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Editoria italiana, il futuro non abita qui

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Editoria italiana, il futuro non abita qui

Editoria italiana, il futuro non abita qui

Una notizia breve breve, è apparsa ma a dispetto della novità dirompente del fatto, non è rimbalzata di giornale in giornale, di sito in sito, è rimasta così, quasi dimenticata e isolata: la Mondadori ha comunicato che a partire da giugno, nella sua libreria di Piazza Duomo, a Milano, ci sarà una macchina capace di stampare e rilegare, in pochi minuti, copie di libri identiche a quelle che ammiriamo quotidianamente nelle vetrine ma che invece provengono da centri stampa lontani e, prima di arrivare fra le nostre mani, superano i tanti scogli di una filiera quanto mai lunga e frammentata (Link 1). Per ora, annuncia ancora il comunicato, sarà possibile richiedere solo la stampa di titoli rari, di scarsa distribuzione e di alcuni autori autoprodotti. Ma è chiaro che dietro queste quindici righe o poco più si nasconde la prima vera rivoluzione che potrebbe sconvolgere le placide acque dell'editoria italiana dall'avvento del digitale, visto che la precedente, quella rappresentata dagli E-book, nel nostro paese non ne vuole sapere di attecchire. Ma, come sempre, andiamo con ordine. E restiamo ancora per qualche attimo fra la asettiche righe del comunicato Mondadori. Ogni volta che il digitale ha portato un spallata alle vecchie strutture produttive è stato aggredendo i prezzi di vendita degli oggetti e dei servizi. Digitale costa meno ed è più efficiente, si può dire. Ed è infatti quello che accadrebbe se la stampa sul posto dei libri sostituisse quella in remoto abolendo così la necessità di stoccaggio, di trasporto e così via. Pensate anche a quante figure intermedie diventerebbero improvvisamente superflue. Con un immediato beneficio sul costo di vendita, tanto che i libri cartacei potrebbero fare concorrenza agli E-book in termini di costo. Anzi, controllando tutto il processo, gli editori potrebbero perfino trattenere nelle proprie tasche una parte dei costi abbattuti pur abbassando notevolmente il prezzo del libro cartaceo. E allora, perché gli editori non ci hanno pensato prima, a stamparli direttamente nelle librerie, i propri prodotti? Probabilmente per una serie di ragioni. La prima, e più importante, è che i nostri editori non sono proprio capaci di pensare in termini di innovazione. Non date retta a quello che dicono, a quanto si riempiono la bocca di parole, la realtà è che sono legati a un modello di business superato ma testardamente protetto. Sanno bene, gli editori, che se aprono uno spiraglio, prima o poi arriverà anche tutto il resto, quello che gli fa paura e li renderà osboleti. Cosa, lo vedremo fra poco. Intanto ribadiamo questo dato fondamentale, i nostri editori non vogliono innovare. Novità sì, ma senza toccare la sostanza del loro business. E poco importa che muore giorno dopo giorno. Una seconda ragione, meno importante ma che conta qualcosa, è che abolire di colpo l'intera filiera di produzione – distribuzione del libro comporta anche dei costi sociali. Significa mettere per strada tantissime persone. E questo non può avvenire senza una serie di lotte e di trattative, di scossoni che potrebbero avere anche effetti secondari non desiderati. Fatto sta che nonostante tutte queste considerazioni, adesso qualcuno in Mondadori deve aver pensato che la torta è troppo ghiotta. E deve aver avviato finalmente quella che è, a tutti gli effetti, una prima sperimentazione. Ti stampo in libreria il libro che desideri, ma solo a pochi clienti, quelli di libri di nicchia. Così vediamo come funziona la cosa. Perché provate a immaginare, domani una fila di stampanti superveloci potrebbe stampare i libri mentre i clienti consumano bevande alla caffetteria della libreria, o vanno a terminare un giro di shopping. Quanti libri vende un grosso store? Sarà facile riorganizzare il sistema di vendita su queste basi? E queste stampanti non potrebbero avere l'effetto di ridare aria e vitalità alle piccole librerie? Che bisogno avrebbe il cliente di andare nel grande megastore quando basterebbe andare nella piccola libreria dietro l'angolo e farsi stampare tutto mentre si chiacchiera con il proprietario? Sono solo alcune delle domande poste dallo scenario che si apre davanti. E tutte domande ce hanno risposte, salvo che si tratta di risposte che richiedono la capacità di immaginare un universo diverso da quello attuale. Perfino un nuovo modello di business, forse. Tutte cose, lo abbiamo detto, delle quali i nostri editori sono incapaci. Ma come, potrebbe obbiettare qualcuno? Ma se gli editori sono così tanto alla ricerca di idee che perfino la Fiera del Libro di Torino, per il secondo anno, ha cercato, selezionato e ospitato 10 startup centrate sul mondo dei libri? (Link 2). Vero, ma provate a scorrere la lista e leggere di cosa si occupano. Intendiamoci, tutte ottime idee, ma nessuna che reinventa quello che veramente bisognerebbe reinventare per portare l'editoria nel futuro: il modello di business. A questa ridefinizione, che potrebbe comportare la sparizione della maggior parte degli editori che conosciamo oggi, i manager del mondo dei libri sono fino ad ora sfuggiti. Si sono difesi dall'avvento degli E-book, in Italia, evitando di stampare in digitale tutte le novità e soprattutto non digitalizzando i cataloghi, e sono riusciti a farlo soprattutto usando come arma proprio la debolezza del nostro sistema editoriale, perché quando solo il 14% degli italiani legge almeno un libro al mese, uno su 10 dichiara di non leggere libri e il 63% delle famiglie di avere meno di 100 libri in casa, chiaro che hai molta poca voglia di comperare un lettore digitale (sì, risparmi sul prezzo di acquisto del singolo libro, ma quanti anni servono per ammortizzare il costo del device?). Governano, questi manager, la nave alla meno peggio, barcamendandosi fra timidi tentativi di utilizzare qualche novità e barricate contro quelle più aggressive. Viene perfino il sospetto che le lamentele su un settore ristretto che si comprime sempre più siano di facciata, che la scarsità di lettori in Italia faccia piacere a chi, sempre loro, gli editori, riescono così a mantenersi in sella. Peccato che tutte queste strategie non serviranno. Fra una manovra dilatoria e un timido tentativo di cavalcare la tigre, potete essere sicuri che da qualche parte c'è già chi sta organizzando l'assalto finale. Sta pensando, cioè, in termini di modello di business. Sta preparando, in altre parole, un attacco in termini di “Disruptive Business Model” (Link 4), di un modello che quando sarà proposto agirà come un vero e proprio tsunami, una tempesta perfetta ce spazzerà via baracconi incerottati e inadeguati ad assecondare il futuro.

1) http://www.primaonline.it/2015/05/15/203486/mondadori-lancia-espresso-book-machine-per-stampare-in-tempo-reale-libri-in-lingua-e-difficilmente-reperibili/
2) http://blog.startupitalia.eu/startup-salone-del-libro-intesa-sanpaolo/
3) http://www.istat.it/it/archivio/145294
4) https://scholar.google.it/scholar?q=DISRUPTIVE+BUSINESS+MODEL&hl=it&as_sdt=0&as_vis=1&oi=scholart&sa=X&ei=VZlgVcuWJ-LT7Qa98IKgDQ&ved=0CB8QgQMwAA

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Pubblicato da nel 25 maggio 2015 alle ore: 21:15. Archiviato sotto Innovazione,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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