Socialize

Assassinio a Mont St. Michel – Il pranzo di Aurore

Print Friendly, PDF & Email

CAP. VII 

Il pranzo di Aurore

Assassinio a Mont St. Michel

Assassinio a Mont St. Michel

Anche se le sue camere mansardate sono vuote, Aurore si è alzata prima del solito. L’ansia di rivedere il suo Vincent e di impossessarsi di quel documento, l’ha tenuta sveglia quasi tutta la notte. Era da tanto che aspettava questo momento ma ora è fatta, oggi finalmente metterà  sotto chiave il suo futuro. Con Vincent al suo fianco d’ora innanzi potrà vivere come ha sempre desiderato, ora e fino alla fine dei suoi giorni, consumando i mesi ad avere cura della sua casa, della sua campagna e della sua azienda senza più la paura di non farcela ad arrivare a fine mese. Potrà permettersi di trascorrere le lunghe e fredde sere d’inverno vicino al camino leggendo un romanzo d’amore, guardando di tanto in tanto attraverso i vetri delle finestre l’ondeggiare dell’erba soffiata dal vento del nord … Potrà passeggiare serenamente tra le sue terre annusando l’odore deciso delle sue mele, fermandosi a curare le sue aiuole di iris e giacinti, e potrà trascorrere i pomeriggi d’estate sdraiata sull’aia a scurirsi la pelle sotto i raggi del sole… Potrà investire un po’ del denaro per la sua distilleria, tentando tecniche nuove e sofisticate per ottenere un’etichetta da riuscire a vendere anche all’estero … Potrà vivere l’autunno preparando marmellate e gelatine, conserve di verdure e patè per i suoi ospiti estivi o dipingendo i colori grigi delle giornate normanne che velano anche i tetti di paglia delle colombages … Si, d’ora innanzi potrà farlo senza più temere di non poter pagare il macellaio o la bolletta del gas o peggio ancora i suoi dipendenti. Un foglio di carta sta per regalarle tutto questo e altro ancora. Sta per regalarle infatti anche la soddisfazione di mostrare cosa è riuscita a fare a tutte quelle pettegole di Lyon che non l’avevano ritenuta capace di cavarsela da sola.

Le viene da ridere pensando a quelle facce che di lì a poco diventeranno verdi dall’invidia alla notizia di quello che la giovane vedova ha ottenuto. “ Vedremo se diranno ancora che sono una povera contadina che si arrangia a tirare avanti come può perché di più proprio non può fare, saranno costrette a chinare la testa quando le persone provenienti da ogni dove che passeranno da Lyon chiederanno – Dove si trova l’auberge Le Petit Coque ? Come si arriva alla fabbrica di Calvados Le Coeur de Pommiers ? E’ possibile visitare anche la tenuta ? Dove si vendono le famose conserve di madame Dauphin ? Costa davvero molto cenare nel suo restaurant ? -  Si, voglio ingrandirmi, voglio avere anche un ristorante, rinomato, e un vero albergo per clienti di classe, voglio fare la padrona e godere della mia nuova condizione ... “

Una risata sguaiata squarcia il silenzio della sua camera da letto.E’ la risata di una donna arrivista e orgogliosa, costretta a stare a lungo in un angolo ma che ora può finalmente venire allo scoperto. E’ la sua risata, la risata di chi sta sentendo odore di trionfo. Questa sarà la mattinata più eccitante della sua vita, necessita quindi di una lunga preparazione per essere vissuta come merita. Spazientita dall’insonnia, con un calcio si è liberata della trapunta che la stava quasi soffocando e si è alzata. A piedi nudi saltellando sulla pietra fredda del pavimento  è andata in bagno dove si è lavata con acqua fredda, strofinandosi con olio alle alghe nere. Ancora arrossata dalle strofinature si copre con la sua vecchia vestaglia gialla, quella che usa soltanto quando deve stare molto tempo vicino ai fornelli o quando deve fare le grandi pulizie di casa, e scende.  Ciabattando con le sue vecchie babbucce di corda entra in cucina, la sua grande cucina dal soffitto basso con grosse travature di legno da cui pendono, a testa in giù, tanti fasci di fiori essiccati. Accende la luce perché fuori è ancora buio e apre la finestra centrale per prendere un bricco dal davanzale. Chiude le imposte lasciando aperti i due battenti laterali e si siede su una seggiola impagliata poggiando i gomiti sul vecchio tavolo che è al centro della stanza.

Beve direttamente dal beccuccio il latte munto ieri sera e conservato fuori al fresco della notte, tanto buono da essere bevuto così, in naturalezza, senza l’aggiunta né di zucchero nè di caffè, raccogliendo con il cucchiaino lo strato di  panna che è rimasto sul fondo. Si pulisce le labbra con il lembo della vestaglia e va ad accendere il fuoco nel grande camino, talmente grande che al suo interno ci sono due panche laterali dove lei in inverno si siede per rimestare di continuo nel pentolone di rame le sue confetture al rabarbaro. I tronchi sono già stati  sistemati dal suo fattore in ordine decrescente di grandezza. Accende un fiammifero e lo avvicina a uno degli stoppini inzuppati di alcool che lei tiene a mazzetti sulla cornice del focolare, e lo infila sotto la piramide di legna che subito prende fuoco creando una fiamma così alta che il vento fuori tira a sé attraverso il comignolo. Dal suo tetto cominciano a uscire nuvolette di fumo che si confondono con i colori dell’alba, dando alla sua casa l’immagine di una dimora già sveglia, nel cui interno qualcuno si sta dando da fare per renderla viva e accogliente. Si volta a guardare il pendolo che è dietro di lei, si sono fatte le sei. Fra non molto l’intero villaggio si rianimerà, prenderà vita e forma, e ognuno si dedicherà alle proprie faccende con il ritmo di sempre, lento ma deciso, svegliando la campagna con i suoni degli animali al pascolo, i rumori dei trattori tra le balle di fieno e il fruscio del bucato appena steso.

Aurore ha tutto il tempo per preparare quanto deve, senza però sprecarlo in pulizie o incursioni aziendali. Per tutta la mattina dovrà soltanto preparare un pranzetto coi fiocchi per mangiare di gusto e brindare insieme al suo uomo al loro avvenire, sorridendo e amando fino allo strenuo delle forze in onore di colui che sta per regalarle più di quanto lei avesse osato immaginare. Si avvicina alla cucina a legna che lei ancora adopera quasi ogni giorno, accende la carbonella e ci butta sopra qualche rametto di ulivo e un piccolo tozzetto di quercia per ottenere una fiamma bassa ma resistente. Chiude lo sportellino e apre la scansia che è di fianco, stracolma di utensili, per tirare fuori un mucchietto di vecchie ricette legate con uno spago, là dove c’è scritto come sua madre cucinava la vera torte normanne con gelatina di mele. Prepara l’impasto leggendo tra le righe e lo mette in uno stampo a forma di cuore, apre lo sportellino della cucina, controlla il fuoco e infila lo stampo sul ripiano superiore per fare cuocere la torta al calore della fiamma sottostante. Poi va verso il lavatoio dove ieri sera ha messo a macerare un pollo ruspante, sgozzato e spennato al mattino, spezzettato e messo a profumare in acqua, aceto di mele, erbe aromatiche e aglio a volontà. Lo toglie dall’acqua, lo asciuga con un canovaccio e lo mette in una padella dal fondo largo cospargendolo di rosmarino, olio, vino bianco e patate novelle. Mette la griglia sul fuoco del camino e ci poggia il tegame così da fare cuocere il volatile molto lentamente fino all’ora di pranzo. Una manciata di sale e lo copre con un coperchio. Va di nuovo alla cucina per controllare la torta. E’ il momento di aggiungere la gelatina che prende da uno dei tanti vasetti nella credenza delle conserve. Lecca il cucchiaino prima di buttarlo nel lavandino e con un ferro a uncino allarga i carboni per farli spegnere, chiude lo sportellino e porta a termine la cottura della torta che riposerà al tepore della brace  fino all’ora di pranzo. Prima di preparare la focaccia dà una controllata al pollo, alza il coperchio, gira il contenuto con il mestolo che è sempre appeso a un gancio lì vicino e ricopre. Ci vorranno ancora  un paio d’ore.

In un vecchio armadio che funge da dispensa prende quattro patate, una manciata di olive verdi, due pugni di farina gialla e tre uova, mette tutto sulla spianatoia di legno che tiene dietro la porta e con l’aiuto di un po’ d’acqua impasta e stende la focaccia in un tegame, coprendola con un canovaccio per farla lievitare. Si lava le mani impastate e mette il bollitore sul fuoco, ora ha proprio bisogno di un buon tè. Versa l’acqua bollente in una tazza blu, ci mette due cucchiaini di tè nero, insaporisce  con del miele e si va a sedere vicino alla finestra. Il cielo anche oggi non da speranze, le nuvole sono così fitte che non faranno passare neanche un raggio di sole, e il vento è così forte da far dimenticare a tutti che si è in piena estate. “ Chissà cosa penseranno i turisti di noi, crederanno che la stagione estiva non passi proprio per la Normandia e che bisogna uscire sempre con ombrello e giacca a vento. Vedessero invece quanto è bello il nostro cielo quando il sole lo unisce al mare, quando riesce a indorare i nostri campi, quando i gabbiani festeggiano voltandogli intorno, quando illumina le nostre scogliere …“ e continua a sorseggiare il suo tè caldo sbirciando fuori.

Il figlio del suo vicino sta giocando con il suo cane mentre la madre sta girando il caglio e in lontananza il trattore del padre lascia una scia di spighe falciate che un gruppo di operai raccoglie in grossi fasci e accatasta nella parte di campagna più esposta al sole. Anche il loro comignolo fuma, è segno che qualcuno sta preparando la minestra di cereali e verdure selvatiche per tutti quelli che oggi lavoreranno la terra fino a sera. Le campane della chiesa battono nove volte. Il sacrestano a quest’ora avrà chiuso la porta principale dopo la prima funzione per pulire il pavimento e sistemare le candele nuove, sua moglie avrà sistemato i fiori freschi nei vasi  mentre il parroco molto probabilmente starà intingendo di olio santo la fronte dell’ennesimo vecchio abitante di Lyon che sta per lasciare questa terra. Si è riposata abbastanza. Si alza, rimette la sedia vicino al tavolo, sciacqua la tazza e va a stendere sulla focaccia che si è gonfiata di ben due dita le patate tagliate a fettine e le olive.

Un filo di olio, un po’ di rosmarino e mette la teglia vicino al pollo. Tocca andare in cantina adesso. Accende la luce e scende i tre gradini che la separano dalla cucina, sgancia dal soffitto un prosciutto, ne taglia una parte a pezzetti e li raccoglie in un grande piatto di ceramica. Da un sacco di iuta prende quattro fette di pane duro, le spalma con patè di fegatini d’oca e le mette nel piatto del prosciutto, e per completare prende una forma di savarin aux herbes con  panna ed erba cipollina e ne taglia due porzioni che mette in un altro piatto insieme a datteri e noci. Prende i due piatti,  una bottiglia di prosecco e porta tutto in cucina. E’ ora di imbandire. Sulla tavola stende la sua tovaglia preferita, quella a quadretti bianca e blu, ci posa quattro grossi bicchieri di vetro operato, piatti dipinti a mano e il cestino per il pane con la copertina per non far disperdere la fragranza. Manca soltanto un centrotavola, così va fuori in giardino a raccogliere due grossi fiori di ortensia e qualche rametto di fagus selvatica. Crea la sua composizione e la porta dentro casa, la dispone al centro della tavola mettendo tutt’intorno le pietanze già pronte ma rimanendo lo spazio per quelle da tenere in caldo. Ora si che è tutto pronto. Soddisfatta per i risultati passa nel soggiorno per dare una sistemata, a Vincent piace molto trascorrere le serate lì con lei fumando e ascoltando della buona musica dopo aver mangiato di gusto, così Aurore prepara l’ambiente spalancando la finestra per rinfrescare l’aria, sbatte e rigonfia i cuscini del salotto, controlla le sigarette e i liquori, e accosta le imposte. E anche questa è fatta, può andare di sopra per darsi una rinfrescata. Indossa biancheria intima di seta color pesca, senza profumarsi però perché a Vincent piace sentire il profumo naturale della sua pelle, e mette il vestito che a lui piace più di ogni altro, di chiffon a fantasia con un corsetto che le solleva il seno e le fascia la vita, aderendo sui suoi fianchi larghi.

 Una spazzolata ai lunghi capelli e un bel paio di orecchini di ametista, unico ornamento per un viso che resta senza trucco. E’ pronta, ora deve solo aspettare Vincent. Arriverà da un momento all’altro ormai e va ad attenderlo fuori, sul dondolo appena fuori la porta d’ingresso, e dondolando si rilassa  e sorride, pensa e sorride, e dondola … Sente un rumore, si sporge ma poi non sente più nulla e si spalla di nuovo. La stanchezza si mescola all’attesa e Aurore sfinita si assopisce. Uno stormo di uccelli si alza in volo e lei si sveglia. Dal silenzio che c’è, si rende subito conto che l’ora del pranzo deve essere già passata e la gente del villaggio sta ormai sonnecchiando in salotto. Si stiracchia e rabbrividisce, si è addormentata all’aperto e ora ha freddo. Allunga il braccio per prendere da un gancio vicino l’uscio uno scialle di lanetta e ci si avvolge dentro stringendosi nelle spalle. Sente il rumore di qualche passo sulle breccioline, si precipita verso il cancello ma si ferma di colpo, è soltanto la sua oca che sta rincorrendo una foglia sollevata dal vento. Di Vincent neanche l’ombra. Ritorna verso casa ed entra in cucina, la stanza ha perso gli odori , le pietanze sono fredde, il patè si è indurito e la focaccia ha assorbito tutto l’olio che era in superficie perdendo la sua croccantezza. La tavola è intatta ma vuota, il fuoco del camino si è ridotto a una piccola fiamma, la cucina a legna è fredda, il pollo si è ricoperto di una pellicola gelatinosa e la torta a forma di cuore le fa venire voglia di piangere. Non sa perché, ma i brividi non sono solo di freddo …

“ Perché Vincent non è qui … se avesse avuto un contrattempo mi avrebbe avvisata … e se sua moglie ha trovato il modo per fermarlo ? … e se ha cambiato idea e non ha il coraggio di dirmelo ?…”

Le pensa tutte mentre si avvicina alla finestra e vede, ora si che vede una sagoma avanzare da lontano. Si precipita fuori, ma subito capisce che quella sagoma non appartiene al suo Vincent. No, si tratta di una donna, una giovane donna in bicicletta.

“ E’ la ragazza della distilleria, che cosa vorrà ? … C’è qualcosa che non va ? “ le chiede un po’ infastidita.

“ Alla fabbrica va tutto bene “ le risponde la giovane ora a due passi dalla padrona.

“ Allora cosa vuoi ? “

“ Ecco madame ho pensato che forse …” e  abbassa gli occhi

“ Che forse ? “

“ Beh, ho visto che è stata indaffarata tutta la mattina, quindi …”

“ Quindi ? “

“ Quindi ho capito che lei forse ancora non sa che quel suo cugino …”

“ Che quel mio cugino ? Ma parla …”  la incita con voce ansiosa, a tratti tremante.

“ C’è scritto sul giornale di stamattina … qui nero su bianco …” e  glielo porge.

“ Ma insomma si può sapere cosa è successo ? E perché il giornale “  urla con occhi atterriti.

“ E’ successo che è … che è morto …”

“ Morto ? Vincent morto ? … non è possibile …” e si porta le mani sulla bocca quasi a volere frenare la ribellione della sua voce.

“ Qui c’è scritto così “ e le si avvicina per porgerle con una mano il giornale mentre con l’altra mantiene la bicicletta, fermandosi però a una a certa distanza da madame. Aurore glielo strappa di mano e con occhi sgranati legge le poche righe che annunciano la tragedia, e mentre lo fa con una mano si regge il petto come se così facendo riuscisse ad attutire il colpo. Finisce di leggere e guarda nel vuoto.

Non ha capito nulla di quello che è accaduto ma ha compreso bene che le poche righe che ha letto significano una sola cosa: la sua vita si che cambierà, ma non come credeva lei stamattina. Butta il giornale a terra e si rifugia in casa sbattendo furiosamente la porta dietro di sé, sotto gli occhi terrorizzati della ragazza che monta sulla sua bicicletta e scappa via. Chiude le imposte di casa perché non vuole più vedere la luce, buio deve essere e buio sia. Con il ferro uncinato del camino distrugge la tavola che non ha più ragione di essere ancora  imbandita, e sfoga su di essa tutta la sua rabbia. Si perché è di rabbia che si tratta, rabbia per aver perso tutto per una manciata di ore, stava per afferrare il meglio ma il respiro della morte ha soffiato un po’ prima del dovuto. Corre su per le scale facendo i gradini a due a due per andarsi a rifugiare nel suo letto,  nascondere il volto tra i cuscini e riuscire a piangere lacrime disperate con la lucida convinzione di stare per iniziare a scontare la sua colpa. Sono passate ore ormai. Si solleva a mezzo busto e si asciuga il viso con il lembo del lenzuolo. Gli occhi sono due pupille fisse e inespressive che vedono scorrere la sequenza della sua vita : una donna giovane e carina con tanti sogni nella mente,  poi una sposa piena di aspettative, poi vedova prematura con un mare di problemi a schiacciarle sogni e aspettative, infine la sorpresa, un altro uomo, il suo amante, il suo benefattore, colui che avrebbe realizzato sogni e concretizzato aspettative. Invece no, ancora un lutto, ancora la perdita di tutto. Vede anche i volti dei suoi compaesani che la guarderanno con soddisfazione perché contenti di non vederla sistemata grazie a un inganno, sente persino le voci delle tante zitelle che alle sue spalle diranno – ben le sta,voleva rubare un marito a una moglie e un padre a una figlia ma non c’è riuscita, dovrebbero finire tutte come lei le ruffiane del mondo! –

Si, è così che godono le zitelle dei paesi, ridendo di chi aveva e non ha più. Come loro. Prova già angoscia per i suoi dipendenti che uno ad uno lasceranno la sua terra e la sua distilleria bestemmiando perché sanno di non avere più lavoro lì da lei. Gli occhi di Aurore tornano a fissare il vuoto mentre un altro film le passa davanti, quello del suo futuro : una casa non curata, una azienda con i catenacci alle porte, una campagna infestata da erbacce, amarezza e solitudine come uniche compagne di vita. Insomma vede la sua fine e chiude gli occhi rabbrividendo dall’orrore. In fondo lei desiderava rimanere nel suo paese, continuare a curare la sua terra e la sua azienda, voleva ingrandirsi ma lavorando, voleva godere di un po’ di tranquillità, amando e facendosi amare. Dove è che ha esagerato ? Dove è che ha sbagliato ? La scelta dell’uomo ? E forse questo che ora sta pagando ? Aurore se lo chiederà sempre …

Articoli che potrebbero interessarti

  • 92
    CAP. III Due donne infelici Gregorinne è sveglia dall’alba. Quante volte ha provato a girarsi per cambiare posizione, ma solo dopo vari tentativi andati a vuoto ci è poi riuscita. Fa leva solo sulle sue braccia pur sapendo che neanche queste le danno tanta garanzia di forza, ma rappresentano le…
    Tags: per, si, non, è, in, i, l, sua
  • 87
    Come si comincia un libro? Dall’inizio. Questo libro inizia dalla terra dove Vincenzo Spadafora è nato, per far sapere da dove parte la sua vita e condurre poi il lettore lungo il suo percorso di formazione umana e lavorativa, la sua gavetta, i suoi progetti, i suoi traguardi, i suoi…
    Tags: per, è, non, si, in, i, suo, l, sua
  • 87
    CAP. IV L’amante vive nella campagna del Pays d’Auge La parte più nordica della Francia è il Pays d’Auge, cuore della regione del Calvados. Poco al di là ci sono le località atlantiche più alla moda,  rendez vous dell’alta società francese che ama ritrovarsi a Deauville per esempio, per  passeggiare…
    Tags: è, per, non, si, in, i, l, sua
Pubblicato da nel 22 ottobre 2014 alle ore: 0:43. Archiviato sotto Libri,Reportage. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>