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Roberto Magris omaggia l’età dell’oro del jazz

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Roberto Magris

Roberto Magris

Con questo secondo volume dedicato (ma non solo) all’eccentrica figura di Elmo Hope,  il pianista triestino Roberto Magris porta a compimento il suo splendido omaggio all’età dell’oro del jazz, al bop, ai suoi confini, ai suoi sviluppi e alle sue contaminazioni, e lo fa aggiungendo ai nomi di Ellington, di Waldron, di Dameron e di Hill, quello di altri giganti del piano come ad esempio Herbie Nichols e Randy Weston.
Ma quello di Magris non è solo un tributo alla grande tradizione del suo strumento, ma a un modo sempre più raro di sentire e vivere la musica, tecnica più passione, studio, rigore più emozione e originalità. E più speranza (hope), la speranza che quella ispirazione poetica ed ideale sopravviva alle scosse del tempo.
In un repertorio superbo e inesauribile, attualizzato di volta in volta attraverso personali riletture e arrangiamenti, Magris va a pescare questa volta un lato più marginale e defilato del jazz, un lato colto, raffinato, prezioso, che rischia di essere dimenticato a vantaggio della sperimentazione fine a se stessa e del mainstream più convenzionale.
Se Elmo Hope, pianista armonicamente evoluto ma maledetto, autore di grandi capolavori ma precocemente uscito di scena a causa della droga, è l’ispiratore dell’intero progetto, allora non ci si deve stupire di trovare  in questo secondo volume un brano (Third world) di Herbie Nichols,  musicista difficile ma trascinante, originale almeno quanto Monk ma rapidissimo al piano,  e un brano di Randy Weston (Little Susan),  pianista anche lui monkiano ma con quello spiccato senso per l’Africa che caratterizzò gran parte della stagione dell’hard bop.
E a completare questo lato africano due composizioni del sassofonista Makanda  Ken McIntyre (Sendai e Dianne) e un brano di Neal Hefti, un autore delle grandi orchestre degli anni ’50 che non era insensibile alle aperture a un jazz “altro”, a metà strada tra Africa e Cuba.
Insistiamo sull’Africa perché è uscito, mentre scriviamo, un nuovo lavoro di Magris, la continuazione di un suo progetto su Lee Morgan. Sappiamo che Magris andrà questa volta a esplorare l’influenza che sul trombettista americano hanno avuto le percussioni, i ritmi e le sonorità africane. Ma di questo parleremo un’altra volta.

Roberto Magris trio
One night in with hope and more … vol.2
J.Mood 2013
R.Magris, acoustic piano; E.Pruett,  acoustic bass; A.”Tootie” Heat, drums; B. Steever, drums.
1.Third world (H.Nichols), 2. Young and foolish (A.Hague), 3.Sendai (M.Ken McIntyre), 4.Dianne (M.Ken McIntyre), 5.Mal Waldron’s dreams (R.Magris), 6. Little Susan (R.Weston), 7.Theme from “the old couple” (N.Hefti), 8. Burbank Turnaround (R.Magris), 9. I can’t give you anything but love (Fields/McHugh), 10. Bonus track: Whatever possessed me (T.Dameron), 11. Audio notebook.

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Pubblicato da nel 6 giugno 2014 alle ore: 0:03. Archiviato sotto Musica. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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