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Assassinio a Mont St. Michel – I quartieri parigini e il Louvre (Cap. 2)

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CAP . II

  I quartieri parigini e il Louvre

Assassinio a Mont St. Michel

Assassinio a Mont St. Michel

E’ da un  po’ che la finestra della mia camera ci prova a farmi svegliare. Mi sta sbattendo in faccia una luce intensa così da infastidirmi e farmi lasciare il letto, ma io faccio finta di niente e ficco la testa sotto al cuscino per cercare ancora un po’ di buio. Gli occhi mi bruciano e sento le palpebre così pesanti che per aprirle dovrò aiutarmi con le mani. Il viaggio, la cena di ieri sera, le ore piccole e il vino buono mi hanno resa fiacca, la mia mente ha deciso di alzarsi ma è il mio corpo che non risponde al suo comando, non mi va neanche di vedere che ore sono. Vabbè, faccio uno sforzo. Apro un solo occhio e mi sollevo quel tanto che basta per riuscire a sbirciare le lancette della sveglia che è sul comodino.“ Le undici ? Così tardi ?  “ e mi distendo di nuovo. Incredibile, io che mi alzo sempre prima delle sette.  Ancora qualche minuto e riesco ad aprire anche l’altro occhio e persino a mettermi seduta sul letto per sgranchirmi gambe e braccia. Uno sbadiglio e infilo le pantofole, mi avvicino alla finestra e dico:  -  Buongiorno Parigi, come sei in forma stamattina, io ancora no -

Rientro e spalanco le ante per far entrare in camera aria fresca. Solo gli spruzzi freddi della doccia riusciranno a svegliarmi completamente e a tonificarmi come si deve, così mi libero della camicia da notte ed entro nella cabina rimanendo a lungo sotto l’acqua. Ne esco completamente sveglia e ritemprata. Con l’accappatoio indosso vado in cerca di Chantal,  il silenzio che regna nella casa mi fa intuire che non c’è. Vado in cucina per prepararmi una lauta colazione come solo in vacanza ci si può permettere di consumare, quando cioè il tempo non è scandito dal lavoro, dai figli e dalle incombenze di ogni genere ma solo dal relax e da tutto ciò che può dare piacere al corpo e alla mente, a cominciare dalla prima colazione. Metto tutto su  un vassoio e consumo il primo pasto della mia prima giornata di vacanza in mansarda, accarezzata dall’aria tiepida del metà mattino. Sgranocchio pane tostato e imburrato, sorseggio tè dolcificato al miele, pulisco i piatti dai rimasugli del dessert di ieri e assaggio qualche cucchiaio di marmellata di ribes che, come leggo dall’etichetta, Chantal ha preparato l’autunno scorso. Di tanto in tanto alzo lo sguardo al cielo, è limpido e profuma di gelsomino. Dopo aver fatto il bis di ogni cosa, anche del tè, mi sento sazia, posso uscire. Sparecchio, lavo le stoviglie e riordino il tavolino, chiudo il balcone e vado a vestirmi in gran fretta. Dal momento che prevedo di camminare fino a sera, indosso scarpe comode e prendo la tracolla  dove ci infilo penna e block notes, guida turistica di Parigi, un po’ di soldi, occhiali scuri nel caso il sole dovesse uscire troppo allo scoperto e una piccola raccolta di poesie di Jacques Prevert che qui proprio non può mancare. Rifaccio il letto, lascio aperta la finestra chiudendo le tende così da far passare soltanto l’aria ma non il calore del sole e, con le pagine interne di Le Figarò che prendo nello studio e infilo sotto il braccio, esco dal palazzo. Innanzitutto voglio aggirarmi un po’ per il quartiere che merita di essere conosciuto meglio. Quattro passi e subito noto che qui quasi tutte le case hanno a portata di mano bistrò, negozi di gastronomia dove si possono acquistare specialità provenienti da ogni regione della Francia, e qualche piccolo museo. Se avrò tempo, ne visiterò almeno uno, riesco sempre a trovare qualcosa di interessante nell’arte esposta. A pochi metri da casa c’è lo spaccio di mousieur Petard dove, a quanto dice l’insegna, ci sono sempre un ottimo blue del Limousine, agnelli della Vienne e cacciagione d’ogni genere.

 Più in là, al n.° 31, c’è la boulangerie di mousieur Massan che mette per iscritto in vetrina che lui sforna le migliori baguette della zona. Quanto mi piace questo rotolo stretto e lungo più di mezzo metro, dalla crosta croccante e dorata, ma ancora di più mi piace vedere come la portano i parigini, cioè sotto il braccio, che faccia caldo o freddo, che siano a piedi o in metropolitana, senza busta né involucro, con una disinvoltura che solo loro hanno. A me però piace di più la boulangerie che sta alla fine della strada, perchè tiene esposto in vetrina ogni tipo di pane, da quello alle noci a quello all’uvetta, e il profumo è irresistibile. Entro. Dopo aver passato in rassegna tutti i panini esposti l’uno sull’altro come fossero le costruzioni giocattolo dei bambini, scelgo una porzione di pane alle olive da strappare a pezzetti direttamente dalla borsa quando nella tarda mattinata il languorino si farà incalzante. Neanche due passi e un’altra vetrina mi attrae quanto l’altra, è il regno dei formaggi e dei patè. Entro anche qui, annunciata dal tintinnio di una campanella messa apposta all’ingresso per informare il negoziante che una cliente è appena entrata  e attende di essere servita. Tra le innumerevoli qualità di formaggi che mi sfilano davanti come soldatini in marcia, scelgo due porzioni di Saint Nectaire d’Alvernia e due di Roblochon della Savoia, che gentilmente un garzone porterà a casa stasera per farne un buon antipasto, insieme a due porzioni di foie gras che il negoziante taglia dalla forma ancora intera. Sembra una mattonella lucida su cui è caduta della gelatina trasparente.

“ Ha scelto dei formaggi deliziosi madame e direi per un palato fine “ mi dice il fromager affineur spuntato dal retrobottega, ossia l’esperto di formaggi che viaggia tra borghi e campagne alla ricerca di quelli migliori.

“ Me la cavo “ ed esco contenta di essere passata per una intenditrice.

Riprendo a camminare, lentamente i bistrò lasciano il posto alle librerie, è segno quindi che sono arrivata a St. Germain de Près. Ce ne sono così tante lungo le rive della Senna, che mi sembra di impazzire con la testa dentro le cassette dei bouquinistes alla ricerca di un titolo che solo qui potrei trovare. E lo trovo ! Con la mia copia di un J. P. Sartre del 1985 mi aggiro per questo vecchio faubourg e, quando arrivo a Place Dauphine, citata anche da Thomas Mann, cerco di individuare la casa dove hanno abitato Jves Mountand e Simone Signoret che, secondo i biografi, acquistarono seguendo con ansia la fiammella della candela che si spegne durante una delle tante aste che si tengono nel palazzo di Giustizia. Non so perché ma immagino sia quella con le finestre ad angolo. Salgo per rue de la Montagne e il rumore del traffico si fa lontano fino a zittirsi del tutto. Arrivo fino al ponte di Neuf perché voglio arrivare a una piazzetta tanto citata dagli articoli di viaggio. E’ vero, merita, è un gioiellino stracolmo di fiori color malva. Una panchina solitaria sembra dirmi – siediti – o meglio – fai presto prima che ci si sieda qualcun altro – No, sono arrivata prima io ! Il fiatone rallenta e io mi accascio su questa panchina poggiando la testa sullo schienale così da mostrare il viso a questi inaspettati quanto cocenti raggi di sole, un sole che nel corso della giornata si è scaldato sempre più diventando quasi impudente per essere un sole del nord della Francia, tanto che dopo poco sento già punzecchiarmi la pelle delle guance. Ma io che vengo dal sud dell’Italia sono abituata a ben altro caldo, quindi resisto, chiudo gli occhi e comincio a mangiucchiare la mia fetta di pane alle olive, li apro soltanto quando sento passare orde di turisti che ogni quarto d’ora si ammassano sulle boat lungo la Senna, fotografando di tutto e ascoltando attentamente le spiegazioni che una audiocassetta manda in onda a ogni partenza per descrivere la storia e le caratteristiche dei ponti sotto i quali l’imbarcazione passa, dando modo ai ragazzi di urlare, non si sa perché, e agli innamorati di baciarsi. Come al solito qualcuno dalla barca saluta le persone rimaste sulla terraferma e io, a quelli che addirittura sventolano il fazzolettino bianco, ricambio sbracciandomi calorosamente.

 E’ incredibile come le persone cambino i loro comportamenti quando lasciano la quotidianità cittadina per qualche giorno di vacanza. Credo che nessuno di noi saluterebbe in questo modo un passante nella vita normale di tutti i giorni, ma una volta indossati bermuda e berretto tutto è lecito. Le olive mi hanno fatto venire una gran sete. Cerco in borsa gli articoli che ho ritagliato dalle riviste di viaggi e leggo che nei dintorni c’è una sala da tè degna di nota. Al primo – alt – che faccio con la mano, un tassista mi fa salire a bordo. E’ la teeria di Madame Fres, praticamente il tempio parigino del tè, le pareti sono interamente coperte da varietà importate da tutto il mondo e da altrettante melange preparate dalla casa. Ce ne è così tanto, che non so quale tè scegliere, così ne ordino uno a caso mettendo il dito sulla lista per indicarlo alla cameriera. Nell’attesa comincio a leggere il giornale che mi sono portata da casa.

“ Pardon madame “

“ Oh si, le faccio spazio “ e libero il tavolo poggiando la tracolla sull’altra sedia e scostando da un lato il giornale. La giovane cameriera ci poggia tutto il necessario per il tè e un piattino di pasticcini secchi, poi se ne torna dietro al bancone sistemandosi la cuffietta di mussola bianca che la padrona del locale le impone di mettere per tenere in ordine i suoi riccioli biondi e ribelli.

Mentre sorseggio, un po’ leggo un po’ butto lo sguardo fuori attraverso i vetri di un bow window. Mi passano davanti tante persone che camminano su e giù per il marciapiede di fronte, quasi tutte in gran fretta, chi con la cena acquistata in un fast food, chi invece con la 24 ore e in abito grigio che fanno l’ultima telefonata di lavoro dal cellulare. Altri invece  passeggiano con più calma e sono per la maggior parte donne, alcune col proprio cagnolino al guinzaglio, altre, le più giovani, con il proprio bambino appena ritirato dalla scuola che ha bisogno di una boccata d’aria prima di chiuderlo di nuovo dentro quattro mura, domestiche ma comunque mura. All’apparenza sembrano essere varie ed eterogenee ma con un po’ di perspicacia si nota che queste persone una cosa in comune ce l’hanno : è il modo di vestire, di muoversi, di parlare, insomma è quel certo non so chè , tutto parigino, che conferisce loro un segno di distinzione dagli altri francesi. Ritorno alla lettura, ma i titoli mi scorrono sotto gli occhi senza scatenarmi nessun interesse. Solo ora mi accorgo di avere avuto la capacità di scegliere, tra le tante specialità di tè, una proveniente dal Cylon talmente comune che la trovi in vendita in bustine in tutti i supermarket.

“ Dicevo io che non aveva nulla di speciale questo tè. Beh ormai si è fatto freddo, credo che madame Fres non si offenderà se ne lascerò il fondo nella teiera  “ e raccolgo le mie cose lasciando una banconota da dieci sul tavolino, vicino al biglietto dell’addition.

Arrivo al fondo al boulevard dove c’è un mercatino. Scavalcando cassette di mele grinzose e vini frizzantini imbottigliati in casa, riesco a comprare una dozzina di ostriche e un paio di etti di alghe per farne qualche frittella. Basta così, è ora di ritirarsi. Alla fermata del metrò una mendicante mi offre un mazzetto di fiori legati da uno stelo, in cambio di qualche spicciolo. Glieli do volentieri. Nonostante l’ingombro riesco a munirmi del biglietto e a comprare anche una copia di Le Monde di oggi. Ficco il giornale sotto il braccio, butto quelli vecchi nel primo cestino e con il biglietto tra le labbra riesco per un pelo a prendere il treno già in partenza. Come immaginavo è molto affollato. Riesco a resistere in piedi, schiacciata quasi dalla folla che a ogni fermata aumenta e sovrastata da due uomini dalla statura inimmaginabile, soltanto pensando che tra circa dieci minuti le porte si apriranno e io sarò libera, mi precipiterò verso casa e una volta lì scaricherò i miei pacchi in cucina, sistemerò i fiori in un vasetto prima che muoiano di sete, mi rinfrescherò sotto la doccia e trascorrerò un’altra serata con Chantal a rincorrere ricordi.

 ***

  “ Anna non ti ho ancora ringraziata per la cena di ieri, ma come hai fatto in un solo giorno a scoprire i posti dove si vendono le migliori prelibatezze della Francia ? “

“ Mi sono informata prima di partire, sai bene che programmo ogni cosa dettagliatamente e che mi informo con largo anticipo su tutto quello che può rendere indimenticabile una vacanza, grazie a scorte di depliants, guide, articoli di giornali e informazioni varie, sai di quelle che ascolti tenendo il televisore acceso mentre giri il ragù o innaffi le piante “

“ Ed è così che al secondo giorno di permanenza qui hai trovato cose che io che ci vivo da anni non sono mai riuscita a scovare  “

“ Perché tu mia cara non sei ordinata, non fai attenzione ai particolari e con la tua solita fretta rinunci a quelle piccole cose che rendono piacevoli la giornata. Stai morendo dalla rabbia ma aspetta a diventare viola, vedrai nei giorni a venire che cronaca ti farò sera dopo sera “

“ Brutta stronza …” e mi lancia in faccia il cuscino del divano dove sta sdraiata, che rimbalza e si schianta sulla vetrinetta ad angolo. Per miracolo, uno splendido calice di Valystheral rimane illeso.

“ Meno male che mi sono scansata altrimenti avresti colpito anche la tua preziosa lampada Daum “ e le rilancio il cuscino colpendola alle gambe “ e non è tutto, sapessi quanto sono informata sulle alte maree della Normandia e sulla pesca in Bretagna ! “

“ Questo è troppo, e perché poi ? “ e si sistema il cuscino sotto la nuca sdraiandosi di nuovo in attesa che la sua maschera al cetriolo si asciughi e possa pulire il viso con l’acqua di rose.

“ Perché sono sempre stata attratta da questi luoghi “ le rispondo soffiando sulle unghie delle mani per fare asciugare al più presto lo smalto perlato preso in prestito dal suo beauty case “ e desidero andarci non appena mia figlia mi raggiungerà, così me li godrò al meglio conoscendo in anticipo tutto quello che c’è da vedere e da fare “

“ Sei incredibile, scommetto che andrai lì già sapendo in quali negozi si vende la migliore torte normanne, in quale restaurant si mangia la moulle marinè al burro speziato, in quale giorno resta chiuso il piccolo museo di un borgo quasi disabitato e che probabilmente visiterai soltanto tu nell’arco di tutto il mese, in quale camera d’albergo c’è la migliore vista sulla baia e a che ora e da quale angolo della muraglia si può osservare per intero lo spettacolo dell’alta marea “

“ Hai vinto la scommessa “ e comincio a stendere lo smalto anche sulle unghie dei piedi.

“ No … non si può … “ e mi guarda con la stessa espressione che aveva da ragazza quando rimaneva sbalordita di fronte ai miei piani di studio programmati fino al giorno prima degli esami.

“ Vedi, tutto questo mi fa sentire tranquilla, io preparo ogni cosa minuziosamente e con tutta calma mentre sono ancora a casa mia. Poi, una volta partita, devo soltanto mettere in pratica quello che ho programmato. Così facendo non rischio di avere brutte sorprese né  perdite di tempo che, come puoi immaginare, in vacanza non sono molto piacevoli ” e le ridò lo smalto.

“ Sarà, ma io non ne sarei capace “

“ Lo so. Dai,  non fare la finta offesa,  passami il giornale “

“ Eccotelo “ e va in bagno a sciacquarsi il viso “ ho molto da fare stamattina e a mezzogiorno ho appuntamento nientemeno che con un conte, mounsieur Pierre de Roncheville, con il quale devo concordare le ultime cose riguardo l’arredamento delle sue camere per gli ospiti. E’ discendente di un’antica dinastia della Loira ed è un uomo affascinante, quindi ora comprendi il perché di tanta preparazione … ma, mi stai ascoltando ? “

“… si …”

“ Strano, non hai fatto commenti “ e alza il tono della voce credendo che non l’avessi sentita mentre dal bagno va in camera da letto per vestirsi “ un giorno ti porterò con me a fare un sopraluogo, sapessi quanto sono curiosa di vedere il giardino, me lo hanno descritto come un autentico gioiello, nove ettari di tassi, bossi e tigli inframezzati da un labirinto di carpini. Che te ne pare ? “

“… si … un bel giardino …”

“ Ma se non l’hai ancora visto, intendevo il mio tailleur “

“… bello …”

“ Ma se non hai alzato gli occhi dal giornale neanche per un secondo, come fai a dire che è bello ? “

“ Lo immagino “

“ Ma dammi una piccola soddisfazione,  ho speso una cifra solo per quest’incontro “

“ Ti calza a pennello, hai speso bene i tuoi soldi “ e abbasso di nuovo lo sguardo sul giornale.

“ Beh che spreco di parole, comunque io sono pronta, ci si vede stasera “

“ Ciao “

“ A proposito, dove te ne vai oggi ? “ mi chiede davanti la porta d’ingresso.

“… vado … vado al Louvre “  le rispondo distrattamente.

“ Bene ieri gastronomia, oggi arte, allora ti auguro una bon journè “ e si chiude la porta alle spalle lasciando nell’aria un intenso aroma di Chanel n° 5, quel profumo che da ragazze volevamo comprare ma non potevamo permettercelo. Ho letto abbastanza, piego il giornale e lo metto in borsa, mi vesto in tutta fretta e dopo cinque minuti sono fuori di casa anch’io. Prendo la metrò e scendo a Place de la Concorde. Dopo i giardini del Corrousel sono al Louvre. Sono impressionanti sia l’estensione che le proporzioni di questo palazzo che prima di diventare uno dei musei più famosi al mondo è stato una fortezza, poi una prigione e infine una residenza reale. All’ingresso c’è la ormai celebre piramide di Pei, un’autentica irruzione postmoderna nell’antico quanto intramontabile fascino del Louvre. Pare che i parigini l’abbiano ormai accettata.

 - L’acqua delle sette fontane in granito bretone che la circondano e i mille rombi di vetro che la compongono, riflettono il cielo di Parigi cogliendone le diverse sfumature di colore, dall’azzurro schiarito dell’aurora all’arancio infuocato del tramonto - così recita la guida turistica. E’ vero, a quest’ora sono a metà tra l’azzurro e l’arancio.

Mi metto in fila e dopo solo dieci minuti di attesa, l’usciere stacca il tagliando del mio biglietto. Mi dirigo subito verso il padiglione Denon, mi aspetta una certa Gioconda. E’ brutta, ha lo sguardo che non sai definire se è malinconico o cretino, un mezzo sorriso come se avesse una piccola paresi, ma ha anche l’aria di chi sapeva che un giorno sarebbe diventata famosa. Comunque sia, mi si blocca il respiro a vederla. Al suo fianco la monumentale tela del Veronesi – Le nozze di Cana – nella cui grandezza il mio sguardo si perde tra i mille colori, la complessità dei costumi e la varietà dei personaggi. Tra questi due capolavori il cuore si ferma e il silenzio è d’obbligo.

Viene voglia di dire – scusate, ce la potreste restituire la Gioconda visto che è nostra ?  -

Dopo due ore in piedi tra sale e salette, mi riposo un po’ su una seduta in marmo posta nel grande corridoio che separa questa ala dal padiglione Richelieu. Le madonne del Raffaello mi proteggono le spalle. Non posso fare a meno di osservare i visitatori. Alcuni come me visibilmente emozionati per aver visto opere straordinarie, altri distratti dal numero imprecisato di quadri qui esposti, altri ancora intenti ad ascoltare attraverso gli appositi apparecchi le spiegazioni registrate riguardanti alcune opere. Tra tutti però spiccano i veri intenditori, quelli cioè che vengono da ogni angolo del mondo per puntare la loro attenzione su poche e selezionate opere, dedicandoci l’intera giornata, scrutandole da ogni angolatura per poi sedercisi di fronte e immergersi nella lettura di libri che, insieme alla visione dal vivo, accresceranno la loro conoscenza. Li vedo dirigersi a colpo sicuro verso quel padiglione o quella sala, diritti verso la tale opera, sia essa scultura o pittura, ignorando le altre, per concentrarsi, ammirare, studiare, estimare, senza avvertire né fame né stanchezza, andando via chissà quanto tempo dopo sazi di una scorpacciata di arte dal valore inestimabile e grati al buon Dio per aver creato simili geni. Devo dire che mi piacciono.  Mi sono riposata abbastanza, mi alzo. I dipinti di Arcinbaldo con i suoi caratteristici puzzle di ortaggi e verdure uniti insieme per creare i suoi celebri ritratti, mi stuzzicano l’appetito. Un profumo di cappucino mi guida fino al cafè Mallieu senza bisogno di chiedere indicazioni, e trovo anche un posto libero per sedermi. Ordino subito una porzione di quiche lorraine e un’ insalata condita con la salsa remoulade, cioè maionese, olio e mostarda. Aspettando di mangiare, apro di nuovo il giornale alla stessa pagina di stamattina e rileggo l’articolo che mi aveva interessata. E’ un articoletto di fondo in cui il giornalista che lo firma, premettendo che il mondo d’oggi è saturo di violenza ed egoismo, fa notare che per fortuna esistono ancora persone che dedicano la loro vita per il bene degli altri, annullando la loro con una tale abnegazione da meritare l’encomio della nazione. Una di queste è una ragazza che vive tra la Normandia e la Bretagna, una certa Clodine Pinard, giovane studentessa che da circa due anni dedica tutta se stessa ad accudire sua madre, Gregorinne Chevalier, gravemente inferma a causa di un tentativo di suicidio. La povera donna ora settantenne, da sempre dedita esclusivamente alla casa e alla famiglia, con una forte fede cattolica e una vita all’apparenza limpida, un triste giorno di due anni fa, non si sa perché, tentò di uccidersi lanciandosi nel vuoto da un’ altura del suo paese. Non morì sul colpo e, dopo vari interventi chirurgici, venne strappata definitivamente alla morte ma rimase paralizzata dalla cintola in giù. Da quel giorno sua figlia la ama e la cura con una devozione fuori dal comune, tanto che gli abitanti del luogo hanno esposto il caso al presidente Mitterand il quale ha fatto premiare la ragazza con una medaglia e una somma in denaro che lei ha subito utilizzato per restaurare la loro casa al fine di renderla più vivibile per sua madre. L’articolo porta in fondo il luogo dove si svolge questa commuovente vicenda, nonché la foto e la data della premiazione : Mont St. Michel, 2 luglio 2000.

 

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Pubblicato da nel 17 settembre 2014 alle ore: 0:43. Archiviato sotto Libri,Politiche Culturali,Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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