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Virginia e la sua stanza

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Virginia e la sua stanza

Virginia e la sua stanza

Io non sto leggendo, sto bramando. Lei, Virginia, scrive, io leggo.
Lei , Virginia, parla scrivendo. Io raccolgo le sue parole leggendole, e mi appago.
Lei mi parla di una stanza tutta per sè, l’alcova del suo pensiero, unica testimone muta della trasformazione del pensiero in inchiostro.
Spengo la lampada e appoggio il libro sull’altro cuscino che è sul mio letto. E’ vuoto.
Mi addormento così, con la mano sulla copertina.
All’improvviso un vortice che odora di tipografia mi fa entrare tra le righe, sono nelle pagine.
Le volto rapidamente e in pochi minuti leggo tutto, l’intero libro che avevo rimasto a metà ora è alla fine, e tutto rimane catalogato nella mia memoria, come fossi un file di Word.
Di nuovo il vortice che mi prende, ma stavolta odora di pelle, pelle dall’aroma di cipria per il corpo, e non sono più nel libro ma in una sala, una grande sala piena di donne, cappelli e collane di perle.
Una voce mi corteggia facendomi avvicinare a lei, fino a quando non la sento dietro il mio orecchio. E’ la sua, è la voce di Virginia Woolf.
Non ha cappello, e non ha perle al collo. La sua gonna è lunga come quella delle altre ma è più stretta, e il suo corsetto non è rigido. La sua magrezza è coperta da una camicetta accollata fino alle clavicole, le sue orecchie sono scarne, senza gioielli, libere anche dai capelli che sono alzati in una sorta di chignon mal riuscito. La guardo ma lei non mi vede, neanche le altre mi vedono.
Ci sono ma è come non ci fossi, tutte mi ignorano, sono come un sopramobile trasparente.
Sta parlando della sua stanza. Ma … è il discorso che lei ha tenuto alla università di Cambridge nel 1928 e che è diventato un libro, quello che stavo leggendo poco fa … e come ci sono capitata qui … oh Dio, che mi sta succedendo …
“ Una stanza tutta per sè che ogni donna dovrebbe avere per vivere lì quella vita altrove negata. Sono anni che le donne gestiscono matrimoni, figli, amanti nelle stanze delle loro case, là dove fingono amplessi, combinano fidanzamenti di convenienza, ridono degli scandali altrui per non piangere dei propri, ricamano per dimostrare di saper fare qualcosa. Ma quando è che vivranno veramente ? Quando si ritireranno nella loro stanza, quella dove svestirsi e rimanere come sono. Quanto sarebbe servita a Jane Austen una stanza tutta per lei ! Le avrebbe evitato di scrivere con il batticuore per la paura di sentire lo scricchiolio delle scale in legno che qualche curioso saliva, e lei era costretta a nascondere il quaderno sotto la sua gonna fingendo di stare lì, in soffitta, per guardare vecchie foto di famiglia. Io ce l’ho una stanza tutta per me, è lì che respiro …”

Applausi e tutte si precipitano intorno a lei. Questa donna, invitata a tenere un discorso in un territorio profondamente maschile, ha provocato oggi un moto di emancipazione.
“ Fatemi spazio, basta, lasciatela, ci sono anche io … aiuto, non mi schiacciate … Virginia, aspetta non te ne andare … adesso vi faccio vedere io, vi frego tutte, mi attacco alla sua cinta e vado via con lei … ecco, così, piano, ci sono … ciao ciao ! “
Virginia corre, una carrozza l’aspetta. Io mi siedo con lei … ma … cosa succede, no Virginia, guardami, come fai a non vedermi … no, se ti siedi lì mi schiacci … aiutooooooo …
Ma dove mi trovo ? E’ un palloncino trasparente, appena gonfio, ci sto stretta, e c’è un tubicino che porta a un buco. Mi affaccio. Come faccio a vedere il mondo di fuori se sto dentro a questo palloncino ? Ma … aspetta un attimo … ho capito dove sono … sono entrata nel suo utero !
Virginia mi ha generata, sono la sua creatura ! Mi piace.
Oh brava, scendi da questo trabiccolo che mi ha fatto prendere botte a destra e a manca, eccoci a casa. Accendi pure la stufa a legna ma fai attenzione quando ti abbassi, ci sono io, se lo fai così mi pieghi in due. Perché sbuffi ? Oh si, il tuo solito mal di testa. Ma no, dai, non le prendere quelle medicine che ti appannano la mente, si appanna anche la mia. Non ti servono, tu non sei pazza, sei solo un genio, ma chi ti sta intorno ancora non te lo dice, o non vuole, preferisce toglierti qualcosa a ogni pillola che ti fa ingoiare. Andiamo in camera dai, fammela vedere questa famosa stanza tutta per te. Ci sono, che meraviglia ! Questo è il tuo letto ? Lo immaginavo proprio così, scarno. Non ha testiera e sta tra il camino e la libreria. Lo scrittoio invece è vicino la finestra, come è consumato.
Si, ecco brava, siediti qui, fammi vedere come si sta al tuo scrittoio. Si sta da Dio !
Aspetta, fammelo toccare, fammelo sentire sotto le mie mani … mi manca il respiro, sto sfiorando lo scrittorio di Virginia Wolf ! Calamaio, pennino, fogli rigidi color avorio, una poltrona bassa e stretta, e vetri che affacciano sulla campagna, quella magnifica campagna inglese che ti imprigiona nella sua spenta provincialità. Quali di queste donne di paese potrebbe capire la tua Miss. Dalloway ? Nessuna mai. Loro sono fatte per andare in bicicletta dal pastore e ascoltare il sermone del giorno, al lavatoio per il bucato da scorticare, a raccogliere fascine per scaldare i loro dodici figli.
E tu rimani dietro i vetri a rifletterti nella tua signora Dalloway che scompare solo quando bussano alla tua porta per avvertirti che è pronto da mangiare. Qualche volta ce la fai, altre volte no, e non rispondi neanche. Il tuo silenzio fa capire che hai ben altro da fare che mangiare, che ti stai già nutrendo con le tue parole, quelle che scrivi con la tua bella calligrafia in corsivo, difficile da decifrare come pensiero, troppo arguto e in avanti per essere un pensiero partorito da una donna dei tuoi tempi. Perché ora scrivi così lentamente ? Perché il foglio si è macchiato ?
Ma cosa fai Virginia, stai piangendo ? No, calmati, perché fai così, sei stata così brava alla riunione.
Se ti raddrizzi un po’ con il busto, ecco così, riesco a leggere.
“ Caro Leonard, so che soffrirai, non volevo, ma devo andare via …”
Vuoi lasciare Leonard, tuo marito che è anche il tuo editore ? Pure lui ti ha stancata ? Beh un po’ non ti do torto, ti ha confinato tra le balle di fieno pensando che quest’aria senza smog ti facesse passare l’emicrania. Comprendilo, lui non può arrivare a te, cerca come meglio può di essere utile e di farti stare bene, di più proprio non può fare. Ecco brava usciamo, un po’ d’aria ti farà bene, anzi ci farà bene. Che bella però questa campagna. Brava Virginia, una passeggiata a passo veloce ci sgranchirà le gambe, se solo potessi stiracchiarmi un po’ anche io. Beh adesso però non esagerare, stai quasi correndo, rallenta, ho il fiatone più di te. Oh c’è un fiume, dai sediamoci sulle rive. No, forse vuoi fare una nuotata, beh non è l’ideale per me ma se tu lo vuoi … brava, togli le scarpe e le calze, comincia a prendere dimestichezza con il freddo dell’acqua mettendoci solo i piedi. E’ troppo fredda per te ? Stai tremando tanto. Aspetta, abituati prima. Perché prendi questi sassi e te li metti in tasca ? … Virginia … ma cosa vuoi fare … ferma, non scendere di più, no Virginia così affoghi … e tu non lo vuoi vero ?...come faccio a togliere questi sassi … aiuto, qualcuno mi aiuti, liberatele le tasche, correte qui, fra poco la perdiamo...
La mia voce non può ascoltarla nessuno e non c’è nessuno, la morte quando arriva vuole restare da sola. Tante bollicine sul filo dell’acqua le coprono la testa. Poi di meno. Poi nessuna più. Virginia affonda tra le alghe piccole e nere di questo fiumiciattolo di campagna. La sua bocca è aperta. Le alghe la solleticano ma lei non ride. Il suo volto si è gonfiato, lo chignon si è sciolto e le sue chiome si sono distribuite intorno alla sua testa come una macabra aureola.
Virginia Woolf non potrà scrivere più. Piango nell’oblio del rifiuto, non ho potuto salvarla.
Mi rannicchio ancora di più nel suo grembo e non penso che di qui a poco potrei morire anche io, no io penso che posso salvare la sua capacità di scrittura. Posso, si, perché sono una sua creatura, dal suo di dentro avrò preso senz’altro qualcosa di lei, devo solo uscire da questo palloncino, tornare nel mio mondo e continuare la sua scrittura come fosse ancora lei a farlo.
Spingo tanto e forte come se volessi sfondare un muro, insisto e ci riesco, sono fuori.
Esco con la testa oltre il filo dall’acqua, annaspo per tenermi a galla ma l’acqua a volte mi arriva in bocca, è insopportabile. Non voglio lasciarla ancora, tengo le sue mani tra le mie. Mi servono le tue mani Virginia, devono continuare, sarebbe uno scempio seppellirle insieme alla tua gonna.
Non ce la faccio più, l’acqua mi entra in gola, devo lasciarti .
Mi butto sulla riva per riprendere le forze, il respiro lentamente torna a essere regolare.
Tra i panni bagnati le mie lacrime si mescolano alle sue. So che sta piangendo. I suoi occhi rimasti aperti sono tristi. Riposa ora, l’emicrania non ti disturberà più.

Mi alzo e ritorno sul sentiero, non so come farò a tornare a casa mia, ma sento che in qualche modo ci riuscirò. Io cammino e le foglie per strada si sollevano, sembra vento, un vento sempre più forte.
E’ diventato un vortice e gira pure in senso antiorario, odora di ammorbidente questa volta. Atterro. E’ soffice, un soffice letto con delle lenzuola pulite, appena messe.
Devo fare piano, c’è una che sta dormendo con un libro sotto la sua mano. Ma non è una, sono io.

“ Ehi, lo sai che le tue recensioni letterarie le leggono in molti ? “
“ Mi fa piacere “
“ Cosa mi fai pubblicare questa settimana ? “
“ - Una stanza tutta per sé - di Virginia Woolf “
“ Non stai andando troppo indietro nel tempo ? “
“ Certo che ci sono andata, altrimenti come avrei potuto scrivere di lei. Ma credimi, è facilissimo ritornare subito ai nostri tempi. Ecco, è tutto scritto qui, una stanza tutta per lei : uno scrittoio, un pennino, una finestra e tutto un mondo che l’ha uccisa. Non sono stati i sassi, né l’acqua oltre la sua gola, nè le emicranie. No, è stata lei stessa a uccidersi, pensiero dopo pensiero. Pensava troppo per quegli anni, la sua mente era diventata una gabbia, la sua. Ha voluto evadere, solo sotto l’acqua di un fiume poteva riuscirci. Questa sarà la più bella recensione che io abbia mai scritto, ma anche l’ultima, dopo di lei non riuscirei a recensire più nessuno. Passerò ai romanzi, voglio far parte dei narratori, quelli che prendono dei personaggi fittizi e vivono attraverso loro. A presto mio caro direttore, e non fare quella faccia, stai tranquillo, i tuoi abbonati continueranno a leggermi, la mia scrittura piacerà. Certo, da Virginia in poi ci siamo dovuti accontentare, ma mi impegnerò e chissà, forse potrò tentare una continuazione, da lei a noi “
Esco dalla redazione, salgo sul mio trabiccolo a quattro ruote e vado a casa.
Accendo la stufa, salgo nella mia stanza e mi svesto di quel misero abitino tutto accollato che mi ero buttata addosso stamattina, senza neanche un orecchino e con i capelli annodati in una specie di chignon. Lo lascio sul mio letto, l’ho voluto così, scarno, senza testiera. Nell’angolo il mio consunto scrittoio mi aspetta, così come la mia vecchia penna e la mia bassa e stretta poltrona, sono di fronte la finestra. Mi offre quel panorama che mi serve, fuori dalla città, solo campagna.

Un pò asfissiante nella sua noia ma è qui che devo stare ed è qui che devo scrivere. Mi siedo e prendo un quadernetto tascabile, con tanti fogli color avorio. Alla prima pagina ci scrivo : può esistere ancora una Miss Dalloway ? E come sarebbe adesso ? Alla seconda scrivo : sviluppare il profilo di questa ipotetica Miss Dalloway Due e circondarla di personaggi dei nostri tempi.
Per ora basta così, dovevo solo buttare giù l’idea.
Vado sotto la doccia, giusto il tempo di lavare la mia stanchezza, non di più, e poi a mangiare qualcosa se mai il mio mal di testa mi darà un po’ di tregua. E’ da poco che ne soffro ma già non lo sopporto più perché quando ce l’ho non riesco a scrivere, e la mia giornata si svuota del senso che dovrebbe avere, e a me non rimane che guardare a vuoto oltre la finestra l’immobilità della natura che non mi trasmette nulla se non noia. Gli alberi sono fermi, io sono ferma, la mia mente è ferma, la mia mano è ferma. Mi sembra di impazzire, odio il mio mal di testa, mi è nemico.
Cinque minuti di acqua calda sul corpo mi sono bastati. Non so perché ma è da un po’ che non riesco più a fare il bagno nella vasca, l’acqua all’improvviso mi spaventa. Non sopporto neanche che mi arrivi alle clavicole, mi asfissia, come stessi annegando …

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Pubblicato da nel 14 marzo 2016 alle ore: 12:32. Archiviato sotto Libri. Puoi lasciare una risposta o trackback a questo articolo

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