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Keith Jarrett e Charlie Haden: musica oltre il consueto

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Jarrett - Haden, Last Dance

Jarrett - Haden, Last Dance

A dir la verità, simpatico a antipatico che sia, non smetteremmo mai di parlare di uno dei più grandi interpreti della musica del 900, un Caso oltre le Linee del Consueto, oltre il tentativo di capire cosa si celi veramente dietro esecuzioni così perfette, così dense di sensibilità e di cultura, di raffinatezza e di saggezza tecnica prodigiosa e sempre, proprio sempre, innovativa e delicatamente suggestiva, dedicata com’è all’Universo romantico delle Ballads e dei Ritorni alle lezioni dei più grandi pianisti del secolo scorso.
Keith Jarrett è un caso singolare: un artista unico nelle improvvisazioni che accolgono, ad uno stesso titolo, Classica, Blues, Etnica e Blue Notes prodigiose che hanno declinato tutto il Possibile, dalle intuizioni elettriche di Miles Davis agli impulsi stranianti di Dewey Redman, dal Free al Mediorientale, dall’americanismo all’europeismo dell’ECM, dalla multitonalità di Ahmad Jamal al classicismo con Ralph Towner e Jan Garbarek .
Quando Jarrett si esibisce dal vivo ognuno che abbia pagato 100 e più Euro può dirsi figlio di un Delirio e può pensare, finito il primo Set, che avrebbe fatto meglio a restare a casa dato che egli raramente si degna di dare confidenza a chi assiste. Il suo atteggiamento è quasi sempre spocchioso, saccente, meticoloso nell’esecuzione, mai nella cura per l’emotività del pubblico, del quale sembra, in tutta sincerità, fregarsene bellamente, tanto la Parcella se l’è intascata ed è là solo per esercitare la propria maestria, caso mai interessato alle reazione degli udenti per affinare (ce ne fosse bisogno) la risposta alla propria Lectio Magistralis.
Eppure qualcosa accade sempre nel secondo Set, quando sembra entrare sul palco  con un piglio diverso (magari il suo impresario gli avrà fatto notare che la Platea non è poi così “fessa”) e disposto ad un contatto diverso con quei Paganti che solo Paganti non sono, semmai persone in Forse su quel Recital che attendono dal Genio del Pianoforte. Allora Jarrett sembra animarsi di un Ritmo Interiore diverso, più umano e disponibile: Magia n’è fatta e, finalmente, la Musica diviene Evento. Non è la Regola, ma spesso accade. Lecito, dunque, che spesso ci si chieda: “Jarrett, ma perché ogni volta hai bisogno di queste conferme?”
La “ragione trascendentale” della tecnica, come la chiamò Maurizio Pollini, è composta di qualità e controllo della tecnica, quell’abilità che rese “leggenda in vita” Arturo Benedetti Michelangeli, cui forse possiamo riferire il nostro euroamericano anche da un punto di vista caratteriale: la loro “misantropia celeste” è alla continua ricerca della perfezione, del limite estremo delle capacità umane, a costo di un tormento confinante con una certa difficoltà a controllare le proprie emozioni in condizioni ambientali avvertite come distraenti o addirittura irritanti. Sappiamo che questo è il limite comportamentale del pianista di Allentown, che spesso nei concerti si altera per un minimo brusio del pubblico fino a smettere di suonare, che quasi sempre dà le spalle alla platea, che raramente ringrazia per gli applausi. Ma chissà che questo non sia Segno di quell’ “Umano troppo Umano” di cui parlò Nietszche, della segreta necessità per cui non si possa fare a meno dei propri stessi limiti…
La dimensione in duo è per lui perfetta, anche se non tanto quanto quella in Solo: non si addice al Lirismo se non uno spazio espositivo stretto intorno a se stessi, un clima di monologo quasi assoluto, semmai aperto ad un dialogo reso possibile con uno dei suoi migliori collaboratori, Charlie Haden, così capace di far musica dal silenzio ed in silenzio rimanere di fronte alle fiamme creative di un pianoforte che, a detta del Nostro, “parla con gli altri strumenti”, ma che  invece discorre soprattutto con se stesso, e chi mancherebbe che così non fosse.
Forse, o forse no…
Del resto la Musica non è il Regno della Certezza, e grazie al Cielo. Sono Misteri dell’interplay, dell’assoluta Bellezza dell’interazione combinativa Azione+Azione , diremmo in questo caso.
Comunque sia, il Maestro suona quel che a lui più piace, e che garba molto anche a colui che non ci sentiamo di chiamare “il suo allievo”, vista la caratura, la creatività e la carriera di Haden. Dal 1976 al 2010  non suonarono assieme, chissà perché. Poi vi fu l’incontro nel primo dei due lavori registrati in quattro giorni a casa di Jarrett (“Jasmine”, ECM), nati durate le riprese di un documentario su Haden stesso. “Last dance” è la prosecuzione di quell’incontro, otto standards che solo a pronunciarli si resta senza fiato. Due su tutti: una personalissima “Round Midnight” in cui si sente ogni talento melodico di Thelonious Monk (al solito vocalizzato a bocca chiusa dal Nostro, che proprio non può farne a meno, e lo capiamo) ed una luminosa lettura di “It Might As Well Be Spring” nella quale la Filosofia di Rodgers e Hammerstein vaga in una Petit Suite di 12 minuti attraversando sculture cromatiche immaginarie, elegiache e contemplative.
Bellissime ed avvolgenti le esecuzioni, le decrittazioni, le nuances, i sottili e raffinati intrecci vibranti, il romantico edonismo soffuso nella lezione (qualche maestro ce l’ha anche lui) di Miles Davis, di Oscar Peterson, di Bill Evans, della tradizione europea colta, e nel Tutto il travolgente flusso estemporaneo della mano destra in cui barocco, gospel, boogie, bop et Alia, scorrono uno dopo l’altro sopra segrete e ipnotiche figure Ostinato dei bassi.
Per nostra Etica non preme necessità d’osannare Maestri, ma non sapremmo in tutta verità fare a meno di un meditante Visionario come Keith Jarrett, nonostante la sua indole scontrosa ed al limite dell’accettabile. E non ce ne voglia il Jazz né il Disordine estetico di un Futuro Anteriore.
Davvero la Musica è l’Arte di pensare attraverso i Suoni, in tutte le contraddittorietà dell’esistenza. Di questo siamo certi: lo sarà per sempre.

Keith Jarrett & Charlie Haden
Last Dance
ECM 2014, distribuzione Ducale

1.    My Old Flame (Johnston-Coslow)
2.    My Ship (Kurt Weill-Ira Gershwin)
3.    Round Midnight (Th. Monk-Cootie Williams)
4.    Dance Of The Infidels (Bud Powell)
5.    It Might As Well Be Spring (Rodgers-Hammerstein)
6.    Everything Happens To Me (Adair-Dennis)
7.    Where Can I Go Without You (Victor Young-Peggy Lee)
8.    Every Time We Say Goodbye (Cole Porter)
9.    Goodbye (Gordon Jenkins)

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Pubblicato da nel 18 luglio 2014 alle ore: 0:39. Archiviato sotto Recensioni. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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