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Contro la pena di morte

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Contro la pena di morte

Contro la pena di morte

Tradizionalmente si individua in “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria il primo testo argomentato contro la pena di morte, ma già alcuni anni prima del 1764 un patrizio fiorentino di nome Giuseppe Pelli aveva abbozzato, senza tuttavia pubblicarle, una serie (ben sette) di prove contro la pena capitale. Sapendo di Beccaria e del suo libro, egli se ne rammaricò per non aver completato e dato alle stampe il suo lavoro. Ma Pelli, benché conoscesse la filosofia e il diritto, non era un filosofo o un giurista, era un funzionario e riteneva inopportuno manifestare pubblicamente idee così avanzate e radicali in materia penale mentre serviva lo Stato. Ritrovato in un archivio, ed edito oggi per la prima volta con una ricca introduzione note puntuali, il suo abbozzo del 1761 è il documento appassionato di una battaglia civile che andava prendendo corpo in Toscana come in Lombardia, e alla quale Pelli aveva pensato di dar voce con una gamma di argomentazioni dirette a confutare sia moralità che l’efficacia della pena di morte. Una pena così cruenta non può essere morale perché tradisce il diritto naturale alla vita e il diritto positivo alla tutela della vita. Se gli uomini si sono uniti in società, e si sono dati delle leggi, è per conservarsi in vita meglio di quanto avrebbero potuto fare nello stato di guerra di tutti contro tutti. E’ assurdo dunque che si prescriva per legge la morte di qualcuno. Inoltre – aggiunge cristianamente Pelli – noi siamo depositari della vita e non proprietari, e nessuno, tanto meno lo Stato, che così si abbasserebbe al livello di un comune criminale, potrebbe decretare la morte di un uomo, fosse anche responsabile di un grave delitto. Circa l’utilità delle pena come deterrenza contro il crimine, essa sarebbe poi confutata dal fatto che i delitti non diminuiscono laddove la pena è in vigore. Quindi non si capisce perché mai si dovrebbe ricorrere a un rimedio così estremo, ma senza efficacia esemplare, quando basterebbe non lasciare impuniti i delitti per dissuadere altri dal ripeterli. Il nucleo centrale dell’argomentazione di Pelli è quindi arricchito da ulteriori ragioni relative alla funzione della pena: scopo della pena non è la vendetta, che può soddisfare solo l’ira del danneggiato ma non servire la giustizia; la pena deve essere adeguata mentre esistono regimi che prevedono la condanna a morte per reati minimi; la pena deve servire alla società per cui sarebbe più utile impiegare chi delinque in pubblici lavori e poi restituirlo alla vita; se la pena serve al reo per emendarsi, come fa a emendarsi se viene ucciso? Infine Pelli, sulla scia di Montesquieu, faceva due ulteriori rilievi. Il primo rilievo riguardava il ricorso alla pena di morte in molti paesi ritenuti civili, mentre paesi ritenuti incivili non la contemplavano; chi era dunque il vero selvaggio? Il secondo rilievo, derivante dal primo, riguardava la diversità delle leggi che, secondo Pelli, era una prova contro il carattere universale del barbaro istituto giuridico. La pena di morte era diffusa, ma non come si credeva, e ciò bastava per dimostrarne l’insostenibilità. Pelli riteneva di aver fornito così delle prove inattaccabili, che parlavano al cuore e alla ragione degli uomini. I tempi di Pelli, di Beccaria e di Voltaire (pure lui scrisse un vibrante j’accuse contro il boia e la forca) non erano però maturi per l’abolizionismo radicale. Ma le loro idee umanitarie cominciarono a ispirare qualche sovrano e a fecondare le legislazioni più illuminate, come quella Toscana di Pietro Leopoldo del 1786. Purtroppo, mentre scrivo, una giovane donna, Reyhaneh Jabbari,è stata impiccata in Iran con l’accusa di aver ucciso l’uomo che voleva stuprarla. A nulla sono serviti gli interventi di Amnesty, della comunità internazionale e di Papa Francesco. Proprio il Pontefice nei giorni scorsi si era espresso in modo fermo e cristiano contro la barbarie della pena capitale e del carcere a vita.

G.Pelli, Contro la pena di morte, a cura di P.Audegean, Cleup, Padova, 2014, pp.155, euro 17.00.

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Pubblicato da nel 27 ottobre 2014 alle ore: 21:26. Archiviato sotto Libri,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

4 Risposte a Contro la pena di morte

  1. Sara Rispondi

    29 ottobre 2014 a 3:22 pm

    Niente di più chiaro poteva essere scritto.

    La pena di morte risale ad un tempo “antico”, ma la sua complessità così come il suo discuterne, risuona ancora ai giorni nostri. Le tesi di Pelli sono state scritte per difendere il diritto alla vita, ciò che noi oggi riteniamo inviolabile. Pertanto le sette prove di Pelli sono più attuali che mai..o forse siamo noi ad essere quegli antichi, visto che ancora oggi vi ci troviamo a discutere?

  2. Stefano Cazzato Rispondi

    29 ottobre 2014 a 10:05 pm

    Grazie Sara di aver condiviso il contenuto dell’articolo. Manteniamo alta l’attenzione sui diritti civili, e difendiamoli sempre con convinzione.
    Kant diceva che quando il diritto di un uomo lontano viene calpestato, la cosa riguarda da vicino anche noi.

  3. 4AF "G.Carducci" Rispondi

    6 novembre 2014 a 5:06 pm

    Condividiamo il parere del nostro insegnante di filosofia Stefano Cazzato in merito alla illegittimità alla pena di morte.
    Il caso di Reyhaneh Jabbari è solo l’ultimo in ordine di tempo;ma sarà seguito da moltissimi altri.
    Quello che l’uomo deve comprendere è che non con l’eliminazione del problema o semplicemente della causa,si può sconfiggere il crimine. E’ invece con la riabilitazione e la rievocazione del colpevole in un luogo adatto,che si può ottenere il rispetto per la vita altrui e tale vita deve garantire.

  4. Paola Rispondi

    16 novembre 2014 a 4:05 pm

    Tema sempre attuale. Ha fatto bene il recensore a ricostruire la vicenda editoriale e la stringente argomentazione. Noi lettori di “4Arts” attendiamo stimoli di questo tipo. grazie
    Paola

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