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La memoria, il tempo e lo spazio

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La memoria, il tempo e lo spazio

La memoria, il tempo e lo spazio

C'era nel santuario un flauto il cui suono era dolce e leggero; era un flauto di canna e datava dai tempi di Mosé. Il re ordinò di ricoprirlo d'oro, ma la sua sonorità smise di essere piacevole. Allora si tolse il suo involucro e il suono ridiventò gradevole…” (Arakin, 10 b).

Millenni di tradizione orale racchiusi in uno dei momenti più significativi della religiosità ebraica: la cantillazione della Torah. Una musica imprescindibile dal testo sacro e che da esso trae la sua essenza e la sua funzione più pura, come evidenziato nella citazione sopra, tra il rigore della tradizione e le tentazioni del mondo esterno. Non esiste, non può esistere autonomia estetica, né esecuzione fuori dal contesto liturgico, come invece è accaduto e accade per il canto gregoriano di cui si conoscono non solo incisioni, ma anche concerti dedicati esclusivamente al canto della liturgia cristiana. Una storia che racchiude in sé non solo, secondo quasi tutti gli studiosi, l'origine e del nucleo portante della tradizione musicale ebraica, ma che seppure nei cambiamenti causati dalla diaspora, tenta di fissare un rapporto di contenimento del tempo. Ed è in questo che la cantillazione della Torah esprime forse uno dei caratteri più straordinari dell'ebraismo: la propria peculiare relazione col tempo che se nella immutabilità dei testi sacri si garantisce la continuità, per altro verso prende atto dell'evanescenza di un canto trasmesso oralmente, specchio fedele di un'intera comunità che vive in questa dimensione fluttuante e che in essa scandisce la propria vita regolata da celebrazioni, feste e riti partecipati e condivisi pienamente. Altra cosa è lo spazio, lo spazio quasi non esiste; il viaggio, lo spostamento da un luogo all'altro non ha la stessa valenza per la comunità ebraica di quanto lo è invece tutto ciò che riguarda l'esercizio della memoria, la celebrazione di una ricorrenza, il bisogno di rendere tributo alla temporalità della vita. Il cantilenare biblico, dunque, espressione autentica di una comunità che da sempre fai conti con un tempo soffocante e sempre più lontano dal lutto per il Tempio distrutto, e da uno spazio d'una terra che quasi mai le sono appartenute.

Abbiamo intervistato Claudio Di Segni, cantante lirico e già direttore del coro Ha-kol di Roma. La distruzione del Tempio di Gerusalemme segna una svolta fondamentale nella musica liturgica ebraica, come era prima e come adesso?

Al tempo del Tempio di Salomone, la tradizione vuole che fosse attivo un coro di più di 1000 persone. Si racconta che era prassi l'uso di strumenti musicali come lo shofar, il corno di ariete, e la chatzotzera, tromba, piuttosto che l’ugabh, piccola zampogna o flauto, alamoth, flauto doppio, magrepha, siringa, utilizzati per fini diversi. Ogni evento più importante della comunità ebraica era accompagnato dalla musica. Matrimoni, feste e ricorrenze avevano il proprio apparato di strumenti e voci. Dunque una presenza della musica nella comunità direi fondamentale. Dopo la distruzione del Tempio tutto cambia: gli usi della musica legata a manifestazione di gioia cessa. L’intera comunità vive un lutto profondo lacerante per qualcosa che mai più nella storia dell'ebraismo potrà tornare ad esistere, ed il lutto è divenuto talmente grande che non può esservi spazio per una musica dedicata a momenti di festa. Ciò che è rimasto dopo la distruzione del Tempio è la sola cantillazione che accompagna ancora oggi la preghiera ebraica.

In quali grandi filoni si può dividere la tradizione musicale liturgica ebraica? Tre sono i grandi riti della liturgia ebraica: quello sefardita, degli ebrei della Spagna del Nord Africa; il rito ashkenazita, degli ebrei che provengono dall'Europa dell'est; ed il rito italiano che è un rito a sé, perché la componente degli ebrei italiana era principalmente proveniente direttamente dalla Palestina.

Quali le differenze sorte con la diaspora quali le caratteristiche rimaste immutate nel tempo e a prescindere dai luoghi?  L'unica cosa che veramente accomuna i diversi riti liturgici sono i testi sacri, i cinque libri del Pentateuco, per legge, devono essere uguali per tutti ed in tutto il mondo e da esso non si può prescindere nelle dissertazioni su differenze d’identità che si sono manifestate nel corso dei secoli. Detto questo, per quanto riguarda la musica essa ha sempre di più assimilato le tradizioni del luogo in cui si sono trovati gli ebrei. Se ad esempio lei ascolta un rabbino cantore di Sinagoga di rito sefardita libico, farà fatica a distinguere il salmodiare del cantore ebreo da quello del muazin musulmano. Se come dicevamo prima la Torah deve essere uguale per tutti, viceversa i testi della liturgia presentano delle diversità a seconda dei riti e nel corso dei secoli hanno subito integrazioni ed arricchimenti da parte di poeti ebrei che hanno con questo contribuito ad ampliare il corpus delle preghiere a disposizione dei fedeli.

Se ciascun rito ha un proprio apparato di testi liturgici, c'è un rapporto diverso tra musica e parola nei diversi tipi? Non esattamente. Tenga conto che stiamo parlando della liturgia che fondamentalmente è cantilenata quindi, al di là delle differenze testuali, la differenza sostanziale e nel tipo di cantillazione musicale.

I canti della sinagoga di Roma abbiamo detto che si possono iscrivere nel rito liturgico italiano e lei poco fa ha sostenuto che tale rito ha una provenienza diretta con la terra di Palestina, rispetto ai riti sefardita e ashkenazita e riconoscibili in quell'italiano una maggiore presenza della matrice originaria oppure no? È difficilissimo, e forse impossibile, riconoscere le matrici originarie nei canti liturgici di qualunque rito. Essi sono stati soggetti nel corso dei secoli, a contaminazioni della più diversa natura e dunque, a parte i testi, da un punto di vista musicale è assai difficile. Mentre invece se parliamo dei testi della liturgia italiana, si può affermare con una certa sicurezza che essi hanno tracce evidenti e riconoscibili della tradizione originaria della terra di Palestina; altrimenti non avrebbe senso parlare di rito italiano. Vi sono testi peculiari del rito italiano che sono più vicini di altri alla tradizione palestinese.

Il primo sistema di notazione liturgica ebraica conosciuto usava segni mnemonici, con accenti particolari detti “te’amim” e chironomici, esiste una codificazione di questi segni?  Sì, esiste una codificazione. Bisogna tuttavia fare attenzione che non stiamo parlando di musica di segni grafici in campo aperto, scritti sopra e sotto il testo sacro, che indicano genericamente un andamento ascendente, discendendo o prolungato. C'è stato per la verità qualche avventuriero che ha asserito che vi fosse un linguaggio musicale nella Bibbia, ma francamente sembra un'ipotesi non solo priva di fondamento ma piuttosto dominio della fantasia.

Questo codice, immagino, sia una fonte fondamentale per chi si avvicina l'intonazione dei canti della liturgia... Questo codice, è un riferimento per la lettura della Bibbia. Tuttavia bisogna tener conto che da millenni l'intonazione, o meglio, la cantillazione del testo, si tramanda oralmente e si apprende da sempre per imitazione. Per facilitare la cantillazione, il gesto chironomico descrive nello spazio il segno di riferimento sul testo sacro e l'andamento melodico della cantillazione.

Chi insegna a tramandare questa tradizione? Il Chazzan (cantore – ndr). Il Chazzan è una figura piuttosto diversa nell'ambito del rito sefardita e di quello italiano. Nel rito sefardita il cantore è diventato quasi un cantante d'opera, mentre nel rito italiano è rimasto con un carattere più spontaneo e popolare.

I bambini come vengono avviati a questa tradizione? Attraverso l'insegnamento scolastico. Poi quando si avviano alla maggiore età, iniziano ad apprendere le preghiere che dovranno poi saper recitare.

È ancora molto viva nella nostra comunità di Roma, la tradizione musicale nella liturgia? È assolutamente priva però, purtroppo, è una tradizione orale e come tale soggetta ad una evoluzione continua. Lei pensi che sono quarant'anni che frequento la Sinagoga di Roma e in quarant'anni la cantillazione del testo sacro, è cambiata moltissimo.

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Pubblicato da nel 27 gennaio 2016 alle ore: 9:19. Archiviato sotto Memorie,Politiche Culturali. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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