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Una riforma elettorale che ferisce la democrazia

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Una riforma elettorale che ferisce la democrazia

Una riforma elettorale che ferisce la democrazia

I pilastri della democrazia moderna sono i partiti, se essi restano “elastici”, se mantengono cioè una normale dialettica democratica al proprio interno, la democrazia vive, diversamente muore. Quando fu approvata la riforma che abrogava il sistema proporzionale, in vigore alla Camera dei Deputati dal lontano 1912 (il primo firmatario proponente era l’attuale Presidente della Repubblica) i giornalisti con straordinaria preveggenza la chiamarono spregiativamente “Mattarellum”, perché capirono che essa sarebbe stata adoprata come un “bastone” dai segretari di partito per annientare ogni dissenso interno. La legge non aveva finalità eversive: era solo un pessimo espediente per spingere gli elettori verso il bipolarismo, senza togliere visibilità ai partiti minori. I risultati però furono quelli previsti dai mezzi d’informazione: le liste bloccate per la parte proporzionale (25%), i collegi uninominali distribuiti arbitrariamente, in conciliaboli segreti, dai segretari di partito delle coalizioni hanno ucciso la dialettica democratica all’interno di quasi tutti i partiti, ad eccezione del PDS-PD, ove la continua immissione di nuovi soggetti politici, e il continuo cambio di segretari hanno, fino ad oggi, impedito il cristallizzarsi di quel regime da “caserma” tipico di quasi tutte le altre realtà di partito. La riforma voluta da Berlusconi nel 2005 aveva proprio il fine di soffocare, con la universalizzazione delle liste bloccate, la dialettica nei partiti. Berlusconi, con l’ausilio della sua riforma elettorale, dopo le elezioni del 2008, acquisì i poteri di padrone del suo partito, che era padrone delle Istituzioni. Oggi siamo, momentaneamente, tornati alla democrazia, grazie ad una sentenza (tardiva) della Corte Costituzionale, ma il disegno di legge di riforma elettorale fortemente voluto da Renzi è una nuova gravissima minaccia alla ritrovata libertà: bene il premio di maggioranza legato ad un quorum alto (40%); bene il secondo turno. Ma la frammentazione del corpo elettorale in cento collegi con capolista bloccati è puro “berlusconismo”, è attentato alla democrazia. Votando, dopo il 2016, con il “Renzianicum” verrebbe eletto un Parlamento di nominati con solo circa 250 deputati scelti con le preferenze, tutti del partito di maggioranza e di governo, quindi più ricattabili e malleabili. Si può dare governabilità al paese senza abrogare la democrazia, persino mantenendo una quota, purché minoritaria, di nominati dai segretari di partito. Formulo tre proposte: dimezzare i collegi (250 scelti dai segretari di partito 500 dagli elettori), concedere il “privilegio” dei capolista bloccati solo al partito di maggioranza (100 scelti dal segretario del partito vincente e futuro Primo Ministro, tutti gli altri dagli elettori), mantenere i capolista bloccati e i cento collegi, stabilendo però che non possano essere più di 30 persone fisiche per ogni partito, gli stessi capolista quindi in almeno tre collegi (200, fedelissimi, scelti dai segretari, oltre 500 dagli elettori). Garantire ad un tempo governabilità e democrazia è possibile, e sarebbe, come ho detto, facilissimo, ma qualora una Camera dei Deputati, eletta con una legge incostituzionale, approvasse una riforma elettorale incostituzionale, occorrerà trarne le conseguenze: il sistema democratico è sotto attacco. L’ultima possibilità per salvare legalitariamente la nostra libertà sarebbe o il rinvio alle Camere da parte del Presidente (che dimostrerebbe così d’essere al servizio dell’Italia e non di chi l’ha designato) o un intervento della Corte Costituzionale o far venir meno la fiducia al governo “eversivo” prima del 2016.

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Pubblicato da nel 27 aprile 2015 alle ore: 13:32. Archiviato sotto Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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