per il bene comune lui lotta, si impegna, progetta, realizza, vive. E, giusto per far capire quanto ci tenga che il suo percorso di vita continui su questa linearità di uomo che dà senza pensare ad un reso, ci parla della sua guida spirituale, un gesuita al quale sfoga i suoi pensieri interiori ricevendo incitazioni a donare, amare, perdonare. Questo è il fulcro della parola di Dio, questo è il fulcro del pensiero e dell’azione di Vincenzo Spadafora che lui applica senza sentirsi un eroe, ma solo un uomo che fa il suo dovere. Si dovrebbe quasi dire che ha avuto coraggio nel parlarne oggi giorno che siamo costretti a vedere librerie sature di pseudo libri dove si parla di tutte le cose più estreme possibili, degli argomenti più impensabili purchè sbalorditivi, di scenari macabri fatti passare per normali, e dove i libri che parlano di cose positive, del bene da accettare e del male da rifiutare e di vite senza scandali, sono relegati negli angoli più nascosti quindi non visibili. Lui invece, in netto contrasto, del bene ne fa l’argomento trainante dell’intero libro, concludendo con il ringraziare coloro che gli hanno fatto del male perché è anche grazie ad essi che si è costruito in un certo modo piuttosto che in un altro. E via, come un gomitolo di lana che si srotola, tutti i ricordi del suo vissuto, di ciò che ha visto, sentito, sognato, inseguito. Ne viene fuori subito l’immagine di un uomo che si è sempre riconciliato con la vita ogni volta che questa gli è stata contro. Lo dimostrano le parole che riserva per suo padre, uomo difficile dalla vita difficile e dal rapporto filiale difficile, a cominciare dal fatto che etichettava suo figlio come il frutto di un errore. Uomo diffidente, convinto che chi fa del bene è un fesso.

E suo figlio, ben presto, capì che avrebbe fatto parte del girone dei fessi. I capitoli centrali del libro sono tutto un narrare ciò che i suoi incarichi gli hanno fatto vedere: dalla povertà estrema alla malattia non curata per mancanza di soldi, dalla ingiustizia che cresce come gramigna alla disoccupazione che somiglia ormai ad uno sciame che volteggia sulla terra senza meta, dalla corruzione alla malapolitica, dalla calunnia all’abuso dei mezzi di comunicazione che osannano o trtitano il personaggio di turno senza tener mai conto dell’essere umano in esso contenuto, dai vuoti della cultura e della rottamazione facile alla perdita di obiettivi, dai diritti negati ai doveri dimenticati. E i continui sospetti verso chi, come lui,  ce l’ha fatta solo per merito. Esaltante la sfilata dei giovani incontrati per realizzare con loro qualcosa per loro, lasciandoli sempre nella convinzione che lui è dalla loro parte. Questo per quanto riguarda quelli vivi, ma lui ne ha anche visti tanti morti. Morti nella mente e nel cuore dalle burocrazie gestite dalla delinquenza e dalla gerarchia feudale del posto fisso che passa di padre in figlio tipo eredità intoccabile, cosicché per i figli degli altri resta il tutto esaurito, e ancora fino ad arrivare a quei morti definiti clandestini, imbarcati e mai sbarcati se non per essere sistemati sulle nostre coste dentro sacchi di cellophane con un cartellino in bianco perché di questi morti non se ne conosce nemmeno l’identità.

E la nostra terra diventa il loro sepolcro. Si penserebbe mai che, abituati come siamo a tali scenari, ci si possa ancora commuovere? Si, lui lo fa, ancora. Si emoziona e si commuove. E piange. Lo fa quando termina un meeting dal quale è nato un progetto, quando interroga le istituzioni per muoverle verso un obiettivo, quando pretende che i diritti dei bambini e degli adolescenti siano al centro dell’agenda di governo, quando si sente dire – grazie - , quando gli amici gli dimostrano che gli vogliono bene, quando va nelle scuole e i bambini gli tirano la giacca e gli chiedono – ma tu sei uno importante ? – e lui dice – no, io sono piccolo come voi -, quando sente la vita e ne gode il privilegio, quando passeggia di notte per piazza Navona e annusa la storia … E quando non si commuove, sorride. E’ il sorriso di chi è in pace con sé e con gli altri.

La parte finale del libro la dedica ad un sogno, e questo sogno ce lo spiega.

E’ l’Italia che lui vorrebbe.

Una Italia dalle storie buone, concrete, coerenti, concluse.

Una Italia dai progetti a lungo termine e non da slogan del giorno.

Una Italia di talenti riconosciuti e premiati.

Una Italia che dalla sensibilità passa velocemente alla volontà di azione.

Una Italia delle donne non etichettate come – quote rosa –

Una Italia delle famiglie, dei diritti rispettati, delle scuole che formano.

Una Italia patrimonio culturale e umano, nutrito e protetto dalla corruzione e dal tempo.

Una Italia senza lobby e dove ciò che è pubblico è appunto di tutti.

Ho chiuso il libro è ho ricominciato a sognare anche io …

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Pubblicato da nel 19 maggio 2014 alle ore: 14:35. Archiviato sotto Libri,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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