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Pagamenti con i tablet, qual è la posta in gioco?

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Pagamenti con i tablet, qual è la posta in gioco?

Pagamenti con i tablet, qual è la posta in gioco?

Non un miglior servizio per i clienti ma miliardi di dollari e decine di milioni di tetrabyte di dati, è questa la posta in gioco della battaglia per i pagamenti tramite Smartphone e Tablet, battaglia che Apple ha improvvisamente infiammato inserendo nel suo nuovo I-Phone 6 l’applicazione Apple Pay. Apple Pay si serve della tecnologia NFC (Near Field Communication), tecnologia che permette pagamenti su POS ubicati in attività commerciali in modalità contactless, cioè senza la necessità di far toccare lo strumento di pagamento (in questo caso lo smartphone) e il terminale, per proporre una innovativa esperienza di acquisto. Infatti se come per qualsiasi altro sistema di pagamento è necessario possedere una carta di credito e agganciarla ad Apple Pay, questa volta il riconoscimento del cliente non avviene tramite password o PIN ma per impronta digitale. Apple Pay è così semplice che si può usare anche se l’esercente ancora non sa di averlo in dotazione. Basta che il POS sia dotato di funzionalità NFC (In America è attiva perfino sui taxi), avvicinare lo smartphone, inserire la propria impronta e la transazione viene eseguita e segnalata. In altre parole, ancora una volta Apple invita i suoi clienti a fare con lei quattro passi nel futuro, battendo sul tempo tutti i concorrenti. Eppure la tecnologia necessaria per attivare i pagamenti in mobilità è disponibile già dal 2000, ma il servizio non è mai stato finalizzato per il desiderio dei principali attori (banche, esercenti e TLC) di trovare uno standard capace di tagliare fuori i player concorrenti. Infatti la posta in gioco era ed è altissima. Per i pagamenti tramite carta di credito, le banche incassano dai commercianti un fee per ogni transazione effettuata. Fin dalla nascita dei sistemi di pagamento in mobilità tramite smartphone e tablet i commercianti hanno visto in questa nuova strada una possibilità per liberarsi di una commissione che, transazione dopo transazione, rappresenta una miniera d’oro regalata, a loro modo di vedere, agli istituti di credito. E proprio a questo scopo in America alcuni colossi del commercio (Oltre 200, fra gli altri Rita Aid, CVS, Walmart, GAP) hanno creato un consorzio, MCX (Merchant Customer Exchange), che ha sviluppato un sistema di pagamento denominato CurrentC. CurrentC ha due pregi per gli esercenti ma penalizza i clienti sia sul piano concreto della transazione che su quello dell’esperienza d’acquisto. I pregi per gli esercenti sono che CurrentC si aggancia direttamente al conto corrente di chi compra, cosa che elimina il fee da pagare alle banche, e che grazie a questo aggancio traccia il comportamento del cliente. Dal canto suo, invece, il cliente non solo paga con una operazione più complessa, visto che la transazione avviene attraverso la lettura di un codice QR da parte dello smartphone o tablet e la successiva digitazione di password, ma soprattutto cede una montagna di informazioni e di dati, che se saranno utilizzati in primo luogo per personalizzare i servizi e creare offerte mirate, rappresentano pur sempre un rischio per la privacy. Purtroppo per MCX, CurrentC per quanto attualmente in prova su un target selezionato di clienti, non sarà realmente operativo prima del 2015, e sappiamo che in un mercato come quello tecnologico, anche solo poche settimane possono fare la differenza. Così l’arrivo della nuova funzione di Apple ha finito col cogliere tutti incredibilmente impreparati. Sì, è vero, da anni sono allo studio almeno una ventina di differenti standard ma nessuno era mai realmente sbarcato sul mercato. Solo Google, al di fuori della triade banche-esercenti-tlc, aveva provato a lanciare una sua applicazione, Google Wallet, ma senza riscontrare molto successo. Probabilmente perché Mountain View si serviva, come vorrebbe fare CurrentC, delle transazioni per tracciare i clienti. Al contrario, Apple Pay garantisce l’anonimato. Il Ceo di Apple, Tim Cook, ha confermato che la sua azienda non si servirà di Apple Pay per raccogliere informazioni. Questa scelta, oltre all’indubbio fascino esercitato dal marchio della Mela, deve aver rassicurato i possibili clienti spingendoli a sottoscrivere massicciamente la nuova applicazione o, più facilmente, come sostiene Osama Bedier, l’uomo che per Google si era occupato del lancio di Google Wallet, Apple è arrivata al momento giusto con la proposta giusta mentre Mountain View era in anticipo su un mercato non ancora maturo. Fatto sta che Apple Pay, col suo un milione di attivazioni nelle prime 72 ore, e ancora più con il record di vendite registrato dall’I-Phone 6, si parla di 25 milioni di pezzi venduti entro la fine del 2014, rischia di diventare se non l’attore unico, perlomeno il marchio da battere. Ma se la sorpresa c’è stata, la risposta degli esercenti legati al consorzio MCX non si è fatta attendere. Dopo essersi accorti che Apple Pay poteva essere utilizzato in modo automatico nei loro negozi per la semplice presenza della funzione NFC sui POS, la settimana scorsa hanno emanato una direttiva nella quale imponevano ai responsabili degli esercizi di disattivare questa tecnologia, cosa che fra l’altro ha penalizzato anche i possessori di Google Wallet . Difficile spiegare le ragioni di una mossa così chiaramente sbagliata, visto che come era prevedibile la decisione ha fatto infuriare i clienti e scatenato una ondata di protesta che ha investito anche il web. E, lo sappiamo bene, per un commerciante non è mai una buona cosa irritare la propria clientela. Alcuni analisti hanno ipotizzato che i partner di MCX fossero anche legati in una Limited Liability Company , struttura societaria che prevede una clausola di non concorrenza. In altre parole permettendo ai propri clienti di utilizzare negli esercizi di loro proprietà Apple Pay gli aderenti a MCX correvano il rischio di dover pagare multe salatissime al consorzio stesso. MCX sul sito ha però negato questa possibilità: "Does MCX Require its Merchants to Only Offer CurrentCTM? MCX merchants make their own decisions about what solutions they want to bring to their customers; the choice is theirs. When merchants choose to work with MCX, they choose to do so exclusively and we’re proud of the long list of merchants who have partnered with us. Importantly, if a merchant decides to stop working with MCX, there are no fines". A nostro parere, che ci sia o meno questa clausola di non concorrenza, la cui applicabilità resta un mistero nel momento in cui tutti i soggetti impegnati la violano e nello stesso modo, cioè accettando Apple Pay, ci si è trovati di fronte a una reazione affrettata e non sufficientemente ragionata. Il pensiero potrebbe essere stato: blocchiamo e vediamo che cosa succede, se i clienti magari anche protestando un po’, tirano fuori un’altra carta di credito e nelle prossime settimane il fatturato resta comunque stabile, vuol dire che possiamo provare a resistere fino all’arrivo di CurrentC, altrimenti troveremo una soluzione più efficace. Se il ragionamento è stato questo, l’imponenza della protesta ha superato le aspettative. E non solo. Perché il malumore non si è limitato ai clienti ma ha comportato un vero e proprio attacco hacker al sito di CurrentC. Inoltre è trapelata la notizia di un furto di E-mail che avrebbe colpito gli aderenti al gruppo di prova che sta sperimentando la nuova applicazione. In una conferenza stampa telefonica Dekker Davidson, CEO di MCX, ha ammesso il furto sostenendo però che è avvenuto non attraverso l’applicazione ma ai danni del provider che fornisce la connessione. Resta il fatto che nell’incrociarsi di notizie è venuto fuori anche che nel consorzio c’è anche Target, la tivù on line protagonista qualche tempo fa del più colossale furto di dati avvenuto nella storia del web. Insomma c’è da dire che da qualsiasi parte lo si voglia vedere, il percorso di CurrentC nasce sotto pessimi auspici. Ed è difficile immaginare in che modo MCX potrà venire a capo della cosa. A meno che non sia vera un’ultima ipotesi fatta nelle ultime ore, secondo la quale MCX starebbe solo prendendo tempo per provare a trattare con Apple e ottenere almeno un accesso limitato ai dati, ma sufficiente a creare un profilo della clientela, questo allo scopo, lo sappiamo, la giustificazione è sempre quella, di fornire un servizio migliore e personalizzato. D’altra parte, sempre secondo rumors circolanti sul web, Apple avrebbe comunque in programma di permettere questo incrocio di dati, un modo per non inimicarsi le grandi catene americane, visto che il vero business, nei prossimi mesi, dovrebbe venire dalla Cina. Infatti è sempre più probabile un accordo con Ali Baba, accordo che aprirebbe le porte del più grande mercato mondiale. In conclusione tutto lascia prevedere che così come si è accesa, la battaglia dovrebbe presto spegnersi. La guerra non conviene a nessuno, il mercato ormai è maturo e richiede il servizio, esercenti, banche e TLC capiranno che hanno bisogno l’uno dell’altro. Intanto, a pagare il prezzo dell’accordo fra Apple e grandi catene, probabilmente saranno come sempre i consumatori, visto che se come pare ci sarà, questo accordo prevederà una cessione dei dati. La speranza, è che vista l’importanza del settore ci siano prese di posizione ufficiali come quella de Federal Reserve, o che qualcuna delle nuove applicazioni in via di approfondimento, come quella allo da parte di Poynt, un consorzio guidato da Bedier, proprio quel Bedier che aveva lanciato il Wallet di Google, si riveli più efficace nel rispettare i consumatori. In attesa, per chi volesse impratichirsi con un uso differente della tecnologia NFC, ecco cinque divertenti e utili usi.

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Pubblicato da nel 4 novembre 2014 alle ore: 11:20. Archiviato sotto Innovazione,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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