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Assassinio a Mont St. Michel – Due donne infelici (Cap. 3)

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CAP. III

Due donne infelici

Assassinio a Mont St. Michel

Assassinio a Mont St. Michel

Gregorinne è sveglia dall’alba. Quante volte ha provato a girarsi per cambiare posizione, ma solo dopo vari tentativi andati a vuoto ci è poi riuscita. Fa leva solo sulle sue braccia pur sapendo che neanche queste le danno tanta garanzia di forza, ma rappresentano le sue uniche armi di vita dal momento che sulle sue gambe ormai non può proprio fare affidamento. Le vede rinsecchirsi sempre più, sono ormai due anni che non si muovono, i muscoli hanno lasciato il posto a uno strato di pelle flaccida e senza tono, due arti  privi di vita, espressione  di un corpo che alla nascita era sano, alto, snello e armonioso, ma che il destino ha reso brutto, spento e bisognoso di aiuto ma solo da parte di chi non prova ribrezzo nel vederla così ridotta, un mucchietto di ossa contorte e un viso ricucito del quale rimangono intatti soltanto due grandi occhi verdi che esprimono tutta la loro sofferenza e la loro voglia di chiudersi quanto prima nella pace di un sonno senza risveglio. E’ uno dei primi piaceri della giornata, pochi in totale, quello di riuscire a girarsi nel suo letto per cambiare posizione, quello stesso letto nel quale un tempo lei godeva dell’amore e della compagnia di suo marito Vincent, ma che adesso è sempre più vuoto, giorno dopo giorno, notte dopo notte, inesorabilmente.

Così lei fa finta di non vedere il cuscino di lui che, ancora una volta, anche questa notte è rimasto intatto, preferendo guardare la baia al di là della sua finestra dalla quale può vedere la duna per intero, dalla punta Granin a quella di Champeaux con l’isolotto di Tom Belaine a nord, illuminata appena dal sole che si sta svegliando e asciugata dal mare che si sta ritirando nel suo nascondiglio segreto come fa sempre al mattino con la bassa marea, lasciando qua e là pozze d’acqua come tracce del suo impetuoso passaggio notturno. A volte sembrano formare una lunga lingua che va a insinuarsi nell’atlantico. La notte è lontana ormai e il cielo è schiarito, ma è il solito cielo normanno, opaco, grigio, velato di apparente malinconia, con i suoi infiniti mutamenti di luce e con le nuvole sempre in agguato e gonfie di pioggia, spesso spazzate in fretta dal soffio dell’atlantico. Quando il sole termina la sua ascesa, Gregorinne può anche vedere la sommità del monte con la guglia neogotica del campanile e la statua di San Michele che si protende verso l’alto. Come tutti gli abitanti di Mont St. Michel anche lei è molto devota al santo, credendo fermamente nella sua opera che, secondo la fede cattolica, è tesa a compiere tre missioni : pesare le anime per separare i dannati dai beati, condurli poi per mano davanti all’Altissimo difendendoli dai demoni, e sorvegliare le porte del paradiso. Ma Gregorinne è orgogliosa di essere nata a Mont St. Michel soprattutto perché conscia di vivere in quella che giustamente da secoli è considerata la meraviglia d’occidente, appollaiata com’è in periculo maris  come dicevano i latini, su un isolotto di granito a forma conica alla cui punta si erge la famosa abbazia che nel XVI sec. un pugno di laboriosi monaci benedettini fece diventare la Gerusalemme celeste sulla terra.

“… la mia abbazia … la mia Mont St. Michel …. siete tutto per me …”

“ Maman … mamma sei sveglia ? “

“ Si angelo mio e da tanto “

“ Come è oggi il tempo ? “

 “ Grigio tanto per cambiare, ma tu sai che io riesco lo stesso a vederci una luce speciale in tutto questo grigiore ”

“ Si che lo so e sei unica anche per questo “ e le schiocca un bacio sulla guancia emaciata.

“ Sei qui, non ti avevo sentita arrivare, buongiorno figlia mia “ e l’abbraccia delicatamente.

“ Ti preparo la colazione “

“ Grazie ma non portarmela a letto, sai che se lo faccio mi sento ancora più inferma, voglio consumarla in soggiorno con te “

“ Come vuoi, ti aiuto a scendere e mentre ti lavi io preparo “ e le sporge le gambe al di fuori del letto, la tira su per le braccia e con un movimento forte e deciso la raccoglie tra le sue e la poggia sulla sedia a rotelle. La spinge fino al bagno e la lascia perché sa che, attrezzato com’è, sua madre sarà in grado di fare tutto da sola. Mentre dal bagno sente scorrere l’acqua del lavandino, lei apre la finestra sbirciando fuori per rendersi conto di come potrebbe cambiare il tempo nel corso della giornata. E’ un cielo statico, senza vento, rimarrà grigio fino a sera.

Rientra, spazzola il letto e rimette in ordine lenzuola e copriletto così ben tirati da creare una superficie liscia, uniforme e senza pieghe. Sbatte i cuscini per farli ritornare gonfi e li rimette sul letto uno accanto all’altro, sistema i tappetini, spegne la luce dell’abat jour e piega il pigiama della madre riponendolo vicino alla vestaglia nel cassetto del comodino, dove c’è anche il santino che il sacerdote di allora regalò alla mamma come ricordo della sua prima comunione. In questa stanza non c’è altro da fare, può andare in cucina. Spalanca le ante della piccola finestra protetta da una grata di ferro e, sollevandosi un po’ sulle punte, riesce a guardare fuori per vedere come si sta svegliando la sua strada. E’ una diramazione della cour de l’Avancèe, piccola e buia quindi anche umida.

“ Tutto come al solito, niente di nuovo ” commenta rassegnata.

Sollevandosi ancora un po’ riesce anche a vedere la casa del Porticato con i suoi bei assiti e alcuni dei numerosi negozi di souvenir che da mille anni sono al servizio di pellegrini e viandanti che desiderano portarsi a casa un ricordo del loro passaggio al monte.

“ Tutto bene mamma ? “ le chiede senza voltarsi appena la sente arrivare.

“ Se così si può dire si, tutto bene, sono già arrivati i turisti ? “

“ Puoi ben dirlo, ma sono ancora pochi, sono appena le otto del mattino, pensa che ci sarà a mezzogiorno “

“ La solita orda di gente che chissà cosa riuscirà a vedere di Mont St. Michel, meno male che questo disordine c’è soltanto in estate, per il resto dell’anno noi montois ci godiamo la nostra St. Michel in tranquillità, al massimo in compagnia di qualcuno che viene da qui vicino per la messa domenicale o di qualche vero intenditore di luoghi unici come questo che saggiamente sceglie altri periodi per venirsi a godere lo spettacolo dell’alta marea che di notte isola il nostro monte dal resto del mondo ”

E dopo queste parole, a metà tra citazione e sfogo, si avvicina alla tavola apparecchiata e spiega il tovagliolo per metterselo sulle ginocchia. Con i ritmi lenti di chi non ha molto da fare durante la giornata, comincia a spalmare le fette di pane tostato che ha trovato sulla tavola, prima con del burro, poi con la marmellata di prugne che lei stessa  ogni estate prepara in grossi pentoloni di rame. Ne spalma tre per la figlia, che nel frattempo sta friggendo le uova con il lardo, e due per lei con meno burro e poca marmellata. Poi versa il cioccolato caldo nelle tazzine piccole che Clodine ha già disposto alla destra di ognuno, e la premuta di arancio in bicchieri di vetro altri e stretti che invece sono alla sinistra, zuccherando  a seconda delle preferenze. Infine riempie due ciotole di porcellana con un pugno di cereali tuffandoci dentro un bel po’ di latte freddo e mettendole al centro della tavola così che ognuna di loro abbia la sua proprio davanti. Non appena sente soffriggere l’olio nella padella, comprende che la frittura è al termine così dispone i due piattini da portata con relative posate.

“ Ecco qui mamma, mangiamole finchè sono calde, manca solo il pane “ ed estrae dal forno uno stampo da plum cake nel quale durante la notte è lievitata una forma di pane di segale e che lei ha fatto cuocere appena sveglia.

Lo  prende con due presine per non scottarsi e lo capovolge su un piatto, lo affetta e ci stende sopra le uova profumate di lardo sciolto. Consumano queste bontà in silenzio osservando i tetti delle case circostanti e il grigiore del cielo che si è fatto più carico e minaccioso di pioggia. Sono sempre gli stessi tetti, le stesse case, è sempre lo stesso cielo ed è sempre la stessa colazione consumata alla stessa ora solo da loro due, nella tristezza di una casa vuota e nella incessante ripetitività di due vite senza vita. Gli unici suoni provengono dal basso, dai ciottoli della strada calpestati dai tacchi dei turisti e dai negozianti che aprono i loro commerci alzando le saracinesche ed esponendo fuori quasi tutta la loro merce. Li conoscono bene questi suoni perché anche questi sono sempre gli stessi, saprebbero persino riconoscere il rumore della porta di madame Daurèe che vende arazzi proprio sotto di loro, o del catenaccio della bicicletta di mousieur Butin che nell’angolo vende miniature dell’abbazia, il fruscio delle cartoline di Gorge Bruges o addirittura il tintinnio delle pentole di rame che i cuochi del Mouton Blanc adoperano per preparare il  famoso stufato bretone, il kigha farz. Un ultimo sorso di spremuta e Clodine sparecchia e lava ogni cosa con acqua e sapone, conservando in forno le fette di pane avanzate. Gregorinne invece si sposta in salotto spingendo da sola la carrozzella e accende la tv per ascoltare il notiziario delle nove. Di tanto in tanto riferisce alla figlia qualche notizia alzando un po’ la voce per farsi sentire meglio, e commentandole a modo suo. Nel frattempo Clodine ha finito di riassettare, si slaccia il grembiule e lo appende al gancio dietro la porta, scioglie la lunga coda lasciando i capelli biondi e lisci di cadere sulle spalle e calza le sue scarpe di tela e corda, così basse che non la fanno alzare oltre il suo metro e sessanta. Va in salotto e mette sulle gambe della madre un plaid di lanetta, prende per se un golfino di cotone che lega sui fianchi ed esce dal grosso portone di casa spingendo la carrozzella con l’abilità di chi ha molta esperienza. Al loro passaggio i saluti si sprecano e loro rispondono a tutti con un sorriso a volte mesto, a volte un po’ forzato, perché sanno che vedendole nessuno degli abitanti di Mont St. Michel può fare a meno di ricordare la tragedia che due anni fa le colpì trasformando totalmente le loro vite. Non una disgrazia ma una tragedia, causata da una di loro due che un giorno tentò di porre fine alla sua esistenza senza riuscirci.

“ Al solito posto mamma ? “

“ Si tesoro se non ti dispiace, sarò una monotona abitudinaria ma io non aspetto altro che si faccia mattino per farmi condurre da te al solito terrazzo “

“ Non sei affatto monotona mamma e sai bene che ho ereditato da te il fatto di essere io stessa un’abitudinaria, è da sempre che anche io preferisco quel terrazzo agli altri “

“ Eppure non dovrebbe essere così, alla tua età le altre ragazze impiegano il loro tempo per il fidanzato o per andare a ballare con le amiche “ e si gira indietro per guardare in faccia sua figlia.

E’ un volto ancora giovane, mai però ravvivato da un filo di trucco, mai abbellito da una pettinatura alla moda, mai sorridente. Mai giovane pur essendo ancora giovane.

“ Io non mi lamento “

“ Lo so e questo mi rattrista ancora di più, non sognavo certo questo futuro per mia figlia, accudire la casa e sua madre inferma portandola anche a spasso per farle trascorrere qualche ora all’aperto in un angolo sperduto di St. Michel “ e le da un colpetto sulla sua piccola mano con le unghie sempre più corte, come per dire che doveva essere tutto diverso ma la crudeltà del destino le ha schiacciate frantumando ogni loro diritto.

“ Lo sai che tutto questo lo faccio volentieri mamma e per il fidanzato e quant’altro c’è tempo “ e continua a spingere con il suo corpo minuto ma con sempre maggiore forza lungo la salita che si inerpica verso l’abbazia, evitando i ciottoli più grossi e prendendo scorciatoie sconosciute ai turisti.

 La madre si lascia portare ma abbassa la testa stropicciandosi nervosamente le dita delle mani lunghe e ossute. Lo fa ogni volta che si innervosisce:

Sa bene che sua figlia non amerà mai nessuno più di lei né quanto lei e che non la lascerà mai per unirsi con un uomo e mettere su famiglia. Finirà quindi per vivere una vita al servizio di una inferma, in compagnia di tristezze e solitudini, a ingrigirsi nel volto e nei capelli osservando a distanza le gioie della vita che rallegreranno le altre ma non lei. Gregorinne continua a sfogarsi sulle sue mani. Si sente impotente perchè sa bene che non c’è nulla da fare, la loro condizione non potrà mia cambiare, e quando lei non ci sarà più, a Clodine non rimarrà nulla. Non il ricordo di un amore, non una famiglia né tantomeno un passato degno di qualche nostalgia, ma soltanto ricordi tristi e un presente popolato da tanto silenzio. Guarda avanti e trattiene le lacrime, lei sa bene come si fa. Arrivano ai giardini sotto le mura di Marveille, da qui possono vedere le finestre del refettorio dell’abbazia dove i benedettini consumano i loro pasti e anche le tre fessure che un tempo erano l’unica fonte di aria e luce per i poveretti che nell’ostello venivano accolti e nutriti. Non possono però vedere il chiostro che si apre sul mare, così è soltanto l’immaginazione che fa loro intravedere gruppi di religiosi che lì si raccolgono per meditare appoggiandosi alle colonne che fanno quadrato intorno al pozzo, o che seduti si lasciano impressionare alla vista di processioni umane che da lontano e a piedi nudi attraversano la baia, affondando nella sabbia bagnata per cadere sfiniti ai piedi del santo al quale chiedere grazie. Quanti passi sono stati mossi in quel chiostro aperto e luminoso, unico svago di lunghe e solitarie giornate monacali, quante preghiere sono state recitate consumando interi breviari, ma soprattutto quante riflessioni sui mali terreni che fanno versare agli uomini lacrime dolorose che nel corso dei secoli, attraverso il monte, sono passate come fiumane inesauribili verso la pietà di San Michele. Clodine legge una raccolta di novelle di Guy de Montpassant seduta sul muretto di cinta, facendo penzolare le sue esili gambe, mentre Gregorinne un pò più avanti si copre con il plaid fino alle braccia e osserva la sabbia fine e asciutta, il mare calmo e i gabbiani che le volano intorno.

Le piace isolarsi su questo spigolo di roccia perché questo posto le fa ricordare quando, appena sposata, venne proprio qui a fare le foto per l’album delle nozze, quando poi ci veniva con sua figlia appena nata e anche dopo per farle provare i suoi primi passi di danza, quando alla domenica indossava il suo abito buono e dopo la messa veniva qui a chiacchierare con le amiche per poi a mezzogiorno tornare sotto braccio a Vincent verso casa e consumare insieme il pranzo della festa che lei stessa preparava quando era ancora in grado di farlo, quando cioè era e si sentiva una donna completa. E’ quest’odore salmastro che si annusa, questi suoni stridenti che qui si ascoltano che le rievocano il suo passato felice, e lei ora si accontenta anche solo di questo. A volte per sentirsi sazia le basta anche solo un’ora, altre volte invece le occorre l’intera mattinata. Ma poi, quando a tutti questi ricordi si sovrappone l’immagine impietosa del presente, lei chiede a Clodine di avvicinarla al dirupo e, quando un brivido di paura le pervade l’intero corpo scuotendola e sbiancandola, allora e solo allora urla alla figlia di riportarla a casa. E Clodine obbedisce. Percorrendo al contrario la stessa strada dell’andata, la riporta a casa da dove non escono più fino al mattino dopo, consumando  il resto della giornata con la malinconia nel cuore per aver visto ancora una volta l’altura dalla quale Gregorinne si lanciò il 10 luglio 1998, giorno del suo sessantottesimo compleanno.

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Pubblicato da nel 24 settembre 2014 alle ore: 0:55. Archiviato sotto Libri,Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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