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Le campane di Assisi

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Le campane di Assisi

Le campane di Assisi

Il Natale per me è Assisi. Ogni anno torno qui, da Chiara e Francesco, per camminare sugli stessi ciottoli su cui hanno poggiato i loro piedi scalzi. Ho bisogno di sentire l’aria di santità di quel Francesco che indossava un saio ruvido per farsi scorticare la pelle nuda e calzava pantofole rotte quando andava ad amare i lupi, e di quella Chiara dai capelli d’oro, bella come non si era a quell’epoca, che immolò la sua vita al silenzio e a quelle donne che nei secoli sarebbero state le sue figlie. E’ la vigilia.

Sono appena le quattro del pomeriggio ma è già calata una nebbia talmente bassa che le case sembrano sospese in aria, si vedono soltanto i tetti e la cupola di Santa Maria degli Angeli che invece da lontano spunta al di fuori della nebbia. Sembra un quadro appeso al contrario. Mi aggiro tra vicoli e negozietti, c’è aria di festa. E’ calda, accogliente, dorata, pudica. Poche lucette tra una chiesa e l’altra, qualche angelo con cornucopie piene di stelle che pende da qualche lampione, ghirlande e vischio ai portoncini delle case tutte pietra e legno, e vetrine con Gesù Bambino, presepi e allegri angioletti. Qualcuno vende cappelli e sciarpe, altri libri e saponi alla lavanda, collane e mantelle mescolate a cuoricini luccicanti. E dolci, tanti dolci esposti a cupola, un insieme di mandorle, cioccolato e spezie impastati in mille forme tutte lucide di glassa. Un trionfo di odori e colori, e io me ne sto lì davanti, naso alle vetrine a guardare con occhi incantati l’incarnazione del natale delle favole.

Cammino e quasi saluto dentro di me le ritrovate suore francescane mentre se ne tornano ai loro alloggi, la mia chiesa preferita dove entri e ti fai fare compagnia da un gigantesco presepe con il suo canto di alleluia che non si ferma mai. Poi è la volta del negozietto di oggetti country, mi ci avvicino giusto per controllare se mai avesse cambiato gusto. No, meno male, c’è tutto come al solito, dall’etichetta per la toilette alla tazzina da caffè, solo colori pastello, qui le tinte forti sono bandite.  Continuo a salire e che faccio ? Posso mai passare senza entrare da quella che vende i presepi sotto le ampolle o quella dopo che a ogni natale mi domanda se l’ho poi appeso quel crocifisso che comprai da lei qualche anno fa ? Impossibile, come è impossibile non dire alla bigliettaia del teatro che il musical sulla storia dei presepi viventi non voglio rivederlo ma che ho detto a tutti che è stato bello, o non fermarmi alla esposizione di quel pittore che dipinge Assisi sotto la neve con i frati in stile naif che giocano rotolandosi, pensando sempre che mi piacciono tanto i suoi quadri ma non ho proprio dove appenderli. E poi c’è la piadineria. Dopo aver fatto tutto il corso fermandomi a ogni numero civico, aspettando che arrivi l’ora del cenone, posso mai passare oltre fingendo di non avere fame ? No, proprio no. Ed eccoli lì, marito e moglie che mi salutano come se ci fossimo lasciati ieri l’altro, contenti di farmi assaggiare la loro nuova piadina, quella fatta con le verdure del loro orto, formaggio, noci e miele. Una seggiola piazzata vicino i vetri e io che mangio guardando di fronte il negozio dei missionari che vendono quelle orrende felpe e quelle altrettanto orrende borse tipo sacco della spesa, venute da non so dove, che mai ho visto comprare da qualcuno. Quando esco lascio loro una piccola offerta, in cambio vogliono darmi una spilletta.

“ No grazie, non uso spille “ e me ne esco nascondendo quella che ho sul collo del cappotto. La mia è un bel bouquet di fiori dai toni del tramonto, la loro era una bambolina di pezza senza vestito e neanche un capello in testa.

Arrivo in piazza. Nella libreria ci sono tanti calendari del nuovo anno, c’è chi li guarda soltanto e chi invece li compra. I primi sono quelli che ancora non vogliono credere che il vecchio anno si stia per ritirare e devono quindi dimenticarlo, si sentono quasi di tradirlo a toccare il nuovo bello e stampato, quindi ci girano intorno come a dire – dacci tempo, dobbiamo abituarci a te –

I secondi invece sono gli ansiosi, quelli che vogliono anticipare la nascita e tappezzare le case con il nuovo anche se manca ancora una settimana, quelli cioè che non vedono l’ora di cacciare le cose passate e accogliere quelle nuove.  Povero calendario vecchio, già relegato nella zona ultrascontata, liquidato a basso costo mentre ancora respira. Io, quando vedo i calendari del nuovo anno ma non è ancora il primo gennaio, elenco nella mia mente cosa è accaduto nell’anno in corso. Lo faccio anche adesso, così mi avvicino al calendario vecchio e gli dico – sei stato proprio una carogna, ma che t’ho fatto ? –

Lascio il mio perdono al misero che ho accusato e passo al nuovo. E’ confezionato bene il fanciulletto, mi ispira, ma tutte le sue belle immagini che gli coprono la faccia non mi ingannano. Lo prendo per sfogliarne i mesi. C’è tutto sulle lune che avremo e le stelle, e le stagioni che vivremo, disegnini accattivanti e parole che sanno di aforismi. Quando arrivo al dicembre prossimo gli dico – non sono più ingenua, su coraggio fammi vedere cosa mi hai preparato, ma stai attento che se mi accorgo che fai lo sbruffone peggio del tuo predecessore, ti uso subito come stoppino per il camino e di te solo fumo –

Me ne esco ridendo, e continuo fino a quando arrivo da Chiara. Innanzitutto un po’ di intimità al tabernacolo. Due confidenze, due parole d’amore, due lacrime. Poi uno sguardo alle testimonianze di lei : saio, rosario, scritti e il mio grazie per ciò che ha avuto il coraggio di fare in nome dell’amore. Prima di lasciarla, passo davanti la cassetta della posta dove le sue figlie ti invitano a lasciare le nostre richieste di necessità, cosicchè loro pregando le espongano a Dio. Sono tante, ci devo pensare perché ne posso scegliere solo una. Torno indietro e faccio il giro largo per passare attraverso i vicoli più nascosti, quelli che i turisti non conoscono e che quindi a me piacciono tanto. E’ qui che vado a passo lento, le stanze delle case sono illuminate e mi piace vedere cosa fanno a quest’ora quelli che ci vivono. Si capisce subito se ci sono bambini da tenere a freno per la trepidazione dei nuovi giochi che stanotte arriveranno, donne affaccendate a ricevere la famiglia o coppie anziane che aspettano davanti la tv che si faccia ora di cena per andare dal figlio sposato. Sorrido e vado oltre, ma vedo anche case spente e non perché sono vuote ma perché chi ci vive non ha da ridere e neanche da sorridere. Sfioro con le mani il loro portone quasi fosse una carezza di conforto, un dono di natale inaspettato.

 E mi fermo a congratularmi con i pochi commercianti che ancora resistono alla concorrenza dei negozi del corso, restano aperti e vi passano la giornata anche se alla chiusura hanno ben poco da prendere dalla cassa. Sono quelli che non hanno ceduto al made in China, non ce la fanno, loro sono nati con il prodotto fatto a mano e moriranno nel prodotto fatto a mano, fosse anche dopo essersi ridotti alla fame. E sono arrivata alla cioccolateria. Pausa d’obbligo e di piacere. Il mio solito tavolino, quello più piccolo, la mia penna Swarosky con il cuoricino pendente che a ogni scritto si muove come una pallina impazzita, il mio quaderno di carta di pane e una tazza di cioccolato alla cannella. Mi devo prima guardare intorno però, e poi posso scrivere. Come sempre è il trionfo dello snappy chic ora ingigantito da candele e fiocchi che pendono da lampadari, credenze e porte. E le vetrine poi … meringhe che si schiacciano tra loro quasi facciano a gara per mettersi in mostra, cioccolatini a forma di borsa, vestito o collana, cup cake dai colori infantili e dolci di ogni forma, di ogni aroma.

E’ tutto un vapore di tisane, di chiacchiere ridenti, di sorrisi che si guardano intorno dicendo – sembra siamo piombati nel mondo di Alice,eppure è tutto vero -

I miei vicini di merenda sono tutti in compagnia, minimo in due. Io inizio a scrivere e penso a quei tanti che invece sono soli, anche quelli che lo sono perché, come me, ancora si proibiscono un cuore per intero. Due ore tra pensieri da rincorrere prima che li dimentico e signore che si scaldano tenendo tra le mani un bicchiere di vino speziato. I bambini che fuori si attaccano alla vetrina perché vogliono tutto quello che c’è, mi fanno chiudere il mio quadernetto. Spengo la candela che profumava di biscotto, bacio le ragazze dietro al bancone col cappello di babbo natale in testa e vado via pensando che un giorno mi siederò al tavolino più grande. E’ come quando si deve fare una cosa ma la si rimanda sempre, tanto si sa che prima o poi la si farà. Ecco, uguale. Lungo la strada del ritorno faccio gli auguri a chi per primo li fa a me. Sembra che ci conosciamo un po’ tutti ma non è così, è soltanto l’atmosfera natalizia che ci fa diventare gentili con il prossimo, qui in particolar modo.

 Magari ne rimanesse un residuo anche dopo il sei gennaio, quanto sarebbe più bello essere tra l’umanità. La nebbia è diventata acqua, cade sulle tegole, sui ciottoli, sul mio cappello. E’ delicata, vuole bagnare ma non allagare, vuole sfiorare ma non affogare e vuole farmi compagnia nella mia passeggiata. Mi guardo nella vetrina del negozio che vende ancora giocattoli di legno, e rido al mio viso che spunta per metà da un cappello con un grosso fiore di lato, un po’ appassito sotto l’umido. Beh direi flaccido, avvizzito, ormai gocciola a testa in giù. Che brutta fine che ha fatto, e pensare che per tutto il viaggio l’ho tenuto sulle mie gambe per non sgualcirlo in valigia ! Nell’ascensore dell’albergo mi copro gli occhi per non vedermi allo specchio, sembro un personaggio dei fumetti dopo che gli è passata davanti una macchina che ha schizzato tutto il fango della pozzanghera, ma solo in testa. Un bagno caldo è quello che ci vuole. Ci butto dentro l’intera bustina di fiori essiccati che mi hanno fatto trovare vicino al lavabo, accendo la stecca profumata che è nella bottiglietta piena di oli essenziali e sintonizzo la tv sul canale di musica gospel. A occhi chiusi odoro l’aria di festa, quella che mi procuro da sola.

Galleggio per più di mezz’ora. Poi, prima che mi addormenti nella vasca, mi decido a uscire. Brividi caldi per tutto il corpo quando indosso l’accappatoio che avevo tenuto sul termosifone ed esco dal bagno che è tutto un vapore. Sposto le tende della finestra della camera e mi viene tanta voglia di ballare. Il coro gospel inneggia alleluia e lo faccio anche io, braccia in alto, per poi danzare a suon di battito di mani fino a buttarmi esausta sul letto col piumone che si gonfia ai lati come fossero airbag. Bene, basta così, si è capito che sei contenta di essere qui, ora torna al contegno e preparati, c’è un cenone che ti aspetta. Beh, cenone è un parolone. Più si lascia il sud, più la cena della vigilia diventa un pasto leggero fatto di pasta in brodo, l’immancabile insipida oca con verdurine bollite accompagnata da salsine che ti rimangono sullo stomaco fino al giorno dopo anche se ne assaggi solo la punta del cucchiaio, e un dessert che non rientra mai nella tradizione locale, quella se la vuoi devi comprartela fuori. Ma va bene così perché il vero piacere e guardare la sala e chi ci mangia. Le decorazioni come sempre mi fanno dire - erano più originali quelle dell’altro anno – e giù subito a giudicare tavolo per tavolo. Quella famiglia in fondo al salone che sembra sempre abbia passato il più grande guaio della vita, qualche coppia che viene per la prima volta, i sosia degli Adams sempre nell’angolo a destra e sempre tutti neri sin dai capelli, una comitiva di inglesi che non vede l’ora di ordinare il cappuccino che fa tanto fine pasto per loro, la signorina del tavolo centrale che neanche a natale si toglie la pinza dai capelli e l’altra che anche quest’anno ha sfoderato un tubino degno della copertina di Vougue … l’immancabile uomo in abito scuro come l’altrettanto immancabile uomo in felpa, e un paio di gruppi di donne anziane che si sono organizzate un natale di bella compagnia fuori dai ricordi di casa. Qua e là, come crisantemi su tombe abbandonate, tavoli di persone sole che non si guardano intorno e a fine cena si portano in camera la bottiglia di vino e il bicchiere. Uno.

Io e mia figlia a scambiarci sorrisi di auguri e baci d’amore tra bambine vestite di velluto che le si avvicinano per chiederle – ma tu sei una principessa ? hai i boccoli biondi come le principesse -

L’ultimo sorso di spumante e si va tutti nella hall. Burraco, scacchi, chiacchiere e tisane per tirare fino alla mezzanotte. Io, a guardare attraverso le grandi vetrate, la chiesa di San Damiano illuminata da una sola lanterna. Sotto di lei i tetti di Assisi. Ogni tegola è un pensiero, ogni luce è una sorpresa e io le trascrivo nella mia memoria fotografica. Una spazzolata ai capelli, uno spruzzo di profumo e siamo pronte a infagottarci, dobbiamo sfidare il freddo per vivere la nostra notte in basilica. Ci fiancheggia la vallata con le sue luci sparse a caso che le danno l’impressione di essere senza confine, e la basilica in fondo illuminata dal basso nella sua semplice maestosità. Sottobraccio, camminiamo nella pace.  Non c’è il senso del pericolo, non c’è paura in questi vicoli ormai bui ma solo aria di buono, e non è per i biscotti alle mandorle o la faccina degli angeli attaccati alle lanterne, e neanche per la voce di Pavarotti che si alterna a quella delle campane … non è per i cuoricini che pendono dalle ghirlande dei portoni o per l’odore delle cene che ancora si sente dalle case, e non è neanche perché è natale e per questo tutto sembra magicamente incontaminato e bello. No, qui c’è veramente il bene perché ha camminato lui, il Santo, e nessuna negatività umana potrebbe cancellare l’impronta di santità che ha lasciato, quella è perenne una volta che viene offerta. Come fossero pupazzi di un presepe animato, le persone escono dalle loro case mettendosi in processione per andare a salutare colui che ora nasce. E il villaggio si animò. Sembrano tutti felici, belli, puliti. L’avevi voluta così l’umanità Padre mio ? Poveri noi che l’abbiamo stravolta. Il vento è freddo, ci taglia il viso. Il suo cammino non è lento come il nostro, lui corre veloce divertendosi a passare intorno a colonne, sotto archi, dentro fessure che hanno la presunzione di tenerlo a freno ma non ci riescono, striscia attraverso muri a volte fermandosi se ci trova scritto qualcosa di interessante. Ora ci sta portando in chiesa, lì però dovrà arrendersi a rimanere fuori e a fare anche silenzio perché sono le campane adesso che devono farsi sentire. Sono vecchie ma hanno una voce robusta fatta di note gioiose che stanotte devono rallegrare i cuori di tutti, ovunque essi siano, come fossero voci tra le nuvole. Quanto mi piacciono ! Sanno di tradizione, di piccole comunità, di giubilo, sanno di favole di Dickens.

Le guardo e penso che hanno qualcosa in comune con me, restano appese lassù nonostante la pioggia, il vento, la neve, il sole cocente, a svolgere il loro compito, a essere necessarie senza però mai partecipare a nulla, nell’incuranza di tutti che danno per scontato che esse ci siano e che suonino senza stancarsi mai. La chiesa è stracolma, l’incenso espanso a colpi di tre per volta fa mancare il respiro. Come sarebbe questa chiesa svuotata del respiro dei pellegrini ? Intima e misteriosa, la vivrei in compagnia di Giotto che mi spiegherebbe come ha ottenuto quel suo magnifico turchese. I preliminari della liturgia sono lunghi, qualche bambino sta già dormendo in braccio alla madre e quelli che non hanno trovato posto e sono rimasti in piedi o sono appoggiati alle pareti, iniziano a dare segni di stanchezza. Questi canti sono belli ma ormai li sento da più di mezz’ora. Chiudo gli occhi ed è come se fossi tornata fuori a farmi cullare dai rintocchi delle campane. Quei piccoli propurzi di bronzo che ci si muovono dentro creano armonie, li vedo indaffarati a sbattere a destra e a manca per continuare a spandere la voce delle campane, stanotte non devono fermarsi mai, è la notte più importante dell’anno e loro si sono preparati a dovere. E giù con i rintocchi che devono accompagnare la nascita. Ma … un attimo … chi sono quelle figure che vedo tra le campane ? Sembrano due bambini … non riesco a vedere bene, si confondono con tutto il resto … ma no, sono due puttini … si, sono due piccoli angeli che si divertono un mondo a giocare sulle campane passando tra i rintocchi. Li prendono tra le mani e li spargono sull’intera vallata, poi sulla basilica, poi ancora sui tetti delle case. E ridono, tanto, sembra proprio stiano impazzendo di gioia. Melania mi scuote e io riapro gli occhi.

“ Ti sei addormentata “

“ Ma che dici ? “

“ Ti dico di si, stavi anche sognando, ridevi nel sonno “

“ Macchè, ridevo perché ho visto due angeli sulle campane che spandevano gioia su tutto il paese “

“ Si, bella storia … semmai la scrivi … “

“ Vabbè, non ci credere … “

L’incenso è evaporato, a Gesù Bambino viene tolto il velo bianco che lo copriva perché ormai è nato e ora tutti possono vederlo e omaggiarlo. Io gli bacerò le manine, quelle tenere piccole manine che un giorno verranno trapassate dai chiodi. Tutti i frati si avviano all’altare tenendo in alto un crocifisso. Cosa mi vuoi dire ? Seguimi ? Ma io sono sempre dietro di te. Le voci bianche inneggiano l’Adoremus, tu nasci e noi che facciamo ?

 Ti nascondiamo tra luci, regali, dolci, fiocchi e stelline. I più non si ricordano di te o volutamente ti ignorano. Ma, come dici tu, che festa è senza il festeggiato ? Io voglio viverlo con te il tuo compleanno, uniti più degli altri giorni. Quando ti bacerò le mani sarà per ringraziarti di tutto ciò che quest’anno hai voluto per me. Anche il dolore è volontà tua e so che è solo bene per me. Il Vangelo cantato fa sempre un certo effetto e a me il passo che si legge alla notte del 24 dicembre mi porta a ringraziare Lei, la pura, il suo fiat ci ha portato la salvezza. E’ il vescovo a fare l’omelia, avrei preferito il più piccolo dei frati, direbbe sicuramente parole più penetranti perché sentite, e non avrebbe avuto bisogno di prepararsele e leggerle, le parole del cuore zampillano più delle fontane. Chiudo di nuovo gli occhi. Eccoli, i due puttini hanno terminato di spandere la loro gioia e ora sono nella basilica superiore. Mentre accendono tutte le candele che trovano, dagli affreschi si materializzano tavole, cibo, persone e tutto diventa un tintinnio di posate, piatti, bicchieri, voci. Il loro natale è servito. La messa finisce, ci mettiamo in fila come quando si esce dalla scuola. La porta della basilica superiore è aperta e io ci entro.

Ma … non è possibile … gli affreschi non hanno più le tavole, il cibo, le persone … ma allora … era tutto vero …

Mi guardo intorno per vedere se anche gli altri che nel frattempo sono entrati vedono la stessa cosa. No, non vedono nulla e mi lasciano sola alla mia meraviglia. Quando mi riprendo, senza che mi fossi mai interrogata su quello che ho visto, mi unisco alle persone che sul prato antistante la basilica si scambiano abbracci e auguri pur non conoscendosi tra loro. La parola chiave è – pace a voi – accompagnata da sorrisi e lacrime di commozione. Salgo più su per vedere meglio e lo spettacolo è di quelli che raramente puoi partecipare, sembra un luogo irreale o il set di un film romantico invece è vero ed è davanti ai miei occhi. I protagonisti di questa storia, finiti gli abbracci, mano a mano vanno via, si incamminano alle loro case a dormire la loro notte di santa pace. Io invece rimango ancora.   Solo io e la scritta Pax sul prato. E’ fatta con l’erba ma io stasera la vedo bianca come le vesti dei due angioletti. E’ iniziato tutto da un poverello, dalla sua nudità di amore ogni anno in questa data a turno coppie di angeli lanciano al mondo la gioia della pace. Penetra nelle radici di questa terra, germoglia e nutre. Ecco perché in eterno Assisi sarà il simbolo della pace, e io l’ho visto stasera, con i miei occhi, anche se erano chiusi. Mia figlia mi aspetta a braccia aperte, mi ha cercata tra la folla ma gli abbracci le hanno impedito di vedermi. Io mi precipito da lei e me la stringo. Strette strette, anche noi ce ne andiamo a dormire la nostra notte di pace. Prima di chiudere gli occhi scrivo queste parole su due biglietti.

- Possa il più umile dei nostri fratelli non essere privato della sua legittima parte di quello che il nostro creatore ha destinato per il suo bisogno terreno. Pace nel cuore di tutti noi –

La mattina dopo, un biglietto lo lascio sul mio cuscino per chi verrà dopo di me, che poi passerà a quello dopo e a quello dopo ancora … l’altro lo vado a imbucare nella cassetta delle clarisse. Desidero che chiedano questo nelle loro preghiere, che il mondo possa aprire il cuore e vivere questa gioia. Di più belle non ce ne è.

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Pubblicato da nel 24 dicembre 2014 alle ore: 10:29. Archiviato sotto Libri,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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